Il prezzo del barile aumenta e Trump spinge sull'acceleratore della guerra
"Stretto di Hormuz e petrolio: perché l'Iran può mettere in ginocchio l'economia mondiale". E' il titolo di Avvenire.
Ma c'è qualcosa che occorre sapere: gli USA non dipendono più dal petrolio del Medio Oriente.

Lo Stretto di Hormuz è cruciale per il commercio globale di petrolio, con circa il 20-30% del greggio marittimo mondiale che lo transita, e una chiusura causerebbe un forte aumento dei prezzi impattando molte economie.
Ma gli USA importano poco petrolio dal Golfo Persico: solo 714.500 barili/giorno nel 2024 (circa l'8% delle importazioni totali), in calo dal 25% del 2014, grazie alla produzione domestica record. Sono esportatori netti e leader mondiali, beneficiando di prezzi più alti del barile senza subire impatti diretti sulle importazioni.
Trump lo sa e spinge sulla guerra.
L'Iran, con il blocco dello Stretto di Hormuz, sta facendo aumentare il prezzo del petrolio. Il blocco navale metterà in ginocchio tanti paesi tranne gli Stati Uniti che sono diventati il primo esportatore mondiale di petrolio e che beneficiano proprio dell'aumento del prezzo del barile.
Lo scienziato Francesco Sylos Labini, con la lucidità che contraddistingue il suo approccio, ci offre una lente d'ingrandimento per fare questa lettura. Scrive infatti sul suo profilo Facebook: "Come dice giustamente Alessandro Volpi l'obiettivo è far salire i prezzi delle esportazioni del petrolio (oltre che "convincere" i paesi arabi a comprare titoli di stato USA): e chi fonda ormai gran parte della propria economia sui combustibili fossili? Gli USA che sono una compagnia petrolifera con un esercito".

Per comprendere appieno questa dinamica, occorre conoscere un dato fondamentale che negli ultimi anni ha ridisegnato gli equilibri energetici globali: gli Stati Uniti non sono più un grande importatore di petrolio, ma sono diventati il primo esportatore mondiale. Secondo dati del settore, nel 2025 gli USA hanno mantenuto il primato come principali esportatori di petrolio a livello globale per il sesto anno consecutivo, con un volume di esportazioni di 10,67 milioni di barili al giorno, superando ampiamente paesi come l'Arabia Saudita con un distacco di 2,7 milioni di barili al giorno. Questa rivoluzione è stata resa possibile dallo sfruttamento massiccio del petrolio e gas di scisto, che ha trasformato gli Stati Uniti in una potenza energetica esportatrice.
Questa metamorfosi cambia radicalmente la prospettiva con cui leggere i conflitti mediorientali. In passato, un'impennata dei prezzi del petrolio dovuta a tensioni in Medio Oriente rappresentava un problema per l'economia statunitense, fortemente dipendente dalle importazioni. Oggi, la situazione è capovolta: un aumento dei prezzi petroliferi causato da conflitti come quello in Iran rappresenta un beneficio economico per le compagnie petrolifere americane. L'analisi degli eventi seguiti agli attacchi in Iran nel marzo 2026 conferma questa tesi. Dopo l'escalation militare, il prezzo del petrolio è schizzato inizialmente fino a più 14 per cento. Le raffinerie americane stanno vivendo un momento d'oro grazie alla differenza tra prezzo di estrazione del greggio e il prezzo di vendita sul mercato.
È a questo punto che l'analisi di Sylos Labini si fa più tagliente. Chi trae il massimo beneficio da un'impennata dei prezzi del petrolio? La risposta è inequivocabile: gli Stati Uniti. Definiti come una "compagnia petrolifera con un esercito". In questa visione, il complesso militare-industriale statunitense agisce per garantire e ampliare l'egemonia economica della nazione, proteggendo gli interessi delle sue multinazionali energetiche e mantenendo il dollaro saldamente ancorato al commercio del petrolio.
Un dato significativo merita attenzione: le importazioni statunitensi dal Medio Oriente rappresentano solo tra il 7 e il 10 per cento del totale, mentre la quasi totalità delle importazioni proviene da Canada e Messico. Questo significa che gli USA sono sostanzialmente immuni da un blocco petrolifero nello Stretto di Hormuz, a differenza di Europa e Asia che dipendono in larga misura da quel passaggio strategico attraverso cui transita circa il 20 per cento del petrolio mondiale.
In questo grande gioco di potere, l'Europa gioca un ruolo paradossale e perdente. Paga il conto, e lo paga salato. Dopo la batosta della guerra in Ucraina è ora arrivato il momento della batosta della guerra iraniana. L'Europa lo paga in termini economici: con l'attacco all'Iran il prezzo del gas ad Amsterdam è balzato del 25 per cento in un solo giorno, raggiungendo i massimi da febbraio 2025, mentre il petrolio Brent ha toccato gli 82 dollari al barile, con effetti immediati sui prezzi di benzina e diesel alla pompa.
L'analisi di Sylos Labini lancia un messaggio preoccupante: il problema è che, per gli Stati Uniti, basterebbe una guerra breve per causare gli effetti desiderati sul mercato energetico.
Tuttavia, nella complessità e nell'imprevedibilità delle relazioni internazionali, il rischio è di non riuscire a controllare l'escalation. Un conflitto che si allarga, che coinvolge attori sempre più potenti, che sfiora lo scontro diretto tra potenze nucleari: questo è il baratro verso cui ci stiamo affacciando.
Per chi, come PeaceLink, si batte per la pace, queste considerazioni non sono solo esercizi di analisi geopolitica. Sono la conferma che la guerra è uno strumento al servizio di interessi precisi e particolari, mascherato da nobili quanto ipocriti pretesti.
Capire le cause profonde dei conflitti armati, svelare gli interessi economici che li alimentano, è il primo passo per non farsi prendere in giro.
Il petrolio non può continuare ad aumentare insieme alle sofferenze dei popoli. È ora di dire basta e di spezzare questo legame mortale, costruendo un futuro di pace, giustizia sociale e sostenibilità ambientale. Ed elaborando nelle persone attente una reale capacità di comprendere i retroscena delle guerre, come quello che abbiamo appena illustrato.
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