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I rapporti tra Stati Uniti e Russia diventano sempre più tesi, a causa di una politica americana aggressiva e arrogante che non prevede concessioni

USA e Russia: è di nuovo Guerra Fredda?

Tale atteggiamento gode del pieno supporto dei media e dei partiti, ma la Russia comincia a dare segni di insofferenza
30 gennaio 2013 - Stephen F. Cohen
Fonte: The Nation - 16 gennaio 2013

Vladimir Putin insieme a Barack Obama Con il pieno supporto di una élite politica irresponsabile e di un establishment mediatico acritico, Washington sta scivolando, se non precipitando, in una nuova guerra fredda con Mosca. Le relazioni, già estremamente raffreddate da sostanziali controversie riguardo la difesa missilistica, il Medio Oriente e la politica interna russa, sono state ulteriormente avvelenate da due conflitti che ricordano la linea politica occhio-per-occhio durante la precedente Guerra Fredda.

A Dicembre il Congresso, in un attacco di legislazione ipocrita e di indifferenza verso gravi conseguenze, ha approvato la legge Magnitsky. Tale legge altro non è che una lista nera che punirà, senza dovuto processo, gli ufficiali russi (e forse anche i loro familiari) presunti colpevoli di “gravi violazioni dei diritti umani” nel loro paese. Per quanto odiosi possano essere tali individui, la classe politica russa era inevitabilmente destinata a risentirsi di una ulteriore arrogante intrusione americana nei loro affari politici e legali. Un parlamento russo non meno capriccioso ha rapidamente risposto con la proibizione di adozioni di orfani russi da parte di coppie americane, una questione da lungo tempo molto delicata, che diventerà effettiva nel 2014. In entrambe le legiferazioni non si espresse alcuna opposizione.

C’è stata comunque una importante differenza. Sotto il “regime autoritario” di Vladimir Putin c’è stata una accesa controversia attraverso i media, sull’interdizione delle adozioni, comprese denunce contro Putin per averla firmata. Dall’altra parte, i media “democratici” americani tradizionali hanno solo applaudito alla legge Magnitsky e alla decisione del presidente Obama di firmarla. E non è stata la prima volta che i principali quotidiani, televisioni e stazioni radio americani si siano manifestati sostenitori entusiasti di una nuova guerra fredda.

Sebbene l’establishment mediatico-politico accusi ciclicamente Putin, questo scivolamento verso una guerra fredda, anziché verso una partnership, con la Russia post-sovietica, cominciò circa un decennio prima che lui arrivasse al Kremlino – ovvero negli anni ’90, a Washington, sotto l’amministrazione Clinton. In verità il presidente Clinton diede inizio alle tre componenti principali di quella che è sempre rimasta la politica di Washington nei confronti della Russia, da George W. Bush fino ad Obama: l’espansione della NATO (che ora include installazioni di missili di difesa) fino ai confini della Russia; “cooperazione selettiva” che ha significato concessioni da Mosca senza atti rilevanti di reciprocità da parte degli USA; e interferenza, nel nome della “diffusione della democrazia” nella politica interna russa. Per vent’anni questa impostazione da guerra fredda ha avuto un fortissimo sostegno bipartisan tra i componenti della elite politica americana e i media principali.

Consideriamo l’episodio più recente, il preteso “reset” (ripristino) delle relazioni con Mosca di Obama del 2009, o “détente” (rilassamento), come fu chiamato in un altro periodo di guerra fredda. Obama voleva tre concessioni dal Kremlino: assistenza nel fornire forze NATO in Afganistan, sanzioni più severe contro l’Iran e l’astensione della Russia dal voto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riguardo alla no-fly zone sulla Libia. La Casa Bianca ha ottenuto tutte e tre le concessioni. In cambio la Russia voleva una fine ufficiale della espansione NATO verso le ex repubbliche sovietiche, un compromesso sulla difesa missilistica europea e una sospensione del diretto coinvolgimento americano nella vita politica russa. Invece ha ottenuto una intensificazione di tutte e tre le politiche trasgressive americane, ancora con l’approvazione unanime bipartisan e dei media.

Le cose non sono andate sempre così. Dagli anni ’60 fino agli anni ’90 accesi dibattiti hanno imperversato tra gli americani che proponevano maggiore freddezza e quelli che erano a favore di una distensione dei rapporti. Entrambe le parti trovavano sostegno nelle amministrazioni e nei Congressi di quegli anni, ed entrambe apparivano regolarmente sui principali contro-editoriali e sulle televisioni e radio nazionali. Il processo democratico stava funzionando, ed era in sé un rifiuto al sistema sovietico che proibiva questo tipo di dibattito pubblico.

Ora non più. Obama si è circondato di consiglieri sulla Russia, compresa l’attuale segretaria di Stato Hillary Clinton, sposata con l’iniziatore di questa politica ventennale. Per quanto riguarda il Congresso, da lungo tempo è diventato il bastione bipartisan di lobbisti, udienze, risoluzioni e legislazioni a favore della Guerra Fredda, con appena una manciata di rappresentanti della Camera – di cui pochissimi liberali o democratici progressisti – che protestano contro questa sconsiderata follia. Anche i movimenti fondamentali di pace e di disarmo dell’era precedente sono completamente scomparsi.

* * *

I media, considerando il loro ruolo essenziale nelle discussioni sulla sicurezza nazionale, sono stati in special modo colpevoli, violando i loro canoni professionali nella copertura delle questioni riguardanti la Russia. Attualmente gli editoriali dei quotidiani da una parte appoggiano la linea innatamente volta alla Guerra Fredda dell’amministrazione, e dall’altra protestano che sia troppo “morbida” col Kremlino. Opinioni discordanti raramente, o addirittura mai, trovano spazio sui contro-editoriali influenti o su televisione e radio nazionali (il discorso è lo stesso per le trasmissioni via cavo, persino MSNBC, e per quelle pubbliche). La parzialità degli editoriali si è persino diffusa alla cronaca. In particolare, la incessante demonizzazione di Putin da parte dei media, spesso illogica e non supportata da fatti concreti, ha quasi rimpiazzato una seria analisi multi dimensionale.

L’attenzione dei media è anche stata selettiva. La copertura delle dimostrazioni dell’anno scorso contro Putin per le strade di Mosca fu esaustiva, ma i corrispondenti USA ignorarono un nuovo straordinario tipo di protesta nella stessa capitale. Dal 18 al 27 Dicembre, studenti e facoltà della Russian State University of Trade and Economics (RGTEU) si opposero all’ingerenza ministeriale nella loro istituzione – il rettore, Sergei Baburin, una figura politica prominente, venne cacciato dal ministero – occupando il largo complesso giorno e notte, interrompendo l’occupazione solo per le vacanze russe, in attesa di un appello a Putin. Se la loro protesta si diffondesse ad altre università, la Russia potrebbe subire il suo primo sciopero studentesco di larga scala in decenni, con gravi conseguenze politiche.

Perché i media americani non hanno parlato di questa evoluzione di eventi? Forse perché gli studenti universitari e le facoltà, diversamente da alcuni protestanti eminenti, non hanno legami personali con la stampa americana e con i funzionari di Washington? O perché essi, al contrario di molti dei dimostranti dell’anno scorso, non sono dichiaratamente pro-occidente ma hanno un orientamento nazionalista? O perchè la ribellione dell’università è diretta non contro Putin (il loro slogan è “Putin – crediamo in te. Putin – salva la RGTEU”) ma contro il governo del primo ministro Dimitri Medvedev, un tempo favorito dalla Casa Bianca? Oppure tale complessità è troppo per la narrativa ortodossa dei media di una Russia post-comunista?

Quasi trent’anni fa, una copertura più pluralistica della Russia sovietica da parte dei media aiutò il presidente Ronald Reagan ad incontrare il suo leader, Mikhail Gorbachev, a metà strada, in uno sforzo congiunto teso ad abolire la Guerra Fredda per sempre (pensarono di aver avuto successo). Entrambi I leader incontrarono una forte opposizione da parte dei loro partiti e dei media dei rispettivi paesi, ma trovarono anche un importante sostegno. Forse troppo è cambiato – nella qualità della leadership, nelle élite politiche di Washington e Mosca, e nei metodi dei media americani – perché accada di nuovo.

Note:

Stephen F. Cohen è un professore emerito alla New York University e alla Princeton University. Il suo recente libro Soviet Fates and Lost Alternatives: From Stalinism to the New Cold War è stato pubblicato in edizione tascabile da Columbia.

Tradotto da Rossana Grilli per PeaceLink . Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l'autore della traduzione.
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