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E' finito il governo Prodi. Rimpianti?

Consuntivo

Una rapida scorsa ai nove mesi del centrosinistra e al Movimento che - tornato in piazza - è nel contempo tornato a vincere.
23 febbraio 2007 - Leopoldo Bruno

Consuntivo

Come per ogni esperienza che si chiude, anche per i nove mesi di governo Prodi è utile fare un consuntivo.

Ho domandato a una ragazza diciannovenne cosa ne pensasse e mi ha risposto: “beh, in realtà non è arrivato nemmeno uno di quei fatti che mi attendevo da parte del governo di centrosinistra; l’unica cosa positiva è stata l’eliminazione dei costi fissi di ricarica cellulare. Del resto - ha poi aggiunto – non hanno fatto molto sforzo, visto che l’Italia era l’unica in Europa a farli pagare”.
Mi sembra una bella delusione per chi come lei si è recata a votare per la prima volta.

A mio parere, per un consuntivo la prima domanda da fare è: cosa ha fatto? E sulla base della prima risposta chiedersi: il governo è durato poco o invece è durato troppo? C’è qualcuno che ha dei rimpianti?

Rimanendo sul piano delle aspettative mancate, bastava registrare che tutte le questioni sociali di una certa rilevanza venivano affidate – una dopo l’altra - a Giuliano Amato, ministro degli interni (come ad es. i Cpt e le politiche per i migranti). Quello delle politiche sociali, Paolo Ferrero, si è ben presto capito che avrebbe svolto il ruolo di specchietto per le allodole oppure – se si vuole – di grillo parlante.

Per il sistema capitalistico, tirare su una compagine che gli finisce dopo 280 giorni è in ogni caso un forte sintomo della propria fragilità.
Per il Movimento, invece, la caduta del governo su temi particolarmente sentiti come l’Afghanistan e la base militare di Vicenza è una gran bella vittoria. Si raccolgono i frutti delle iniziative della società civile.

In un sistema capace quanto meno di riattualizzarsi, sarebbe giunta l’ora che la generazione dei tre ultimi premier settantenni (Amato, Berlusconi e Prodi) cedesse il passo. Giuliano Amato e Giorgio Napolitano sono anche i due maggiori politici ancora attivi responsabili dell’attuale stato vegetativo la sinistra italiana.

Adesso sul Movimento si fa cadere – più o meno velatamente - il senso di colpa. Si sviluppano i ricatti morali. Come se l’alternativa fra il Professore e il Cavaliere oppure invece finire sotto una nave o sotto un camion con rimorchio avesse un qualche senso; fosse davvero una scelta libera.

E che dire del folklore di Tommaso Padoa Schioppa che alla fine della fiera ha prodotto una finanziaria grazie ai soldi dei ticket sugli esami sanitari e dell’aumento del bollo auto. Ma mi domando e dico: per predisporre queste stesse tasse non poteva bastare un neo diplomato ragioniere?

Il Partito della Rifondazione Comunista dichiarando l’incompatibilità del suo senatore Franco Turigliatto va completando il suo percorso; con la caduta del governo - per restare in gioco - è costretta a rendere esplicita la propria scelta a favore di un partito di poltronari.

A questo punto, l’unica è organizzarsi per l’astensione dal voto.

Le soluzioni vanno ricercate fuori dal teatrino della politica. Nel contempo, prepariamoci ad affrontare – quando arriverà il loro turno – i cinquantenni: Fini, D’Alema e Casini.

Mi piacerebbe conoscere un retroscena. Chissà cosa ha pensato il Presidente della Repubblica in quelle paio d’ore che sono apparse come di sbandamento fanciullesco, nelle quali non ha saputo bene cosa fare: se tornare a Roma oppure andare in giro lungo i portici bolognesi. Mi piace pensare che a un certo punto gli sia apparso un incubo. Ha visto la società civile come se disponesse ancora della forza di mandar all’aria la melma mediatico-politico-economico-giudiziario-clericale, e così vederla rinascere e prender per mano l’Italia. Ma poi, Napolitano deve essersi rassicurato: non siamo né in Francia né in Spagna.
E la melma – in effetti - continua a fendere le persone che vorrebbero usare il cervello per pensare più che per consumare.

L’alternativa è ancora in fase di elaborazione. Al momento però si può chiudere la scena così come hanno fatto i vicentini con le persone che arrivavano in stazione da loro.
‘Governo Luamaro’ urlavano le scritte delle maglie No Dal Molin.
Per i non veneti la traduzione è: ‘Governo Letamaio’.

23/2/7 - Leopoldo BRUNO

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