Laboratorio di scrittura

Da vent’anni contrasta il racket della prostituzione

Le sue parole sono state per me una carezza

Adelina Alma Sejdini in passato ha vinto molti mostri. Oggi una brutta malattia e l'indigenza la stanno mettendo a dura prova
19 ottobre 2021

Di lei so poche cose lette negli articoli online, non l'ho mai incontrata di persona ma nei suoi confronti nutro una riverenza sincera. Si chiama Adelina Alma Sejdini e dal 2000 contrasta il racket della prostituzione; era sfruttata sulle strade di Varese quando con grande coraggio è riuscita a sottrarsi al controllo dei suoi aguzzini. Grazie alla Polizia, dopo la sua denuncia sono stati arrestati quaranta criminali, 36 albanesi e 4 italiani; e salvate altre donne, tra cui una adolescente di 14 anni.


Da allora si fa chiamare Adelina 113 (proprio come il numero della Polizia di Stato da chiamare per le emergenze).

Mi pare nel 2010, per la prima volta la vedo, intervistata, in un video su internet. Cattura la mia attenzione completamente, sarà per quelle cose che vede il cuore, credo. Quando lei finisce di rispondere all'ultima domanda, io resto ammutolita, la trasmissione continua ma non seguo. 


Donna specchio In quei mesi ero affranta per una storia di coppia, chiusa da tempo, dalla quale stentavo a riprendermi. Il disprezzo e l’umiliazione che avevo dovuto fronteggiare e assorbire mio malgrado avevano ancora eco e mi appesantivano. Nelle parole di Adelina percepivo la sua forza, era riuscita a sfuggire ai suoi estorsori, a tutta quella cattiveria, cosa praticamente impossibile ma ci era riuscita, il suo istinto di sopravvivenza aveva avuto la meglio. L'esempio più bello che potessi immaginare per una giovane donna rapita e costretta alla prostituzione era lì, tratta in salvo, sotto gli occhi di tutti.
Come un tesoro che mentre si da, si riceve, accadde che nell'essere felice per lei ne guadagnò anche il mio umore.
Avevo proprio bisogno di vedere una cosa così. La sua esperienza superava di gran lunga ogni mia misura della lotta e dell’amore per la vita. Ascoltarla mi fece comprendere meglio anche a cosa dovevo la mia inquietitudine.

La violenza che circola tra i miei coetanei, sotto forma di gioco. 


La violenza nelle piccole cose, comunque mortifica.

Ero con i soliti amici, un pomeriggio, in macchina e stavamo percorrendo una strada che non conoscevo. Intravidi da lontano una bambolina, con i finti capelli arruffati, fissata su un bastone vicino al muretto in pietre e cemento. L’auto prosegue, mi porta lontana, ma ho visto. Ho registrato nella mente, come fotogrammi, il viale, la casa in costruzione circondata da vegetazione secca e sterpaglie, e quel dettaglio che è un segnale, che vuol dire tutto. Una bambola di plastica, il simbolo più comune dell'infanzia femminile, lì quasi un pezzo di spazzatura trasformato in insegna. Quella bambola indicava chiaramente un'area del sesso a pagamento, allo stato brado, zero igiene, zero legalità. Dove? In Italia. 
Avrei voluto coinvolgere nelle mie riflessioni i presenti in macchina, tre ragazzi e un'altra ragazza oltre me, poi decisi di non farlo. Non potevo parlare di questo con i miei amici, a pensarci bene, loro non parlavano mai di cose serie con noi ragazze e poi, essi stessi, per gioco ci apostrofavano come prostitute, senza motivo, solo per riempirsi la bocca di parole offensive. Copione visto e rivisto, copione sbagliato, tutto da cambiare, ma se non lo cambiano i maschietti resterà sempre quello. A nulla valevano i nostri rimproveri, il provare a fare cambiare loro quella abitudine. Loro facevano come gli pareva, e ci facevano passare per isteriche, cioè eravamo noi ragazze del gruppo a esagerare, se ci arrabbiavamo.
Viaggiavo in una dolce trappola, per niente comoda; associai questa immagine a quel momento in macchina. 

Non è vero che la prostituzione riguardi solo chi vi accede, o chi la organizza. Per esempio occorre smontare tutto l'apparato linguistico e l'immaginario che fa passare gli abusi sessuali reiterati sulle persone prostituite per una cosa “normale, perché si fa così dalla notte dei tempi”.
Sono abusi, non sono una cosa normale né un fenomeno su cui si possa scherzare. 

Come per tutti gli altri immigrati in Italia, la macchinosa lenta burocrazia del rinnovo dei documenti ha sempre ostacolato Adelina in termini di opportunità, salute, lavoro, futuro, nei diritti minimi insomma. Secondo molti le andrebbe conferita la cittadinanza onoraria per la sua preziosa collaborazione con le Forze dell’Ordine e il suo instancabile lavoro per salvare altre persone dalla tratta. Diversi gli appelli al Ministro dell’Interno e al Presidente della Repubblica, purtroppo disattesi.


Le mie riflessioni

Se le fosse conferita la cittadinanza italiana avrebbe un po’ di respiro.


In questo periodo poi, sta sostenendo un’altra aspra condizione, le hanno diagnosticato un tumore e se sta accedendo ad alcune cure è solo grazie alla solidarietà altrui.


Io chiaramente le auguro ogni bene, le auguro di guarire e riconquistare i suoi progetti. E la ringrazio, perché salvando sé stessa ha salvato tante persone, forse non immagina quante.

A me le sue parole hanno fatto bene, sono state come una carezza dolcissima.

Grazie, e auguri per tutto Adelina Alma. 


9 novembre 2021: apprendo del suicidio di Adelina. 
Nel contrastare la tratta di esseri umani dobbiamo fare in modo che chi riesce a tirarsene fuori non trovi gli ostacoli insormontabili trovati da Alma Adelina.
Resta il ricordo di lei, ammantato di lutto. 

Note: https://www.change.org/p/sergio-mattarella-cittadinanza-italiana-per-adelina-113
https://www.telegiornaliste.com/archivio/archivio0115.htm (6° articolo di 8)
https://www.abproduzioni.it/non-ora/

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