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"Storicamente la sinistra si è sempre infranta sullo scoglio della guerra"

La sinistra fa i conti con la Nonviolenza

Riflessione di Mao Valpiana, direttore di Azione Nonviolenta, sul seminario "Agire la Nonviolenza", organizzato dal PRC lo scorso fine settimana
7 marzo 2004
Mao Valpiana

Ho seguito con rispetto ed interesse il dibattito sulla nonviolenza, interno alla sinistra, che si è sviluppato in questi ultimi mesi sui quotidiani Liberazione, Il Manifesto e L’Unità, e ho partecipato al seminario “Agire la nonviolenza” promosso a Venezia da Rifondazione Comunista e concluso da Fausto Bertinotti per il quale la nonviolenza è la scelta più radicale per contrastare il capitalismo neo liberista.
Mi sono chiesto subito se questo innamoramento della nonviolenza da parte di dirigenti di partiti sia segno di coraggio o di incoscienza.
Adottare la nonviolenza come un modo nuovo di intendere e praticare la politica, sapendo che questa scelta cambierà prima di tutto se stessi, è un’opzione che denota un grande coraggio. Al contrario, adottare la nonviolenza in modo strumentale per essere un po’ più estremisti di altri, o brandire la nonviolenza come una clava per giudicare e condannare gli avversari che restano su posizioni moderate e compromissorie, sarebbe solo una grande incoscienza.
A volte, nella vita, coraggio e incoscienza camminano di pari passo.
Nella recente storia politica italiana già due partiti hanno inserito nei loro statuti fondativi il termine “nonviolenza”, facendone una vera e propria bandiera: il Partito Radicale e la Federazione dei Verdi, e l’esito finale non è stato all’altezza delle aspettative iniziali. Il primo, dopo una gloriosa stagione di movimentismo antimilitarista e di impegno per l’obiezione di coscienza, si è trasformato più decisamente in partito e ha assunto persino posizioni favorevoli ad interventi militari ed armati nelle crisi della ex-jugoslavia e dell’Iraq. I secondi hanno assunto posizioni più vicine al pacifismo generico che dirette e specifiche iniziative nonviolente e dopo dilanianti contrasti interni hanno decisamente abbandonato la strada del movimento per assumere la tradizionale forma partito.
Ora anche esponenti del pensiero comunista guardano alla nonviolenza e di ciò non possiamo che rallegrarci. Per noi amici della nonviolenza questo è sicuramente un dibattito politico straordinario. Ce n’è abbastanza per dire che “non si può più prescindere da un confronto con la nonviolenza”. Penso che il nostro compito sia non solo di seguire con rispetto ed interesse tale discussione interna alla sinistra, ma anche di fornire strumenti, materiali, documentazione storica sulla riflessione che la nonviolenza ha già fatto in Italia a partire da Aldo Capitini fino ad oggi. Non certo per rivendicare primogeniture, ma per evitare che il dibattito riparta ogni volta da zero. E soprattutto per far sì che si parli di nonviolenza a ragion veduta.
Se è vero, come è stato detto, che “la nonviolenza non può essere arrogante nei confronti di altre storie o di altre culture a meno di contraddire la sua stessa aspirazione”, è anche vero che chi arriva alla nonviolenza dopo aver percorso altre strade molto diverse o dopo averla addirittura contrastata, dovrebbe avere un atteggiamento di umiltà e di riconoscenza verso chi ha tenuto accesa questa fiammella, spesso in solitudine.
Ma quali possono essere le dirette conseguenza di un partito che davvero adottasse la nonviolenza come principale fonte di ispirazione?
Nella mia vita ho avuto la fortuna di conoscere ed essere amico di Alexander Langer, che ho sempre considerato il prototipo del politico amico della nonviolenza. Il suo modo gentile di fare, l’atteggiamento leale nel rapportarsi con gli avversari, la capacità di agire senza pregiudizi, la trasparenza nell’uso delle risorse e delle finanze, la capacità di mettere in comunicazione fra loro realtà diverse, di costruire ponti culturali, l’attenzione nel valorizzare piccole realtà, me lo hanno fatto vedere come un vero attuatore della politica capitiniana. Alex avrebbe voluto che anche il movimento dei Verdi adottasse la nonviolenza come strumento organizzativo, privilegiando il lavoro educativo dal basso, valorizzando l’assemblea e il lavoro periferico, e limitando al massimo la nascita di vertici, per dare il primato alla periferia piuttosto che al centro, al regno piuttosto che alla corte, al lavoro locale piuttosto che al lavoro parlamentare. Langer faceva annualmente il rendiconto dettagliato di come utilizzava lo stipendio di deputato regionale o europeo, che in gran parte distribuiva a iniziative di base. Per tutte queste sue attitudini è stato emarginato e perfino osteggiato da chi ha preferito scegliere la scorciatoia del partito tradizionale, e si è subito dimenticato delle battaglie contro il finanziamento pubblico dei partiti accettando tutti i privilegi che la politica concede ai gruppi politici.
Un partito che sceglie la nonviolenza accetta innanzitutto di farsi trasformare dalla nonviolenza. A partire dalle regole e dai rapporti interni.
Un nodo che la sinistra dovrà affrontare, se si inoltrerà davvero sulla strada della nonviolenza, è quello movimento/partito.
Capitini dovette farci i conti fin dal 1943 quando decise di non aderire al Partito d’Azione né ad altro partito. Un rifiuto da collegare alla sua concezione della politica che privilegia il movimento rispetto al partito, e all’interno del movimento l’individuo e il gruppo. Capitini non rifiutò la politica, ma scelse un’altra politica. “I partiti esistono per il potere, per acquistarlo o per sostenerlo. Da ciò la loro ragion d’essere, e tutti i loro limiti, il machiavellismo, la disciplina interna, le gelosie, il settarismo, il patriottismo di partito. La conquista del potere è l’assoluto per il partito. Il partito è il mezzo e il potere è il fine”. La sua critica ai partiti della sinistra è dura: “Hanno perso ogni slancio innovativo a favore di un certo politicismo, tatticismo, e pseudo-realismo machiavellico diseducatore”. Invece Capitini, con il suo movimento liberalsocialista, con la sua idea di lavoro educativo dal basso, voleva agire per l’orientamento della coscienza, per mutare l’uomo, per mutare il concetto stesso della politica.
Dice ancora Capitini: “io ero contrario alla trasformazione del movimento in partito innanzitutto perché il movimento significava qualche cosa di nuovo, e la capacità di prendere iniziativa più larghe, di istituire ‘centri’ per un rinnovamento etico-sociale oltre e più che i partiti, di formare grandi allineamenti di donne, di giovani…”. E prosegue: “E’ da insistere su questo carattere del movimento, di essere non un partito e un programma esclusivo, ma un atteggiamento dell’animo, un aprorsi in una direzione, una certezza e una speranza sempre rinnovantesi… (…) Il nuovo non sta in un nuovo partito, ma in un orientamento della coscienza che include in sé anche coloro che lavorano, pur con altra mentalità, nella stessa direzione…
Capitini è anche per il superamento della democrazia, e conia il termine “omnicrazia”, la realtà di tutti, il potere di tutti: “Noi dobbiamo vedere la cosa da un punto di vista severe: bisogna fare un lavoro fuori dal potere, un decentramento del potere, abituare a vedere il potere in tante cose fuori dal governo, in tante iniziative, atti, posizini, sentimenti, fondare una prospettiva diversa.”.
La sua rivoluzione omnicratica mira al deperimento dello Stato, a partire dal rifiuto assoluto della guerra e dell’esercito. E questo è il secondo nodo che i partiti della sinistra, che vogliano interrogarsi sulla nonviolenza, dovranno affrontare. La posizione nonviolenta è incompatibile con la preparazione della guerra (da cui ne deriva l’opposizione ad ogni strumento operativo che la rende possibile: industria bellica, bilanci militari, eserciti in armi, ecc.). “Io non potrei stare in un governo che può dichiarare la guerra”, diceva Capitini, lasciando aperta per gli amici della nonviolenza la strada dell’opposizione o delle amministrazioni degli enti locali. La strada maestra della nonviolenza è quella del disarmo unilaterale, obiettivo da perseguire insieme a quello della realizzazione di strutture per la difesa civile e non armata. Il disarmo va realizzato qui ed ora, senza attendere che siano altri a disarmare per primi. Questo significa promuovere ad ogni livello (nel lavoro dal basso e nelle istituzioni) una opposizione integrale alla guerra e alla sua preparazione. Eè ancora Capitini a dire: “Noi dobbiamo dire No alla guerra, ed essere duri come pietre”.
Storicamente la sinistra si è sempre infranta sullo scoglio della guerra. L’opzione nonviolenta, se perseguita fino in fondo, può salvare la sinistra da un altro naufragio.

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