Vittoria in Brasile: i fiumi appartengono agli indios

Allora era trascorso un mese dall’accampamento promosso da quattordici popoli indigeni dell’Amazzonia brasiliana a Santarém, di fronte al terminal portuale della multinazionale Cargill per costringere Lula a revocare il decreto 12.600, il cui scopo era quello di autorizzare il dragaggio del fiume Tapajós (nello stato del Pará) per privatizzarlo e destinarlo esclusivamente al trasporto della soia e di altri cereali.
A rischio non vi era solo il Tapajós, ma anche i corsi d’acqua Madeira e Tocantins (che attraversa gli stati di Goiás, l’omonimo Tocantins e Maranhão e raggiungere il Pará) nell’ambito del programma nazionale di “destatizzazione” volto all’edificazione di nuovi porti privati per compiacere le imprese transnazionali che fanno affari con la monocoltura della soia, avvelenano le acque e l’ambiente utilizzando i pesticidi senza alcuna consultazione delle popolazioni indigene. Ancora Zibechi, nell’articolo Levantamiento indígena contra la privatización de ríos en Brasil, definiva allucinante il progetto che metteva a rischio non solo il Tapajós, ma anche gli altri affluenti dell’Amazonas tramite la costruzione di numerosi terminal privati per consentire alle multinazionali di operare nel migliore dei modi possibili.
Fortunatamente, almeno per ora, il governo brasiliano ha fatto marcia indietro. L’occupazione indigena dei terminal fluviali è riuscita a scongiurare la concessione di ampi tratti del Tapajós ai privati, i quali speravano nella trasformazione del fiume in un’idrovia per il commercio nel sorprendente e discutibile silenzio di Guilherme Boulos, segretario generale della Presidenza ed esponente di spicco del Partido Socialismo e Liberdade (Psol) e della stessa ministra dei Popoli indigeni Sonia Guajajara. Se i terminal fossero stati costruiti, l’alveo del fiume avrebbe finito per essere fortemente danneggiato e la vita delle comunità locali, che abitano sulle sue rive, avrebbe subito un duro colpo.
La vittoria degli indios a difesa della sicurezza alimentare, della biodiversità e dell’equilibrio ambientale dell’intera regione, già provata dai precedenti tentativi dei governi petisti (sotto Dilma Rousseff e i vari esecutivi Lula), riafferma la forza politica e di auto-organizzazione delle comunità indigene poiché la loro resistenza ha dimostrato, una volta di più, come non possa esistere un Brasile senza di loro.
Sorprende, in questo contesto, la mancanza di visione strategica di un governo che pure si dice progressista, ma non è la prima volta che lulismo e petismo hanno cercato di sacrificare l’ambiente in nome degli affari, basti pensare alla contestata diga di Belo Monte, sempre nel Pará, un progetto già propugnato all’epoca del regime militare volto a deviare il fiume Xingu e che avrebbe lasciato i ribeirinhos senza sostentamento.
Ignorare i costi sociali e ambientali della privatizzazione dei fiumi, in nome della voracità dell’agronegozio, per permettere maggiori guadagni ad una elite economica sempre pronta a derubare i popoli originari e a distruggere la biodiversità, non rende onore al Planalto.
La privatizzazione di Tapajós, Madeira e Tocantins avrebbe significato concedere all’oligarchia dell’agronegozio la possibilità di regolare, a proprio piacimento, l’accesso ai fiumi, militarizzare il territorio, favorire la presenza dei grileiros ed espropriare gli indigeni delle aree di pesca tradizionali. A questo proposito, in merito alla marcia indietro del petismo a seguito della mobilitazione indigena, è significativa la considerazione di Frei Betto, tra i primi a schierarsi contro la costruzione dei terminal sui corsi d’acqua: “Il governo è come i fagioli, funziona solo nella pentola a pressione” (“Governo é como feijão, só funciona na panela de pressão”). Paradossalmente, a seguito della marcia indietro, è stato proprio il governo a riconoscere la legittimità della mobilitazione indigena, come se non fosse stato il Planalto, ma altri, a premere sull’acceleratore per imporre la privatizzazione.
“Per le nostre vite, per i nostri territori, per il futuro dell’Amazzonia e di tutto il pianeta” è stato lo slogan che ha accompagnato il levantamiento indigeno. Certamente il grande capitale ci proverà di nuovo, ma intanto quattordici piccole comunità amazzoniche hanno sconfitto un colosso come Cargill e imposto la propria agenda al governo. Chissà per quanto tempo al Planalto ne terranno conto?
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