Latino, analisi logica e cappelletti
Mia nonna materna Masina, ridendo, lo disse chiaro e tondo: "An sa fêr gnit".
Si riferiva a mia mamma.
La Masina quel giorno dei lontani anni Cinquanta aveva di fronte mio padre Luciano e ambedue parlavano in romagnolo.
Quelle quattro parole in romagnolo significavano: non sa fare niente. Dette prima del matrimonio avevano un chiaro significato.
Mio padre sposò Fiorenza nel 1956. Vissero felici una vita intera, benché lei, mia madre, "non sapesse fare niente" in casa. Infatti aveva sempre e solo studiato mentre mia nonna cucinava e mio nonno piallava. Era riuscita a laurearsi in Lettere all'Università di Urbino. Lei era figlia di un falegname e di una sarta, tre anni di scuola in due. Le sue traduzioni di latino erano fatte con cura, scrisse una tesi di laurea sugli autori della Scapigliatura.
Una gioventù sui libri, e quindi “non sapeva fare nulla” in cucina.
Eppure, io l'ho vista passare ore a stendere la sfoglia per i cappelletti con la stessa precisione con cui traduceva Virgilio. I cappelletti, per lei, erano come l'analisi grammaticale applicata alla pasta. Realizzati alla perfezione come le sue traduzioni di latino.
Era nata a Lugo di Romagna, figlia di Silvio, grande passione per la bicicletta, e di Masina, grande capacità di osservare la vita. Lui scriveva poesie, lei viveva con i piedi per terra.
Nel 1956, c'erano due sedi disponibili per l'insegnamento: Bergamo e Taranto. Davanti alla scelta tra le verdi vallate bergamasche e il mare azzurro dello Jonio, Fiorenza scelse il Sud. Con mio padre Luciano, maestro elementare nato muratore e formatosi nella tempesta della Resistenza, costruì una vita improntata alla semplicità, all'allegria e alla serenità.
Lui era un conversatore, un ciacaron che parlava dalla nascita in dialetto romagnolo; lei, professoressa di Lettere, padroneggiava la lingua scritta con la stessa precisione con cui lui prendeva le misure per costruire i muri facendo poi l'intonaco con cura. Mia madre parlava in dialetto meno spontaneamente di mio padre ma aveva una dote particolare: sapeva coniugare - con la consapevolezza della prof - i verbi del romagnolo. Traduceva con scioltezza i condizionali o i congiuntivi italiani nella corrispondente forma dialettale corretta. Ad esempio era in grado di costruire la forma dialettale del congiuntivo trapassato italiano. E così "temevo che non fossero arrivati" lo traduceva in "a timéva che i n'fóssen arivé". E per di più faceva anche l’analisi logica del dialetto, se per curiosità lo chiedevo.
La invidiavo per quelle competenze linguistiche che io non avevo.
Io arrancavo in tutto ciò che lei sapeva fare benissimo.
Ricordo intere estati sotto l'ombrellone a fare un'oretta di ripasso della sintassi e delle coniugazioni. Io zoppicavo. E si prevedeva come al solito un altro anno scolastico di difficoltà e di impegno per andare oltre la sufficienza.
Mio padre mi comprendeva perché anche lui non brillava in queste cose. Era nato in una famiglia dove l'italiano non si parlava.
Tuttavia il bello è che mio padre e mia madre si completavano.
Lui costruiva, lei dipingeva.
Lui comprava i libri da leggere, lei mi preparava le tracce dei temi da scrivere.
Lui la batteva a dama con la logica e la strategia, lei si prendeva la rivincita giocando con la memoria e l'intuito.
Lei bilanciava i difetti di lui e viceversa.
La nostra famiglia era, da questo punto di vista, un completo bilanciamento delle differenze.
Vivevano in felice armonia, pur essendo profondamente diversi.
Quella armonia familiare la vedevo soprattutto nei pomeriggi che precedevano il Natale, all'ottavo piano di via Argentina 58, a Taranto, quando si mettevano a fare i cappelletti. Non era un semplice momento di cucina: era un vissuto familiare fatto di parole, di immagini e soprattutto di manualità. Io e mia sorella Marinella annusavamo la farina e imparavamo a impastarla, a grattugiare il parmigiano, a piegare i cappelletti secondo lo schema previsto. Era un rito pagano che ci riconnetteva con le origini romagnole. E tutto aveva regole precise. Il Parmigiano doveva essere quello giusto, e poi c'erano le uova fresche, la farina, il brodo di cappone. Tutti elementi che Luciano e Fiorenza sceglievano con cura e che si sarebbero trasformati nei sapori della loro gioventù.
A differenza di Proust, però, la nostra cascata di ricordi non veniva dal gusto particolare della madeleine inzuppata nel tè, ma dalla preparazione dei cappelletti. La memoria non scaturiva dopo l'assaggio ma si formava mentre le mani lavoravano e i cappelletti prendevano forma. E la colonna sonora di quei momenti era immancabilmente Romagna mia, con le polche vivaci che, più tardi, nel salone, trasformavano mia madre e mio padre in due ballerini appassionati. Lì, nella luce del pomeriggio o della sera, la professoressa si trasformava e si lasciava condurre da Luciano nel ballo, con una complicità che non ho mai dimenticato.
Mai li ho visti annoiati, delusi o rassegnati.
Loro ci guidavano con un entusiasmo contagioso. Non li ricordo severi. Non erano troppo esigenti nel comportamento. Erano tuttavia presenti, attenti e costanti. E questo valeva anche per la scuola.
Mia madre andava a insegnare per piacere, lì c'era la sua comunità e quella esperienza di vita scolastica che ci raccontava a pranzo: pane e scuola. Portava a casa i temi delle sue studentesse. Mentre li rileggeva, ce li declamava ad alta voce.
È così che io, che per la scuola non ero tagliato, ho imparato ad ascoltare la musicalità della scrittura. Mia madre me la faceva notare: "Vedi? Qui ci sono troppe ripetizioni". La sua matita rossa e blu le correggeva. E poi c'era lo spinoso capitolo degli errori di grammatica. Ma soprattutto la solita "mancanza di idee". Era ciò che più mi affliggeva: la mancanza di idee nello scrivere. I miei temi erano zoppicanti, striminziti, legnosi, poco attraenti mentre quelli di mia sorella Marinella, più piccola di me, erano ampi, fantasiosi, scorrevoli e corretti.
Ma mia madre non si scoraggiava mai e soprattutto non mi scoraggiava mai. Si sedeva accanto a me e diceva: "Dai, scrivi, che prima o poi le idee verranno fuori". E io provavo, riprovavo, aspettando da lei un’approvazione, un volto sorridente che annuisse. Lei stava con me, con pazienza, correggendo e suggerendo, con una costanza che solo una madre può avere. Mi insegnò negli anni che il testo scritto, come i cappelletti, va preparato con cura, verificato nei dettagli, insaporito e infine "cucinato". Non si deve avere fretta, bisogna dedicare tutto il tempo necessario. Questo senso della cura tel testo l'ho poi portato con me quando sono diventato insegnante. E ho cercato di trasmetterlo ai miei studenti: sempre con il verbo cucinare. "Cucinare" il testo.
Un giorno d'estate, accadde qualcosa. Diventato adolescente, tra i tredici e i quattordici anni, scrissi un tema in cui raccontavo un sogno: un viaggio in auto da Taranto fino alla Romagna. Era la prima volta che mettevo davvero l'anima in quelle parole. Lei lo lesse e rimase contenta. Prese quei fogli, li portò con sé e li fece leggere alle sue amiche. In quel gesto capii quanto ci tenesse a me. Capii che la scrittura non era solo un esercizio, ma un modo di essere osservati e amati. E se nel tempo ho imparato a scrivere meglio, è anche grazie a lei e ai suoi incoraggiamenti.
Oggi, a distanza di anni, vivo la nostalgia per lei, per quel suo modo di essere allegra, rassicurante e soprattutto vicina.
C'è un dettaglio che mi fa felice. Tanti anni fa, nel 2005, io e mio figlio Daniele scrivemmo un libro intitolato Storia della pace. In fondo, nei ringraziamenti, scrivemmo il suo nome: Fiorenza Rambelli, per la paziente revisione della forma ortografica e lessicale. È la prova che il suo insegnamento non si era fermato a me, ma aveva attraversato una generazione.
Se oggi, nel giorno del suo compleanno, potessi scriverle un messaggio e lei potesse leggerlo, non cercherei parole struggenti e frasi complicate. Le direi semplicemente: grazie. Grazie per la cura, grazie per l'attesa, grazie per avermi insegnato che le idee, prima o poi, vengono fuori. E grazie, soprattutto, per avermi mostrato che si può attraversare la vita con entusiasmo, senza mai diventare rassegnati o delusi.
La ricordo felice mentre con mio padre ballava il tango nel salone di casa davanti a noi.
Attraversare la vita con entusiasmo e trasmetterlo anche a me e a mia sorella è ciò che le è riuscito meglio.
E adesso che non c'è più, cosa mi rimane di lei? La scrittura.
In fondo, se adesso butto giù in forma compiuta queste parole e questi pensieri sulla sua vita è in fondo grazie a lei.
Buon compleanno mamma.
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