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ROMA - "Non mi è facile dire la verità. Sento però il dovere di specificare il mio ruolo e il mio legame con Simone, viviamo insieme da otto anni e se ora mi sono decisa a parlare è perché sono una pacifista convinta che rifiuta ogni forma di violenza...".

La donna è giovane, trent'anni o poco più, capelli lisci neri che toccano le spalle, un volto gentile, lineamenti piccoli, addosso un paio di pantaloni e una giacca a vento. Siede in un ufficio della Digos della questura di Firenze, ha davanti tre o quattro poliziotti e ha fatto una scelta: denunciare l'uomo che ama, Simone Boccaccini, indicandolo come uno dei possibili killer di Marco Biagi; riscattare se stessa da un dubbio che non sopporta, la doppia vita del suo convivente, operaio e brigatista.

Mercoledì mattina, ore 10 e 45: durerà fino alle sette di sera la confessione della ragazza. Prima in questura, poi in procura, davanti ai magistrati. In tutto questo tempo Simone è sempre stato vicino a lei, poche stanze più in là. Si sono incrociati più tardi, quando lei ha già parlato, per scambiarsi quello che per il verbale giudiziario sono "effetti personali di nessuna utilità investigativa".

Quella che segue è una storia di dolore e di coraggio. La denuncia comincia quando le chiedono cosa è successo nella casa dove vive con Simone Boccaccini dopo la perquisizione di venerdì scorso durante il blitz antiterrorismo. "Simone mi disse che la polizia sarebbe tornata a cercarlo perché lui era stato identificato insieme a Morandi che si era dichiarato militante delle Br e che io dovevo rispondere alle domande che mi avrebbero fatto. Non mi è facile dire la verità. In questi giorni (dopo la perquisizione, ndr) ho capito dai comportamenti di Simone che c'entrava qualcosa con le Br.

Lui non è mai stato esplicito, aveva paura di microspie, forse non voleva dirmi tutta la verità per non coinvolgermi nella vicenda". Però le ha "sussurrato" qualcosa. Prima su Bologna e sull'omicidio Biagi. "Eravamo a casa, davanti alla televisione che dava le notizie sugli arresti e ricostruiva l'omicidio del professor Biagi. Mi ha stretto la gamba e mi ha fatto capire di essere stato a Bologna. Gli ho chiesto di più, con gli sguardi, e mi ha sussurrato all'orecchio: "Per i pedinamenti, per seguirlo". Non è coinvolto nell'omicidio ma in attività preparatorie".

Altri "sussurri" confessano la partecipazione alla rapina di autofinanziamento delle Br all'ufficio postale di via Torcicoda a Firenze lo scorso febbraio. "Simone mi ha fatto capire di essere stato coinvolto in quella rapina. Eravamo sempre davanti alla tivù e durante un servizio sul quel fatto mi ha detto: "Anche lì". Non ho capito e non ho voluto capire il suo esatto ruolo: ho solo capito che era lì, ci siamo guardati e lui, senza dirmi nulla, mi ha stretto la gamba come per consolarmi".

Passano cinque giorni dalla perquisizione alla convocazione in questura, nata dal fatto che Boccaccini era stato fermato con Morandi lungo la Porrettana mentre tornava da Bologna a Firenze una settimana prima dell'omicidio Biagi a bordo della panda verde della sua convivente. "Io stessa, in questi giorni, non ho voluto sapere altro sul suo coinvolgimento. Ho avuto paura perché sentivo che la polizia sarebbe tornata a prenderlo".

Poco prima delle quattro la ragazza firma il verbale, lascia la questura e viene accompagnata in procura. Dovrà ripetere tutto davanti ai magistrati, aggiungendo altri dettagli. "Durante gli anni di convivenza con Simone non ho mai avuto motivo di sospettare che fosse coinvolto in attività criminose di alcun genere. In genere uscivamo da soli, separati, con i rispettivi amici. Lui mi ha sempre detto che andava in birreria o al Cpa Firenze sud, il centro sociale dove ci siamo conosciuti otto anni fa. Poteva anche tornare alle due o alle tre di notte ma non ha mai dormito fuori".

Poi la ragazza racconta di nuovo come e quando Simone si è confessato con lei. È stremata, i magistrati cercano di aiutarla, non le mettono fretta. Si trova il modo di bere qualcosa di caldo. "Nei giorni successivi alla perquisizione - continua - cercavo di capire perché eravamo stati perquisiti e se lui fosse in qualche modo coinvolto visto che io non ho mai avuto contatti con ambienti che potessero avere a che fare con le Br. Non gli ho mai fatto domande dirette, anche se ne avessi avuto voglia, perché Simone con sguardi e gesti mi faceva intendere che di certe cose non si doveva parlare".

Così, la sera davanti alla televisione, durante i telegiornali, "lui muoveva l'indice e il medio della mano, mimava l'atto del camminare. Ha detto solo:" Pedinato". Si era limitato a questo e non aveva preso parte alla fase strettamente esecutiva". La ragazza non gli ha mai fatto domande esplicite "per paura di conoscere direttamente da lui una verità spaventosa e che in realtà non volevo neppure conoscere".

Poi arriva il giorno in cui portano anche lei in questura, uno scrupolo investigativo che rischia di cambiare la storia delle indagini sulle Br. Spiega il perché della confessione. E del "tradimento". "Sono consapevole della gravità e della portata di queste dichiarazioni a carico di una persona a cui sono legata sentimentalmente da anni. Non so se lo avrei fatto spontaneamente". Succede "un po' perché volevo prendere le distanze da una vicenda che mi poteva coinvolgere da un punto di vista giudiziario. Un po' per senso civico, data la gravità dei fatti. Un po', forse soprattutto, per le mie convinzioni: sono una pacifista convinta che rifiuta ogni forma di violenza".

Il verbale viene firmato intorno alle sette di sera. Dopo venti minuti Simone Boccaccini siede davanti agli stessi magistrati e pronuncia la "sua confessione": "Mi dichiaro militante rivoluzionario per la costruzione del partito comunista combattente".

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