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Dopo il gravissimo attentato ai militari italiani in Iraq alcune doverose riflessioni

La guerra Usa e' persa. Ora occorre salvare i militari

Siamo sicuri di essere immuni dalla mentalita' kamikaze? La fedelta' totale a Bush apre una stagione di oscuramento della ragione. Il ruolo del movimento per la pace e' e sara' quello di far uscire la nazione dalla spirale perversa di un fanatico e cieco disegno di obbedienza a Bush. Un patto di sangue siglato da noti leader politici e pagato da ignoti militari. Il pacifismo ha avuto il merito di evitare l'ingresso italiano in guerra. Le bandiere della pace hanno evitato lutti e sofferenze. Oggi abbiamo lo stesso compito: evitare nuovi lutti e nuove sofferenze. E dare alle famiglie dei militari un sostegno e una speranza in piu'.
14 novembre 2003 - Alessandro Marescotti

La guerra degli Usa in Iraq è ormai persa. La situazione oggi è peggiore di quella del Vietnam di trent'anni fa quando gli americani potevano esibire prove di forza bombardando Hanoi o bruciando la giungla dove si annidavano i vietcong. Il loro nemico è annidato nelle città e non si può ad esempio bombardare Baghdad. La guerriglia irakena gode del supporto o della non ostilità di una popolazione insofferente verso l'occupazione americana. Ogni ritorsione contro la popolazione, ogni rappresaglia generalizzata, ogni errore dei "grilletti facili" (ormai non fanno più notizia) aumenta i seguaci della guerriglia.

Il contingente Usa si sta assottigliando numericamente e la Casa Bianca prepara il disimpegno graduale. Le previsoni della Cia sono quelle di un'escalation degli attentati e delle vittime. L'opinione pubblica americana è ormai in maggioranza contraria alla guerra: gli ultimi dati parlano di un 58% di "no" (cfr. http://italy.peacelink.org/pace/articles/art_2213.html). Tra i soldati serpeggia il senso dell'impotenza, della sconfitta e dell'abbandono. Aumentano i casi di suicidio. I poliziotti irakeni passano il loro tempo a difendersi.

Il gatto non mangia più i topi, sono i topi che sbranano il gatto.

La sindrome del Vietnam - frutto in passato di lunghi anni di logoramento militare - è invece maturata in pochi mesi in Iraq. E se nel Vietnam del sud vi era una parvenza di governo da lasciarsi alle spalle, in Iraq vi è un "governo" di carta velina -non legittimato e non rappresentativo perché non eletto - che senza le truppe Usa si volatilizzerebbe in poche ore. Per cui gli Usa sono "condanati" a restate a causa del vuoto creato dalla propria pretesa neocoloniale.

Si assiste al paradosso che le truppe Usa vorrebbero con tutto il cuore andarsene; ma la guerriglia e i terroristi fanno di tutto per trattenere lì nel pantano l'ippopotamo americano sbranato un po' per volta a morsi, in lenta agonia.

La lezione che si preannuncia è tremenda.

In Vietnam ci ha impiegato anni per passare dall'incubazione alla manifestazione aberrante che ben conosciamo. I soldati americani che riuscirono a ritornare dal Vietnam erano larve umane, vite distrutte, fantasmi senza più sogni. In vari casi rientravano in patria mostri destinati a diventare serial killer. Erano disadattati sociali che nessuno voleva al lavoro e che si insediarono in case fra le montagne, trasformate in poligoni di tiro. Sembra che siano stati di più quelli che sono morti suicidandosi dopo che cadendo in battaglia.

Ogni giorno che passa questa storia si fotocopia sulle menti dei soldati di oggi.
I soldati italiani sono da pochi giorni passati nel purgatorio all'inferno. E per loro il peggio non è alle spalle ma sta tutto lì di fronte nelle incognite di un futuro in cui gli attentati - dice la Cia - aumenteranno.
E' il preannunciarsi della sconfitta di una coalizione che voleva dominare il mondo e che fra poco batterà in ritirata.

E' tutto chiaro, vero?

No: c'è chi ancora non vuole prenderne atto e continua a mettere a rischio la vita dei militari italiani. E' una mentalità non molto diversa dal fanatismo kamikaze. Vediamo invece di riflettere e valutare fuori dagli schemi ormai logori di chi dice "non lasciamo soli gli americani".

1) OCCUPAZIONE. Per quanto i militari italiani abbiano tentato di svolgere un'azione dal profilo umanitaro, essa era - come è noto - collocata nel mezzo di una occupazione militare Usa a seguito di una guerra illegale e condannata da gran parte dell'opinione pubblica mondiale e nazionale.

2) RISCHI. Il movimento per la pace ha lottato fino all'ultimo per scongiurare l'intervento armato in Iraq. Non abbiamo condiviso l'intervento italiano dopo l'occupazione. E non solo perché ritenevamemo profondamente sbagliata la guerra ma anche perché eravamo consapevoli degli enormi rischi a cui venivano esposti i militari italiani. I rischi della missione militare italiana era talmente alti che nazioni come la Francia o la Germania non avevano mandato neanche un militare.

3) FAMILIARI. Ci batteremo per il loro ritiro dando voce e sostegno alle legittime preoccupazioni delle loro famiglie. E dovremo farci carico dell'angosciante realtà dei militari americani, vittime dei sogni di gloria infranti di Bush e Blair. Tutti a casa, dunque. L'incubo per loro deve finire.

4) PARLAMENTARI. I parlamentari favorevoli a prolungare questo tipo di missione militare italiana diano prova di coerenza costituendo una delegazione permanente presso i corpi militari in prima linea e andando a staffetta in Iraq a verificare i livelli di sicurezza.

5) EROISMO. Il giorno 24 settembre 2003 sul sito di PeaceLink avevamo pubblicato un editoriale in cui scrivevamo: "Martino riformato, Bossi esonerato, Berlusconi congedato dopo il Car. Alcune informazioni sulla carriera militare di chi vuole mantenere i soldati italiani in Iraq a rischio della loro vita". Riportavamo informazioni tratte dal Corriere della Sera (del 7/11/2001). Che cosa diceva il Corriere? Il ministro della Difesa Antonio Martino a suo tempo non ha fatto il militare: fu riformato per "ridotte attitudini militari". Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha fatto solo pochi giorni di Car (Centro addestramento reclute) e poi è ritornato a casa: non ha avuto neanche il tempo per scattarsi una foto col fucile in mano da inserire nella sua biografia illustrata, quella distribuita a tutti gli italiani per le elezioni. Il ministro Umberto Bossi invece era "nipote di inabile" e ha saputo sfruttare una vecchia leggina. Queste informazioni parlano da sole e sono un eloquente commento circa la buona fede di certi appelli all'eroismo. Berlusconi ha detto che è un dovere verso gli alleati restare in Iraq e Martino ha ribadito che la missione degli italiani in Iraq andrà avanti anche perché "solo in questo modo le morti dei nostri soldati non saranno state vane". (cfr. http://www.repubblica.it/2003/k/sezioni/esteri/iraq5/disc/disc.html)

6) ONU. Occorre che l'Onu - anche su spinta dell'Europa - approvi una risoluzione che sancisca la fine dell'illegittima occupazione militare Usa e il pieno passaggio in tempi rapidi della sovranità nelle mani del popolo iracheno, coadiuvati da caschi blu che non appartengano ad alcuna nazione che abbia partecipato all'attuale guerra.

7) TERRORISMO. Questa è forse l'unica strada ragionevole e realistica da percorrere per contenere il terrorismo, isolarlo all'interno della stessa società irachena e costruire una prospettiva nuova per la regione.

8) INCATTIVIMENTO. Insistere ancora nell'occupazione Usa è catastrofico. Il ritiro dei militari italiani costituirebbe una forte spinta anche al disimpegno Usa. Eviteremo sia ai soldati americani sia ai civili iracheni nuove sofferenze. Al contrario si assisterà ad un inutile incattivimento in questa guerra che gli Usa hanno ormai perso.

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