Per il Brasile e per l’America latina
Come già accaduto più volte in occasione delle ultime elezioni presidenziali tenutesi nel continente latinoamericano il risultato delle urne travalica il futuro del singolo paese e rappresenta un punto di svolta, comunque vada, per l’intera regione. Questa considerazione vale ancora di più per il Brasile, che, domenica 4 ottobre, è chiamato al voto per eleggere il prossimo inquilino del Planalto nonché il Congresso nazionale (1/3 dei seggi del Senato e tutti i seggi della Camera).
A contendersi l’elettorato saranno Lula, per il campo progressista, e Flávio Bolsonaro, per l’estrema destra. Quest’ultimo è uno dei figli di Jair Bolsonaro, il “Messia Nero” che aveva vinto le presidenziali del 2018 e, nel 2025, è stato condannato a 27 anni di reclusione a causa del tentato colpo di stato dell’8 gennaio 2023, quando i suoi sostenitori assaltarono gli edifici pubblici di Praça dos Três Poderes a Brasilia per impedire l'insediamento di Lula alla presidenza.
Inoltre, ci sarà almeno un altro attore che cercherà di condizionare l’esito delle urne a vantaggio del bolsonarismo.
Si tratta degli Usa, che puntano a compiere un colpo di mano ai danni di Lula come già avvenuto in Ecuador (nell’aprile 2025, l’ingombrante presenza statunitense ha consegnato una vittoria assai dubbia a Daniel Noboa), Honduras (le elezioni del 30 novembre 2025 sono state caratterizzate dall’enorme quantità di irregolarità denunciate, nonché dall’aperta ingerenza a stelle e strisce che ha permesso al candidato trumpiano Asfura di falsare l’esito finale delle urne) e Colombia (Abelardo De la Espriella è riuscito ad insediarsi a Palacio Nariño a seguito del contestatissimo esito del ballottaggio del 21 giugno scorso che lo ha visto prevalere su Iván Cepeda, del Pacto Histórico, per meno di 250mila voti), solo per elencare gli episodi più recenti, e di quell’internazionale nera che, da Buenos Aires a Santiago del Cile passando per Lima e Bogotá punta a prendere definitivamente le redini del continente latinoamericano.
Si potrebbe aprire una riflessione sulla ricandidatura di Lula, probabilmente l’unica personalità in grado di riunire il frammentato arcipelago della sinistra brasiliana e capace di racimolare voti anche al centro, ma pur essendo una figura divenuta, forse, inflazionata, di fronte alla guerra ibrida promossa da Washington rimane comunque il candidato più rappresentativo e probabilmente l’unico in grado di salvaguardare l’esistenza del progressismo brasiliano e latinoamericano dal trumpismo e dal bolsonarismo.
Espressione delle istanze del sud globale, Lula avrà il difficile compito di arginare gli interessi del capitale transnazionale e del fascismo brasiliano e latinoamericano, stretti alleati dell’agrobusiness e di quella parte sempre crescente di quel movimento evangelico che già aveva fatto intravedere tutta la sua capacità di mobilitazione in occasione delle presidenziali del 2018 che poi incoronarono Jair Bolsonaro alla guida del paese.
Il bolsonarismo e le grandi imprese statunitensi puntano su Flávio per accaparrarsi le terre rare e seppellire definitivamente l’integrazionismo latinoamericano. Del resto, lo stesso Trump non ha perso tempo nell’entrare a gamba tesa nella campagna elettorale brasiliana: se vincerà Lula, ha profetizzato il presidente Usa, il paese andrà verso una catastrofe economica poiché si ostina a far parte del Brics, dove è presente la Cina, il maggior competitor degli Stati Uniti. Le stesse minacce sono arrivate anche dal Segretario di stato Usa Marco Rubio.
E ancora non si può far a meno di prendere atto dell’attacco portato già da tempo all’economia brasiliana dalla Casa Bianca tramite un aumento dei dazi fino al 25%, volto a spingere l’elettorato a votare per il clan bolsonarista. La pressione economica esercitata sul Planalto per metter fine al ruolo del Brasile come paese leader di un mondo multipolare che, tramite Lula, si ostina a resistere contro il furto delle sue risorse strategiche e i diktat dell’impero, cresce ogni giorno di più.
Il rischio del golpe blando, spesso condotto in America latina secondo le tesi del politologo Usa Gene Sharp, volto a destabilizzare un governo senza un intervento militare diretto, in quest’ultimo periodo ha assunto il volto dell’argentino Fernando Cerimedo, stratega digitale esperto di campagne di manipolazione e disinformazione da far impallidire quelle promosse dai pastori evangelici più radicali per condurre Jair Bolsonaro alla vittoria nelle presidenziali del 2018.
Già esponente di punta del governo neofascista di Rodrigo Paz in Bolivia, Cerimedo è finito nelle indagini del Supremo Tribunale Federale brasiliano in qualità di presunto esponente di un’organizzazione creata appositamente per attaccare il sistema elettorale e far passare la vittoria di Lula nel 2022 come una frode. È stato il presidente Javier Milei in persona a indirizzare Cerimedo verso il bolsonarismo.
Le accuse nei confronti di Cerimedo per le sue ingerenze nelle presidenziali brasiliane del 2022 non si sono mai tradotte in un’imputazione formale, tuttavia è evidente che il bolsonarismo punti su di lui e sui suoi scagnozzi per gridare alla frode nel caso in cui sia Lula a confermarsi al Planalto. Promotore di una rete transnazionale abile a guidare campagne d’odio online tramite delle vere e proprie squadracce digitali, Cerimedo risulta essere libro paga del bolsonarismo. Fondatore de La Derecha Diario, agenzia di notizie legata all’estrema destra argentina, a fine agosto Cerimedo è stato condannato a cinque mesi di detenzione preventiva in Bolivia con l’accusa di aver cercato di uccidere la sua ex compagna, Nadia Beller, sopravvissuta ad un attacco armato di due sicari.
A meno da un mese dalle elezioni, in uno scenario politico polarizzato grazie alla marea di fake news e all’innalzamento del livello dello scontro imposto dall’estrema destra, Lula godeva comunque di un vantaggio di alcuni punti percentuali su Flavio Bolsonaro, ma, al momento, si fermerebbe al 45% dei consensi e sarebbe costretto ad un ballottaggio che si preannuncerebbe ancora più infuocato previsto per il prossimo 25 ottobre.
Tra Lula, appoggiato da un fronte democratico composto da Partido dos Trabalhadores, Partido Comunista do Brasil, Partido Verde, Partido Socialista Brasileiro, Partido Socialismo e Liberdade, Red Sostenibilidad, nonché da settori interni al centrista Movimento Democrático Brasileiro e ai conservatori Republicanos e Flávio Bolsonaro, sostenuto solo dal Partido Liberal (ultradestra), si collocano altri aspiranti candidati al Planalto tra i quali Ronaldo Caiado (Partido Social Democrático, centro) e Romeu Zema (Partido Novo, destra liberale), più almeno quattro esponenti di partiti con varie sfumature di sinistra e altrettanti per la destra il cui elettorato potrebbe rappresentare l’ago della bilancia in un secondo turno che in molti già pronosticano come caratterizzato da un cosiddetto empate técnico virtuale che, in casi simili, basti pensare alle recenti presidenziali colombiane o a quelle peruviane dello scorso aprile, hanno sancito rispettivamente la vittoria di De la Espriella e Keiko Fujimori, due figure di spicco dell’internazionale nera latinoamericana.
Pur avendo dalla sua parte almeno alcuni settori dell’establishment economico e personaggi quantomeno ambigui che lo costringeranno inevitabilmente a stringere alleanze con il Centrão per rimanere in sella e riuscire ad attuare il suo programma, Lula punta a far conservare al Brasile una posizione indipendente rispetto agli Stati Uniti, implementare le politiche sociali, difendere l’ambiente, adoperarsi per ridurre ulteriormente le disuguaglianze sociali, rafforzare le politiche contro la violenza di genere e rifiutare la strada della repressione come l’unica via per garantire maggiore sicurezza.
Nel corso di settembre Lula è stato costretto a difendersi anche da un’offensiva giudiziaria che ricalca quella di dieci anni fa, Lava Jato, promossa dal magistrato André Mendonça, vicino al bolsonarismo e legato al mondo evangelico, oltre ad essersi espresso più volte a favore dell’amnistia per i condannati a seguito del tentato colpo di stato dell’8 gennaio 2023.
L’impressione è che la battaglia per il Planalto difficilmente si deciderà nella giornata di oggi, ma, soprattutto, che l’estrema polarizzazione della campagna elettorale giovi esclusivamente al bolsonarismo.
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