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«Scanziamo le basi Usa e gli elettrodotti»

Dalla Lucania alla Puglia, in marcia per la pace verso il 20 marzo

Nei prossimi giorni, la carovana toccherà altri luoghi simbolo del militarismo, da Gioia del Colle a Brindisi, da dove è partita la missione Antica Babilonia per l'Iraq, al poligono di Poggio Orsini, nel parco della Murgia.
9 marzo 2004 - Angelo Mastrandrea
Fonte: Il Manifesto 9-3-2004

Le basi militari e il porto nucleare, le scorie radioattive e l'elettromagnetismo, il diritto alla salute e gli scempi ambientali. C'è stato e ci sarà di tutto, in questi giorni tra Basilicata e Puglia della carovana della pace che sempre più diventa un pretesto per parlare, oltre che di guerra all'Iraq, di questioni locali, sociali e ambientali. Ironia della sorte, l'arrivo a Taranto nella neointitolata piazza ai caduti di Nassiriya ha solo sfiorato l'appena avvenuta cerimonia e incrociato un pullman di carabinieri. «La nostra regione è soffocata dalle attività militari», dice Cinzia Mancini del locale comitato organizzatore per il 20 marzo, un cartello ampio che tiene insieme la chiesa valdese e l'Arci, rifondaroli, Cobas e Cgil, Ds e Margherita. Con 18 siti militari, un poligono nel neonato parco naturale dell'Alta Murgia «perché anche i militari sono ecologisti» e due porti nucleari, Brindisi e Taranto, la Puglia con Sicilia e Sardegna è tra le regioni più militarizzate d'Italia. Naturale che il movimento pacifista e antimilitarista abbia quaggiù radici ben salde. Un mesetto fa l'associazione Peacelink aveva scoperto che proprio a Taranto dovrebbe essere trasferita da Gaeta la VI flotta Usa. La conferma non è mai arrivata ma le avvisaglie ci sono tutte, a partire da quei residence che gli americani stanno acquistando «proprio dove dovrebbe sorgere la base», dice Mirka, una studentessa media. Da un sondaggio effettuato nelle scuole della città proprio da Peacelink è emerso che il 56 per cento degli interpellati non vuole la base Usa. «Ma la giunta comunale non dice una parola», polemizza Ciccio Maresca della Cgil. Nei prossimi giorni, la carovana toccherà altri luoghi simbolo del militarismo, da Gioia del Colle a Brindisi, da dove è partita la missione Antica Babilonia per l'Iraq, al poligono di Poggio Orsini, nel parco della Murgia. Ma la questione più calda degli ultimi mesi in Puglia riguarda il Piano di riordino ospedaliero del governatore forzitaliota Raffaele Fitto, contro il quale è stata indetta una manifestazione regionale venerdì a Bari, alla quale la carovana si aggregherà «perché se dirottassero altrimenti le spese militari non accadrebbero queste cose». Contro la guerra e il neoliberismo, dunque, come da manuale del perfetto movimentista. E ci sarà tempo anche per fare tappa a Terlizzi, la cui mobilitazione contro la chiusura dell'ospedale è diventata il simbolo dell'opposizione della Puglia ai tagli al welfare, così come Scanzano è diventato il simbolo di una battaglia andata a buon fine.

Nella cittadina lucana l'effetto della vittoria dello scorso novembre non è ancora scemato, e il risultato è una buona partecipazione popolare a ogni assemblea. «Dovunque vogliono organizzare una protesta chiamano noi per sapere come abbiamo fatto», racconta Felice Santarcangelo, operaio alla Fiat di Melfi senza tessere di partito e sindacato: «L'unica che mi farei è quella del comitato Scanziamo le scorie». «Facciamo come a Scanzano» è stato infatti lo slogan delle manifestazioni a Messina contro il Ponte sullo Stretto, a Civitavecchia contro la centrale a carbone e, da ultimo, a Rapolla, piccolo comune del potentino minacciato dal passaggio di un elettrodotto. Il corteo è stato caricato dalla polizia, e ne hanno fatto le spese quattro manifestanti, uno dei quali finito in ospedale con sette costole fratturate. «Stanno cercando di soffocare la protesta perché non vogliono che si ripeta un'altra Scanzano», dice candido il giovanissimo vicesindaco Michele Sonnessa, che con una delegazione del comitato Noel (No elettrodotto) ha partecipato domenica pomeriggio all'assemblea con la carovana della pace, nella sala consiliare del comune, denominata anche «sala della protesta» perché la mobilitazione antinucleare è cominciata lì dentro. Per questo, assodato che «siamo tutti per il ritiro delle truppe dall'Iraq», si è parlato quasi esclusivamente della «questione Basilicata» che, sintetizzando al massimo, si può riassumere in «petrolio, nucleare, cemento ed elettrodotto». Questi i toni della discussione: «Il governo deve smetterla di decidere sulla nostre teste», «Non bisogna lasciare soli i cittadini di Rapolla, perché si rischia l'esasperazione, mentre siamo noi a dover esasperare», «Devono capire che ogni volta che verranno toccate piccole comunità scatterà la mobilitazione di tutti i lucani», a partire da giovedì, quando Cgil, Cisl e Uil hanno indetto uno sciopero generale e ci sarà un altro corteo nel paesino. Che non poteva avere che un esito: carovana della pace dirottata su Rapolla con una veloce variazione di programma, e serata al fuoco dei blocchi sulla Potenza-Melfi. Con la promessa di ritornare alla vigilia del 20 marzo.

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