Quando la fiaba libera dal conflitto
Le fiabe, da sempre, raccontano la storia dei popoli. Cultura orale che nei millenni tramanda i valori di riferimento attraverso racconti, aneddoti e vicende di un mondo in prevalenza agricolo e pastorale, dove uomini e animali vivono in stretto rapporto. Radici d’identità del passato da custodire e salvaguardare nel presente. Linee guida che contribuivano, un tempo, a formare le comunità locali.
8 novembre 2007
Andrea Misuri
Di recente ho avuto occasione di leggere un piccolo libro che ha attratto la mia attenzione. Il Kurdistan con gli occhi dei bambini, edito dal Comune di Venezia. (1) Per un anno scolastico, mediatori culturali del Comune hanno lavorato in classi elementari e medie del territorio veneziano dove sono inseriti bambini curdi, raccontando di quel lontano Paese, aiutandosi con fiabe, leggende e storie di quella tradizione per attirare l’interesse dei piccoli interlocutori. Al centro, una mostra di disegni di bambini di città diverse, Erbil, Sulaymanya, Duhok, Ciamciamal. Momenti che rivelano gli stati d’animo dei piccoli autori e contribuiscono a farci conoscere una realtà tanto diversa dalla nostra. Impressioni colorate che hanno aiutato a comunicare, facendo sì che anche i bambini veneziani, a loro volta, mettessero sulla carta sensazioni ed emozioni inedite, provate in quegli incontri con nuovi amici dalle radici lontane, provenienti da situazioni ambientali di perenne conflitto. Proprio sul finire dell’anno scolastico - primavera del 2003 - quando va in stampa la pubblicazione a conclusione del lavoro didattico svolto, il Kurdistan viene riconosciuto Regione autonoma all’interno dell’Iraq. Ottiene autonomia politica e amministrativa e i curdi vanno a formare, con sunniti e sciiti, la nuova classe dirigente che a Baghdad sta cercando di portare il Paese fuori della tragedia della guerra interna d’etnie e religioni. Un viatico augurale che apre speranze. A distanza di tempo le speranze sono intatte, le certezze meno granitiche.

Il Kurdistan con gli occhi dei bambini riporta alcune fiabe curde, alternandole ad altre italiane. Evidenzia le origini e la cultura di ciascuno dei due popoli. Le differenze, vissute ora dai bambini con curiosità, aiuteranno, un giorno, a non temere la contaminazione di chi viene da terre lontane. A non considerare nemici ma fratelli tutti i popoli, soprattutto quando si tratta di bambini. Erbil, Sulaymanya, Duhok sono le tre città principali del Kurdistan. Situate geograficamente in zone distanti tra loro, la vita di chi vi abita è sicuramente più serena di chi vive nelle piccole città e nei villaggi aggrappati alle brulle montagne dell’interno o nelle valli separate da insufficienti strade di comunicazione. Durante il viaggio in Kurdistan della delegazione di International Peace Bureau e dei sindaci italiani di Mayors for Peace ci fermammo a Ciamciamal, sulla strada che collega Sulaymanya a Kirkuk. Un insediamento sviluppatosi dalla seconda metà degli anni ’80, intorno al quale si sono raccolti i profughi in fuga dalla repressione del Governo iracheno. L’Anfal di tragica memoria.

Parlammo con un’anziana donna che nel 1987 vide portar via due figli maschi dei quali non sa più niente. Il suo pianto sommesso, irrefrenabile, faceva stare male. La sua voce, un filo che si spezzava, risuonava come un urlo infinito. L’urlo di ogni madre che perde il figlio a causa di conflitti. Il suo volto solcato da rughe profonde, la figura minuta, immobile sulla sedia nel cortile di casa, la rappresentazione dell’inutilità della guerra. Con lei una giovane, un foulard bianco a coprire i capelli, un lungo abito che si sfrangiava nelle diverse tonalità del rosso, con in braccio una sorridente, bellissima bambina. A quella bambina, ai tanti bambini di Ciamciamal che accorrevano dai vicoli all’arrivo di noi visitatori di un mondo lontano, lasciammo palloncini colorati oggetto di continua disputa, nonostante cercassimo di accontentare tutti. Mentre l’autista faceva ripartire il vecchio Mercedes bianco e celeste, circondati - già sul predellino - da altri ragazzini sorridenti e vocianti, decidemmo di rinunciare alla regola che c’eravamo dati, un bambino un palloncino, e lanciammo loro i pochi rimasti, ancora da gonfiare. Molti di loro hanno vissuto la sofferenza, il dolore, la morte di persone care. La guerra. Quella stessa guerra che ho ritrovato, nel libro, nel disegno del piccolo Rebaz. L’elicottero e l’aereo da combattimento, le bombe e le pallottole, i prigionieri bendati e il soldato con il mitra che li controlla. Le finestre, le troppe finestre chiuse di quelle case, che pure sembrano voler proteggere, racchiusa al loro interno, intatta, la speranza da contrapporre ad un presente doloroso. Un sentimento che permette di resistere all’oggi e di proiettarsi con fiducia al domani.

Non c’è soltanto la guerra, infatti, nei disegni dei bambini. C’è la festa, c’è il fuoco purificatore che all’alba del Newroz, il capodanno, simboleggia la libertà e la voglia di vivere di un popolo troppo a lungo oppresso. Ci sono le donne nei colorati costumi della tradizione, i venditori ambulanti e le loro mercanzie, i giovani intenti a ballare, i paesaggi rappresentati dalle alte vette innevate, le case sparse nella valle, con porte e finestre che tornano ad essere chiuse. Le fiabe, da sempre, raccontano la storia dei popoli. Cultura orale che nei millenni tramanda i valori di riferimento attraverso racconti, aneddoti e vicende di un mondo in prevalenza agricolo e pastorale, dove uomini e animali vivono in stretto rapporto. Radici d’identità del passato da custodire e salvaguardare nel presente. Linee guida che contribuivano, un tempo, a formare le comunità locali. Le fiabe nascono e si perpetuano ignare dei conflitti presenti. Si raccontano sia per addormentare che per fare stare svegli i bambini, ma soprattutto per stare in relazione con loro attraverso una continuità di linguaggio apparentemente semplice. Struttura morfologica che unifica generi, generazioni e condizioni sociali, per un momento la fiaba rende uguali tutti i bambini che in epoche e luoghi diversi l’ascoltano. Su di essa costruiscono la propria creatività, indipendentemente dal contesto in cui ciascuno si trova. Quelle dei bambini curdi sono storie liberatorie di paure archetipiche rese ancor più attuali, negli anni della guerra, da un vissuto d' infelicità e solitudine. Le fiabe curde, come tutte le fiabe, sono costruttive d’identità e lezioni morali per ogni popolo. Ne sono i riferimenti archetipici. Modelli consolatori di un presente che non può far altro che deludere la fantasia e il bisogno di gioco e di vita di un bambino che per sventura si trova a nascere in un luogo di conflitto, anziché di pace. A volte, in quel conflitto, egli perde i genitori. Gli affetti dei quali ha più necessità. Un colore, una matita, possono liberare immagini fino a quel momento nascoste nel più segreto del cuore. I disegni parlano. Certe immagini che ritroviamo in alcuni dei disegni, sollecitano l’impegno del mondo adulto, a far sì che esse mai più debbano imprimersi negli occhi di un bambino. Una magia, forse, ma necessaria per vivere il presente non rinunciando a sognare un futuro diverso per il mondo intero. Sempre più spesso le fiabe attirano l’attenzione degli studiosi. Negli anni ’30 del secolo scorso Propp osservò le fiabe sviluppandone l’aspetto antropologico, attraverso lo studio del folclore e della tradizione popolare. In particolare, di quella russa. (2) Ne risulta un inventario delle situazioni-tipo e un’osservazione basilare su come “le notevoli somiglianze tra le fiabe di vari paesi e di varie epoche si ritrovano non soltanto in singoli motivi, ma anche nelle trame, cioè nell’organizzazione di tali motivi”. (3) Nei suoi libri Propp ci porta per mano in un passato molto remoto, c’invita a ritrovare, attraverso le fiabe, aspetti conoscitivi della vita sociale dei nostri avi, con i loro riti, molti dei quali persi da tempo, anche alla memoria. Riti che giungono però a noi, mutati in storie fantastiche delle quali con difficoltà percepiamo le fonti. Il ’900 è stato anche il secolo della psicanalisi. Marie-Louise Von Franz (4) e Bruno Bettelheim, tra gli altri, hanno analizzato e confrontato i significati psicanalitici delle fiabe. Ci hanno mostrato come “la fiaba, mentre intrattiene il bambino, gli permette di conoscersi, e favorisce lo sviluppo della sua personalità”, (5) “Uno specchio magico che riflette alcuni aspetti del nostro mondo interiore, la nostra evoluzione dall’immaturità alla maturità”. (6) E’ importante e educativo che la scuola si faccia carico, com’è avvenuto a Venezia, di un confronto interculturale tra bambini, a partire dagli aspetti profondi di ciascuna identità interiore.
(1): Venezia (Comune). Direzione Centrale Politiche Sociali Educative e Sportive. Servizio Immigrazione e Diritti di Cittadinanza, Il Kurdistan con gli occhi dei bambini, a cura di Gulala Salih e Alessandra Bastasin, 2003 (2): Vladimir Jakovlevic Propp, Morfologia della fiaba, Newton Compton, 1976 - Le radici storiche dei racconti di magia, Newton Compton, 1977 (3): Victor Erlich, Il formalismo russo, Bompiani, 1966, p. 271 (4): Marie-Louise Von Franz, Le fiabe interpretate, Boringhieri, 1980 (5): Bruno Bettelheim, Il mondo incantato, Giangiacomo Feltrinelli, 1977, p. 17 (6): Ivi, p. 296
(7): Jorge Luis Borges, Sette notti, Giangiacomo Feltrinelli, 1983, p. 59 (8): Ivi, p. 64: “Quasi potremmo parlare di molti libri intitolati “Le mille e una notte”. Due in francese, di Galland e Mardrus; tre in inglese, di Burton, Lane, Paine; tre in tedesco, di Henning, Littmann e Weil; uno in castigliano di Cansinos-Asséns. Ognuno di questi libri è diverso, perchè “Le mille e una notte continuano a crescere, o a ricrearsi”. (9): Ivi, p. 63 (10): Ivi, p. 56
(11): Leggende del popolo curdo, a cura di Balulì Zanà, Arcana, 1992 Francesca Lazzarato, La mela meravigliosa, Fiabe Junior Mondadori, 1998 Dalle terre dei Visir Fiabe curde, Sonda, 1993. Le fiabe sono tradotte in italiano dal volume Contes kurdes, Consiglio Internazionale della Lingua Francese, 1986 Fuad Aziz, Fiabe Curde, Comune di Firenze Quartiere n. 4, 1997 Fuad Aziz, Vanna Cercenà, Gastone Tassinari, La primavera viene d’improvviso: i kurdi, popolo di montagna, Fatatrac Regione Toscana, 2000 Fuad Aziz, Vanna Cercenà, Gastone Tassinari, Ogni bambino ha la sua stella: incontri con i bambini kurdi, Fatatrac Regione Toscana, 2000 Fiabe sotto le stelle, a cura di Fuad Aziz e Patrizia Russo, con il contributo della Regione Toscana Dipartimento del Diritto alla Salute e delle Politiche di Solidarietà, Biblioteca di Pace, 1999

E’ un tema ricorrente, come si vede, quello della felicità unico patrimonio dei poveri e dalla quale, di converso, sono esclusi i potenti e i ricchi. Gocce di saggezza, che aiutavano in un quotidiano fatto, soprattutto allora, di sacrifici e privazioni. Questi ultimi sono ben presenti nel racconto delle “Due ragazze”. Un padre va a trovare le figlie, maritate l’una con un agricoltore, l’altra con un artigiano che fabbrica vasellame. La prima racconta che il marito ha seminato molto frumento. Soltanto se pioverà tanto, il raccolto sarà abbondante. La seconda dice che il marito ha fabbricato giare, brocche e vasi in gran quantità. Soltanto il sole potrà ora asciugarli. Tornato a casa dalla moglie in attesa di notizie, l’uomo spiega sconsolato che soltanto una delle figlie, quell’anno, non soffrirà la fame. Gocce di saggezza che ritroviamo nella fiaba “I due gemelli”. Un vecchietto siede su una pietra, arrotolando e srotolando due gomitoli. Al principe che gliene chiede il perché risponde che lui fa in modo che il gomitolo del bene e quello del male siano sempre della stessa grandezza, per mantenere le cose del mondo in equilibrio. E’ con questo augurio che vogliamo concludere la nostra rapida incursione nel mondo delle fiabe. Un territorio infinito che i bambini, più d’ogni altro, sanno pienamente esplorare. Un viaggio nel profondo dell’anima che ci aiuta a crescere qualsiasi sia la nostra età.
(12): L’acqua fresca con cui dissetarsi, i datteri della palma per sfamarsi. Chi li possiede è ricolmo di serenità. Pietro Citati in: Cristo il Corano e il martire islamico, la Repubblica, 25 settembre 2007, pp. 1, 50-51. Scrive: “Nel Corano, Gesù non nasce nella mangiatoia di Betlemme, adorato dagli angeli e dai pastori, come nei Vangeli. Maria lo partorisce sotto una palma. Quando invoca: “Se fossi morta prima, se fossi una cosa dimenticata”, una Voce la chiama: “Non rattristarti, il Signore ha fatto sgorgare un ruscello ai tuoi piedi: scuoti verso di te il tronco della palma, che farà cadere datteri freschi e maturi”.
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