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Diario

Auschwitz e Birkenau. Il silenzio delle parole

La visita di un campo di concentramento lascia dentro migliaia di interrogativi e sensazioni disarmanti. Di fronte ad un simile orrore, le parole diventano mute.
22 febbraio 2007 - Alessia Mendozzi

Il bus si inoltra nella tranquilla campagna e, guardandosi intorno, nulla lascia pensare che uno dei luoghi più spaventosi dell’umanità sia nelle vicinanze. Il sole d’agosto è clemente, l’aria mite, agli occhi esterni può sembrare una normale gita fuori città.
Il posto appare dopo un po’. Nulla di particolarmente macabro all’esterno. La cosa mi mette ancora più brividi addosso, per quella sua apparenza di normalità. Quando scendo dal bus non sono pienamente consapevole di ciò che vedrò e, soprattutto, dell’effetto che avrà su di me.
Il campo è diviso in blocchi. Alcuni di essi sono diventati museo dei ricordi più tristi e vergognosi della storia dell’umanità. Visitarlo è un ripercorre la storia della vita del campo. Auschwitz appare così, nella sua macabra efficienza. Alcuni ragazzi siedono sotto un albero, in silenzio. Le parole qui non servono e, anche se ci fossero, resterebbero mute.
il binario di Birkenau Birkenau, noto anche come Auschwitz 2, dista solo pochi chilometri. Risalgo sul bus e lo raggiungo. Il campo è molto più grande dell’altro, la guida mi informa che questo è ciò che rimane, che in passato era anche più grande. Il binario è ancora lì, a segnare l’ingresso nel campo. Lo percorro per un po’, sempre in silenzio. Intorno a me tanti blocchi, i dormitori e le latrine. Quando mi giro, l’ingresso, visto dall’interno, appare ancora più lugubre. l'ingresso del campo visto all'interno Sulla torretta si può salire. Decido di farlo perché voglio vedere l’estensione di ciò che rimane di questo posto. C’è tanta gente che cammina e osserva, abbassa lo sguardo, scuote la testa, a volte piange. Ogni passo è un brivido di paura, un lampo di rabbia, di migliaia di domande senza risposte, di occhi lucidi e sensazioni confuse. La cosa che prende più allo stomaco è il silenzio spettrale che aleggia. Quel silenzio che ora sa di rispetto. Ricordo alcune parole di Primo Levi, scritte dopo aver visitato il campo a distanza di anni. Descriveva quel silenzio, la pulizia e l’ordine con cui ora era tenuto e sottolineava la diversità rispetto a come lui l’aveva vissuto. Ed io non posso fare a meno di pensare a come potesse essere mostruoso, se già ora, a guardarlo così, fa impressione. il lato sinistro di Birkenau visto dalla torretta il lato destro di Birkenau visto dalla torretta Neanche i tanti libri letti, gli innumerevoli documentari visti e le numerose testimonianze ascoltate, riescono a rendere l’idea di cosa sia stato un campo di concentramento nazista fino a quando non ci cammini dentro. Si possono passare anche anni a cercare di capire il perché di tanta ferocia, di tanto orrore, si può stare anche anni a cercare di analizzare gli effetti di una propaganda che lava il cervello fino a renderlo nullo, ma proprio non si arriverà mai a capire come sia stato possibile tutto ciò, come sia possibile progettare un campo che ha il solo scopo di annientare e umiliare delle persone.
Quando vado via provo una sensazione di vuoto, quel vuoto che lascia disarmati, senza parole. Una rosa incastonata nel filo spinato, il vento che scuote le foglie. Il bus riparte e nessuno ha voglia di dire niente.

Note:

foto: Alessia Mendozzi

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