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Cavalieri Pietro A., Vivere con l’altro. Per una cultura della relazione, Citta Nuova 2005

18 maggio 2011 - Maria Pia Facchini
Fonte: maria pia facchini - 18 maggio 2011

 

Questo libro nasce dal desiderio di promuovere la cultura della relazione, verso la quale l’autore, Pietro A. Cavalieri, dirigente psicologo della ASL di Caltanissetta, si sente sollecitato dalla “nostalgia” della relazione con l'altro che egli scorge negli occhi dei suoi pazienti ma che rimane inespressa dai loro silenzi e di cui essi sono inconsapevolmente “assetati”. Secondo Cavalieri l'uomo di oggi deve porre massima attenzione alla “cultura” della relazione, perché è muovendo da essa che l’uomo può recuperare la propria dignità, in un contesto complesso come quello del mondo occidentale odierno, dominato dal potere sempre crescente del sapere scientifico e tecnologico. L’autore si concentra sull'importanza della cultura della relazione poiché ritiene che, solo questa, sia in grado di aiutare gli uomini a riscoprire e tramandare le conoscenze e gli strumenti teorici e pratici capaci di produrre quel bene, prezioso ed oggi quanto mai raro, che è il bene relazionale.

La prima parte del libro è dedicata al recupero dell'apprendimento delle competenze relazionali che Cavalieri definisce “grammatica della relazione”. Egli ipotizza l'esistenza di uno specifico “linguaggio relazionale”, che, al pari di ogni altro tipo di linguaggio, possiede una propria grammatica ossia un insieme di regole seguendo le quali è possibile favorire rapporti più adeguati, sani, evoluti e congruenti tra gli esseri umani. Tale grammatica è costituita da alcuni elementi di base: essere consapevoli delle emozioni, cioè rivolgere in modo attento ed opportuno la consapevolezza verso ciò che “io sento” e ciò che “l'altro sente” costituisce un atteggiamento di fondamentale importanza per gestire la propria vita relazionale; leggere l'intenzionalità, che l'autore paragona ad una “rotta” da seguire, ad una direzione da intraprendere, consiste nel saper rispondere ad una domanda molto importante: “cosa voglio?”; agire con congruenza, comportarsi, cioè, con coerenza rispetto alle proprie reali intenzioni ed al proprio autentico sentire consente alle persone di esprimere azioni provviste della forza e della determinazione necessarie per condurre a compimento o alimentare nel tempo una esperienza relazionale della quale si è protagonisti; promuovere e sostenere la reciprocità: secondo questo principio, la relazione può e deve essere paragonata ad un'opera d'arte, composta, secondo il pensiero di Cavalieri, non a due ma a quattro mani ed in questo modo entrambi i soggetti della relazione pongono attenzione all'altro e, quindi, l'altro viene accolto e sostenuto nella propria diversità. Al riguardo, risulta per me, assai bella ed appropriata la metafora della “danza pericoretica”, nella quale il movimento essenziale e ridondante consiste nel fatto che ciascuno dei due danzatori si muove intorno all'altro, in un continuo succedersi di figure sostanziate dal reciproco danzarsi intorno.

La tesi espressa da Cavalieri mostra, quindi, come la capacità di gestire i conflitti consenta di trasformare una esperienza negativa e frustrante in un’occasione irripetibile di maturazione personale e scoperta dell'altro, trasformandolo da presenza che nega, ostacola e si oppone in presenza che fonda e costituisce. In conclusione, l'autore ritiene importante osservare i tempi della relazione, che, a suo avviso, sono 3: fase iniziale durante la quale facciamo esperienza reale dell'altro; fase di rifondazione di un rapporto che ha inizio solo dopo aver fatto esperienza dell'altro (fase intermedia) e si è riusciti a prendere la decisione di non proiettare sull'altro i propri limiti ma di offrirci/aprirci “all'altro”, non solo come il mistero che noi siamo ma anche al “mistero” che la presenza dell'altro rappresenta per noi.

Secondo Cavalieri, quindi, la “grammatica della relazione” agevola le persone a comprendere le proprie incertezze, come agire e come saperla leggere in modo adeguato. L'autore, però, non si ferma a questo, ma ritiene ugualmente importante considerare il contesto di ogni relazione, che, a suo parere, funge da “sfondo” alla relazione. Essa, infatti, non può essere considerata come qualcosa di astratto, ma deve essere assunta come una realtà concreta, vissuta all'interno della società, dalla quale sono, poi, percepibili le relazioni che si sviluppano in famiglia, nella coppia, nella scuola e tra diverse generazioni.

A questo punto, l'autore colloca la relazione con l'altro nella riflessione filosofica e nella psicologia contemporanea. Tra le diverse impostazioni riportate nel libro di Cavalieri, vogliamo riprendere, in modo particolare, la riflessione sulla relazione condotta da Martin Buber, per il quale l'elemento centrale della propria ricerca non è costituito dall'uomo come individuo ma dal “tra” che pone in relazione l'io ed il tu, il singolo e l'altro, l'individuo e la comunità. Nell’ottica di Buber, quindi, la relazione non può essere considerata un atteggiamento psicologico, interno all'io, proprio di un mondo che contiene in sé gli individui, ma “una realtà non compresa nell'io, né comprendente l'io ma effettivamente collocata tra l'io e il tu”. Tra gli altri autori menzionati nel testo, vogliamo riprendere anche il pensiero di Levinas, il quale pone in evidenza il forte nesso che unisce l'identità stessa dell'io con la responsabilità per gli altri. A suo parere, la possibilità di cui ogni essere umano dispone di definire l'identità del proprio io è legata non solo alla relazione con l'altro ma anche all'assunzione da parte dell'io di una responsabilità etica nei “suoi” confronti.

Proseguendo nella lettura del capitolo, l'autore pone in evidenza lo spazio e l'attenzione riservati dalla psicologia contemporanea alla relazione con l'altro, soprattutto sotto l'aspetto-cardine della reciprocità, che emerge come elemento fondante e come condizione indispensabile per lo sviluppo della mente, per la crescita individuale e per la sopravvivenza della specie umana.

Le ricerche sul comportamento morale e prosociale illustrate nel capitolo 5 hanno fornito varie indicazioni su come originare e sostenere l'apertura all'altro in un passaggio epocale quale quello che stiamo vivendo, nel quale ogni possibilità di incontro sembra tragicamente impraticabile o del tutto preclusa.

La contrapposizione che sussiste tra “io” e “altro”, tra individuo e società illustrata da Cavalieri è sicuramente innegabile ma ciò che egli stesso sottolinea è l'attenzione che occorre avere sulla qualità della relazione che intercorre tra l'io e l'altro, che è divenuta “luogo” di reciproco riconoscimento e, quindi, capace di rendere ogni conflitto sanabile e fonte di crescita vitale per ciascuno dei protagonisti della relazione.

Per concludere, l'autore indica ed esplicita le 3 “regole d'oro” della relazione che conducono alla felicità, la prima delle quali consiste nel “dar voce” alla soggettività individuale, al suo modo personale di intendere e vivere i valori nei quali si identifica, poiché la soggettività si apre alla relazione solo se viene accolta, ascoltata e valorizzata. La seconda regola riguarda l'opportunità di riconoscere sempre la diversità come un elemento necessario alla relazione, mentre la terza ed ultima regola si concretizza nell'impegno a rimodulare costantemente la relazione stessa, consapevoli del fatto che il mistero che caratterizza la nostra esistenza è il medesimo della nostra co-esistenza con l'altro.

Da questa analisi emerge chiaramente come la relazione con l'altro sia un tema trasversale a diversi ambiti del sapere, dalla psicologia alle neuroscienze, dalla sociologia all'economia, dall'antropologia alla teologia, confermandosi in tal modo epicentro di molti ed importanti filoni della ricerca contemporanea.

Attraverso linguaggi diversi e da specifiche prospettive di osservazione, i vari saperi concordano nel considerare la relazione con l'altro come una sorta di spazio sacro, all'interno del quale nasce la mente umana, si fonda e si disvela la nostra identità, si curano le inevitabili ferite della vita, si crea il benessere individuale, si costruisce la città. Se si prepara a sorgere l’inizio di una “nuova umanità”, è solo dall'orizzonte relazionale che di sicuro la vedremo muovere.

 

Una valutazione critica

La lettura di questo libro mi è risultata assai interessante ed utile, in quanto esso affronta in modo originale e propositivo la tematica della relazione e del ruolo risolutivo che essa può ricoprire nella società odierna se considerata come strumento attivo permanente. Per questo, il libro di Cavalieri mi ha riportato alla mente la concezione della relazione che mi è più propria e che io ho raccolto dalla Parola e dall’esperienza di una Persona speciale. Mi piace concludere con le parole del mio vescovo, oggi defunto, don Tonino Bello, che mi ha indicato, trasmesso ed insegnato l'essenza del significato della relazione.

Riprendo alcuni stralci tratti da Uno per uno fa sempre uno. Verso la Pasqua, casa della Trinità ed è stato pubblicato nel volume Antonio Bello, Omelie e scritti quaresimali, Scritti di mons.Antonio Bello, vol.II, Edizioni Archivio Diocesano Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi e Luce e vita, Molfetta, 1994, pagg.336-338).

Egli affermò che “...se il Signore ci ha insegnato che, stringi stringi, il nucleo di ogni Persona divina consiste in una relazione, qualcosa ci deve essere sotto.
E questo qualcosa è che anche ognuno di noi, in quanto persona, stringi stringi, deve essere essenzialmente una relazione. Un io che si rapporta con un tu. Un incontro con l’altro. Al punto che, se dovesse venir meno questa apertura verso l’altro, non ci sarebbe neppure la persona. Un volto, cioè, che non sia rivolto verso qualcuno non è disegnabile… (..) In Dio, cioè, non c’è una Persona che si aggiunge all’altra e poi all’altra ancora. In Dio ogni Persona vive per l’altra.
E sai come concludo? Dicendo che questo è uno specie di marchio di famiglia. Una forma di ‘carattere ereditario’ così dominante in ‘casa Trinità’ che, anche quando è sceso sulla terra, il Figlio si è manifestato come l’uomo per gli altri”.
(...) Sicché ho preferito trattenere questa sola idea: che, come le tre Persone divine, anche ogni persona umana è un essere per, un rapporto o, se è più chiaro, una realtà dialogica. Più che interessante, cioè, deve essere inter-essente. (...)

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