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i deportati, le testimonianze, gli eventi…

Dentro le Storie

L’importanza delle memorie di vita “… per non dimenticare” e tramandare la Shoah, “di generazione, in generazione”…
9 giugno 2009 - Laura Tussi

In diverse facoltà universitarie umanistiche italiane, i pedagogisti sperimentano una sorta di tradizione condivisa a livello culturale, da molto tempo, in rapporto al mondo delle storie di vita, delle geografie spazio/temporali, dei racconti autobiografici, tramite il metodo della cultura e pedagogia della memoria. Questa tradizione sottesa al filo sublime, impercettibile della memoria mette in contatto i vari pedagogisti degli atenei italiani, all’insegna di un’attenzione particolare ai temi di sociologia, pedagogia della soggettività e dell’individuo, dell’uomo e della donna, dinnanzi alle esperienze ed ai processi di formazione, all’interno di una quotidianità d’impegno nel lavoro sociale ed educativo. Autonarrazione, scavo interiore, ricerca in sé, attraverso l’ascolto di sé tramite l’altro, autocomprensione, comprensione circa la propria ed altrui unicità ed individualità sottratta, tramite la memoria della personale storia di vita, allo sfondo anonimo, piatto, indifferenziato, di molti luoghi e progetti comunitari. Attraverso la narrazione si cresce e si scoprono eventi legati alla quotidianità e circoscritti, compresi in avvenimenti globali, universali, collettivi, comunitari, Storici.
Dunque la Storia non solo ripiegamento nostalgico e decadente rivolto al passato, ma con il racconto di sé diventa uno sguardo verso il futuro.

Memoria e deportazione: i perché della storia

La memoria è importante perché attraverso di essa sono ricostruibili storie, percorsi con cui ci si augura di correggere per tempo gli errori.
Possiamo raccontare ai nostri giovani piccole storie esemplari di espropriazioni, di resistenza, una delle armi più straordinarie contro tutti i tipi di revisionismo storico, da quello più infame, ma forse più facile da combattere, il negazionismo perché talmente grossolano e stupido nelle sue argomentazioni, confutabile mostrando i documenti e facendo parlare i testimoni, a quello più raffinato del conteggio delle vittime. Il modo di combattere tali scuole revisioniste, che in Italia hanno i loro addentellati non solo nel campo degli storici, ma culturale, in genere, consiste nel non porre la questione unicamente sul piano numerico, che pure è fondamentale, perchè ci interroga profondamente, ma ponendo la questione sul piano qualitativo. Le giovani generazioni sono molto cambiate, sicuramente più superficiali, più incapaci di mantenere l’attenzione, ma la sensibilità dei ragazzi nei confronti di queste tematiche è ancora notevole, perché si innamorano delle storie di resistenza, delle vicissitudini umane di sofferenza che leggono nei testi e nelle testimonianze dei superstiti sopravvissuti ai lager. Attraverso la Pedagogia Narrativa, nel racconto di storie esemplari di sofferenza in narrazioni che stimolino questi ragazzi a reagire in metropoli sempre più indifferenti, razziste, xenofobe, sempre meno caratterizzate da tessuti sociali e politici che sostengano azioni concrete di vicinanza e solidarietà.
Forse mai capiremo la Shoah perché bisogna essere demoni per capirla e concepirla completamente, globalmente. Le spiegazioni economiciste e psicologiste si fermano ad un punto, perché oltre vi è l’elemento profondamente demoniaco, diabolico, e capire gli eventi fino in fondo, significa contaminarsi nell’orrore del fascino della barbarie. L’incapacità di capire non ci deve fermare. Dobbiamo entrare in una tensione di ricerca, indagine interrogativa: come è stato possibile?
Attraverso la Pedagogia concreta dei gesti è possibile forse comprendere cosa sono i fenomeni di espropriazione, alienazione, violenza. Il campo di sterminio è stato un laboratorio pedagogico dove i nazisti hanno cercato in tutti i modi di “costruire soggetti distrutti”: ossimoro, contraddizione in cui nasce un’antropologia, un setting pedagogico dove si formula l’annientamento, dove è possibile studiare le pratiche di resistenza nei campi, con la consapevolezza che chi ha resistito è riuscito, in qualche modo, a mettere in atto strategie, una contropedagogia, una ”pedagogia della resistenza”, minimale, infinitesimale, fatta di brandelli di piccoli gesti, minimi spazi, misere, povere cose, di tempi infinitesimali sottratti al tempo preciso, altamente sistematico, precostituito dello sterminio. Questo è il tentativo di raccontare, tramandare, narrare, la resistenza, la deportazione, la liberazione.
In questa Italia così disattenta, distratta, con forze politiche violentemente xenofobe ed incredibilmente razziste, con fazioni di destra più violentemente intolleranti, xenofobe di tutta Europa, il fatto che ancora certi ragazzi abbiano la forza di sottrarsi all’ottusità di capire, di ascoltare, risulta un fenomeno di forte positività per il futuro.
Adorno ha lapidato tutto il resto del nostro ‘900 dicendo:” dopo Auschwitz non è più possibile scrivere poesie”, ma il tempo della memoria non significa solo ricordare ai morti, a chi non è più presente, agli scomparsi, avere memoria significa mettersi di fronte alla ripresentificazione del tempo, renderlo vivo, farlo rivivere.
Questa trasformazione significa rimetterci dalla parte di quel tempo, quell’evento realmente accaduto con il diritto dell’ascolto, il dovere di capire, intendersi e domandare, chiedere il perché. “Non si può domandare donde viene il male, ma donde viene che noi lo facciamo” e da tale quesito partono tutti i nomi degli sterminati, degli scomparsi, per farci rendere conto del male dell’essere umano. Un punto d’arresto nell’evoluzione della storia, dove il racconto si paralizza ed incomincia a girare a vuoto, occupato dall’indicibile dell’orrore, dalla verità del terribile; e tutto questo accade perché sanno che l’arte, la poesia, in quanto testimonianza è la voce umana che rivela l’accaduto, ciò che è irriducibilmente umano, tentando l’incredibile, con la forza della creazione dell’arte, della poiesis, dell’invenzione fantastica, della cultura che accresce l’animo, opposta al nulla dello sterminio. Così l’arte e la cultura liberano dalla cecità delle dittature autoritarie, dispotiche, scioviniste, baratro della disperazione, antro di morte, opposta alla ragione che illumina.
Laura Tussi

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