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Un traffico in continua ascesa

L’India è il crocevia della tratta di donne e minori in Asia
11 dicembre 2007
Claudia Signoretti (Assistente Progetti Fondazione Pangea Onlus)
Fonte: da Persona a Persona 11/07 (www.pangeaonlus.org) - 11 dicembre 2007
Children, of a sex worker sleep, inside a room, at Soma Home in the eastern Indian city of Kolkata Nella classifica mondiale dei Paesi maggiormente interessati dalla tratta di esseri umani l’India si colloca ai primi posti con un numero di vittime che, secondo recenti dati dell’ONU, potrebbe sfiorare addirittura il milione.
La definizione di tratta, adottata a livello internazionale, è quella contenuta nel Protocollo Aggiuntivo alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla Criminalità Organizzata Transnazionale del 6 ottobre 2000. Secondo l’articolo 3 di tale Protocollo per tratta s’intende “il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’accoglienza o l’ospitalità di persone tramite l’impiego o la minaccia d’impiego della forza o di altre forme di coercizione, tramite rapimento, frode, inganno, abuso di potere o tramite il dare o ricevere somme di denaro o altri vantaggi per ottenere il consenso di una persona esercitando su di essa la propria autorità, a scopo di sfruttamento”. Questo comprende le varie forme di sfruttamento sessuale, inclusa la prostituzione, il lavoro forzato, l’asservimento, la riduzione in schiavitù e il prelievo degli organi.
Il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA) ha stimato che il numero di persone oggetto della tratta nel mondo è arrivato a circa 4 milioni per anno e che solo in Asia, negli ultimi 30 anni, il traffico finalizzato allo sfruttamento sessuale di donne (in particolare adolescenti) e bambini avrebbe coinvolto oltre 30 milioni di persone. Un dato ancor più agghiacciante riguarda l’età media delle vittime, diventata nel tempo sempre più bassa: negli anni Ottanta oscillava tra i 14 e i 16 anni, mentre sul finire degli anni Novanta ha toccato i 12 anni.
Se l’Asia (in particolare il Sud e il Sud-Est Asiatico) è così massicciamente colpita dal traffico internazionale di donne e bambini, l’India rappresenta peculiarmente un luogo di reclutamento, transito e destinazione di questo vergognoso traffico. Gli Stati del Sud, come l’Andhra Pradesh, il Tamil Nadu e il Karnataka, così come le regioni tribali del Jharkhand, del Chhattisgarh, dell’Orissa e gli Stati del Nord-Est, Uttar Pradesh e West Bengal, sono le principali zone di reclutamento di donne e bambine. Le “schiave” sono poi trasferite all’estero o inviate verso Delhi, Jaipur e Agra (il cosiddetto triangolo d’oro del turismo sessuale) e più a sud, a Mumbai, Puna e le gettonate spiagge di Goa.
Al reclutamento interno si aggiunge un ingente numero (5-7 mila) di donne nepalesi che ogni anno giungono nel territorio indiano per essere sfruttate nei cosiddetti “red-light districts” (i quartieri a luci rosse) delle grandi città. Sono circa 200.000 le donne e ragazze nepalesi che lavorano nei bordelli delle metropoli indiane: molte di loro hanno appena 9-10 anni.
Mira aveva 13 anni quando dal Nepal arrivò a Mumbai con la promessa di un lavoro come domestica. La meta cui era inconsapevolmente destinata era, però, il bordello di Falkland Road. Al suo rifiuto di prostituirsi, Mira fu rinchiusa in una camera buia, angusta e senza finestre: la stanza delle torture, dove molte ragazze venivano “iniziate”. Vi restò per tre giorni, senza cibo né acqua. Il quarto giorno un “carceriere” entrò nella stanza, gettò la ragazza a terra e prese a sbatterle la testa contro il pavimento finché la sventurata svenne. La giovane si risvegliò completamente nuda, con una canna ricoperta di peperoncino in polvere infilata nella vagina e fu stuprata dal suo aguzzino. Da allora Mira iniziò a soddisfare ogni richiesta dei suoi padroni. Era stata acquistata dal bordello per 50.000 rupie e pertanto doveva lavorare fin quando non fosse riuscita a ripagare almeno tale somma oltre al debito contratto per il viaggio.
Alle radici del fenomeno della tratta si ritrova una complessa molteplicità di fattori: la povertà, la mancanza di educazione e di opportunità lavorative, situazioni di violenza sociale e talvolta di guerra, in uno scenario dominato da un’elevata e insanabile disparità nella distribuzione del benessere e della ricchezza, legata alle classi, alle caste o a discriminazioni di genere. Queste sono le principali cause che favoriscono tali immorali attività, che prosperano ulteriormente per la colpevole “assenza” delle istituzioni, nonché per l’inadeguatezza della legislazione nazionale e internazionale. Da una parte il processo di globalizzazione, attraverso la diffusione di modelli culturali e di benessere tipici dei Paesi di destinazione delle potenziali vittime, ha aumentato in queste l’attrattiva ingannevole per tali standard di vita, spingendole spesso nella rete dei nuovi trafficanti di schiavi.
Dall’altra parte la stessa globalizzazione ha contribuito oltre che a un notevole aumento della richiesta di lavoro a basso costo, anche all’incremento della prostituzione, della pornografia e dello sviluppo del turismo sessuale, in particolare di tipo pedofilo. Oggi la tratta rappresenta la terza fonte di reddito della criminalità organizzata dopo il commercio di armi e di droga. Essa colpisce particolarmente i bambini, venduti per svolgere lavori domestici, in agricoltura, nell’edilizia, nel tessile, nella pesca e spesso impiegati in attività di intrattenimento, come nei circhi equestri o nelle corse dei cammelli nei paesi del Golfo. In molti casi sono le famiglie stesse che, spinte dalla disperazione, vendono i propri figli per sopravvivere alla miseria o per ripagare esosi debiti generazionali. Talvolta accettano delle pseudo-adozioni con la speranza di assicurare ai figli un futuro migliore. I bambini sono inoltre molto richiesti per il traffico di droga, dal momento che destano meno sospetti rispetto agli adulti e sono quindi difficilmente soggetti a ispezioni. I bambini disabili (non sono rari i casi in cui vengono deliberatamente mutilati) sono invece particolarmente ricercati per le attività di accattonaggio in quanto più facilmente inducono all’elemosina.
Human Rights Law Network, partner di Pangea da oltre un anno, è una rete di avvocati e operatori sociali attiva in 22 stati dell’India che ha sviluppato una rete di collaborazioni con numerose ong locali per svolgere attività di supporto alle donne che vogliono uscire dalla prostituzione e dalla tratta, fornendo loro gratuitamente una protezione sociale e una tutela legale, che per povertà e per ignoranza sarebbero altrimenti negate. Insieme al lavoro di assistenza si è sviluppata un’attività di ricerca e di informazione sul fenomeno della tratta che ha portato sia alla denuncia dell’inerzia e della marginalità con cui viene affrontato il problema da parte della polizia e della magistratura, sia alla promozione di campagne di sensibilizzazione atte ad aumentare la consapevolezza sociale sui diritti umani e sull’applicazione della giustizia.
Note: da Persona a Persona - Fondazione Pangea Onlus

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