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Ripudio del terrorismo, ripudio della guerra

Contro la violenza, senza ambiguita'

In questi giorni continua il ritornello sulle "ambiguità" dei pacifisti rispetto al terrorismo. Perche'? Perche' condanniamo sia le Br sia il terrorismo delle guerre. Questo accostamento non piace e su Avvenire abbiamo dovuto leggere infondate accuse a PeaceLink.
11 novembre 2003 - Alessandro Marescotti

In questi giorni il dibattito sul terrorismo si è stranamente concentrato sulla presunta "reticenza" dei pacifisti rispetto alle Brigate Rosse.

Giuseppe D’Avanzo ha scritto su Repubblica che il "movimento pacifista" è stato "incapace di dire parole contro la politica come violenza". E' grossolanamente falso. E ciò è attestato dalle nostre nette e molteplici condanne del terrorismo.

Abbiamo pertanto deciso di ripubblicarle sul sito di PeaceLink (http://italy.peacelink.org/pace/articles/art_2266.html) in quanto troviamo profondamente scorretto negare la nostra storia di opposizione al terrorismo.

"Ci sentiamo parte attiva nella lotta al terrorismo che non solo ripudiamo ma che avvertiamo come il principale pericolo. Infatti solo il terrorismo potrebbe avere la forza di rovinare il clima sereno, colorato e festoso in cui il movimento per la pace attualmente opera e si estende”. Questo scrivevamo su PeaceLink il 3 marzo 2003 quando venne ucciso il poliziotto Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi. E questo ribadiamo oggi con la stessa identica convinzione.

Logo del quotidiano Avvenire Ci spiace che su Avvenire del 9 novembre 2003 Francesco Riccardi abbia scritto un articolo dal titolo "Ambiguità con i violenti: new global tirchi di condanne". Chi ha il gusto della verità e della verifica si accorgerà del contrario. (cfr. http://italy.peacelink.org/pace/articles/art_2266.html)

Lo stesso ministro dell'interno Pisanu ha detto: "Il Governo considera tutte le associazioni e i movimenti pacifici una autentica risorsa democratica del nostro Paese e si guarda bene dal confonderli con i violenti di ogni grado e tantomeno con i terroristi" (cfr. http://www.unionesarda.it/unione/2003/06-03-03/CRONACA%20REG/POL01/A03.html).

Sempre su Avvenire Riccardi scrive che noi di PeaceLink avremmo paragonato "Massimo D'Alema (reo di aver autorizzato l'intervento italiano in Kosovo) agli assassini di Biagi e D'Antona". Non è così. Abbiamo invece scritto: "La cultura della nonviolenza non è acquisita da tutte le sue componenti nel Movimento. Cosa verissima. Ciò ovviamente vale anche per chi ha guidato la guerra del Kossovo e si è macchiato la coscienza di alcune morti in più rispetto alle Br, si veda il bombardamento deliberato della Tv serba".

Noi crediamo nei principi della nonviolenza e pertanto riteniamo necessario diffonderli. Abbiamo dialogato con il governo D'Alema. Dialoghiamo anche con i centri sociali, anche se a Riccardi questo può non piacere.

Scrive infatti Riccardi, riferendosi a noi: "E se questo è lo Stato - è il ragionamento sotteso - perché noi dovremmo prendere le distanze dalle violenze degli antagonisti? “Abbiamo dialogato con i poliziotti - è l'ultima discutibile equidistanza -perché non dovremmo farlo con i centri sociali?”".

Riccardi interpreta malamente (o malevolmente?).

Il dialogo non è una rinuncia alla critica e alla presa di distanze, quando occorre. Dialoghiamo con tutti non per annullare le differenze ma per affermare un maggiore rispetto della vita e per un più netto ripudio della violenza in tutte le sue forme. Il dialogo è l'asse portante della nonviolenza e della vita stessa.

Invitiamo chiunque - anche chi è giornalista di area cattolica come Riccardi - a non fare dei distinguo sull'imperativo "non uccidere". L'ambiguità è tutta lì.

Condannare la guerra, del resto, per noi non costituisce motivo di indulgenza, giustificazione o "comprensione" sociologica del terrorismo. Quando condanniamo guerra e terrorismo noi sommiamo sdegno a sdegno, condanna a condanna. Raddoppiamo la nostra indignazione, non la dimezziamo. Ne stia certo Riccardi.
Ma c'è di più. Per il movimento pacifista il terrorismo è oggettivamente e soggettivamente un pericolo maggiore della guerra perché - oltre ai lutti e alle sofferenze che infligge - influisce sul piano interno, modifica le dinamiche della convivenza democratica e restringe le condizioni stesse del nostro agire sociale.

E' una ragione in più per essere - come pacifisti - i più convinti oppositori del terrorismo e della difesa degli spazi di agibilità democratica.

Per questi motivi - vorremmo rassicurare Riccardi e Avvenire - non siamo mai stati e non saremo mai "tirchi di condanne" verso il terrorismo. Ma al contrario siamo stati e saremo sempre in prima linea contro il terrorismo con tutti i sinceri democratici.

Note:

L'articolo di Avvenire e le precisazioni di PeaceLink sono su
http://lists.peacelink.it/pace/msg06490.html

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