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"Bush criminale, Blair spaventoso". Intervista al drammaturgo inglese Harold Pinter

A 73 anni Harold Pinter, maestro riconosciuto nel mondo (e molto rappresentato dovunque) della scrittura per il teatro e per il cinema, non allenta nemmeno per un secondo la sua passione politica. E' diventato celebre a partire dal 1960 per i suoi testi dove protagonista e' una umanita' sotto la pressione di una minaccia oscura.
26 marzo 2004 - GIANFRANCO CAPITTA
Fonte: Il Manifesto, 26/3/2004

«George Bush è un criminale: gli Stati uniti sempre di più faranno quello che vogliono, sono un regno criminale dal mio punto di vista, sostenuto purtroppo dallo spaventoso governo del mio paese presieduto da Tony Blair, e sostenuto purtroppo anche dal vostro altrettanto spaventoso governo». Non usa mezzi termini Harold Pinter per esprimere il suo stato d'animo attuale di fronte a quanto sta succedendo. Tutto ciò lo turba talmente che dichiara di non voler più scrivere testi per il teatro, o meglio «di non esserne più capace». Ne ha già scritti 29 del resto, e molti di questi risultano tra i capolavori assoluti del 900. Non nasconde che il cancro da cui è stato affetto due anni fa ha cambiato la sua vita nel profondo, oltre ai fastidiosi strascichi fisici che gli ha lasciato, ma si impegna a non negarsi mai, «fino alla morte!», all'impegno politico e civile. «Si è fatta sempre più grottesca la differenza tra i ricchi e i poveri nel mondo: come cittadini dobbiamo combattere senza sosta contro questa diseguaglianza».

Non usa mezzi termini Pinter, e la sua dichiarazione di guerra a Bush, a Blair e a Berlusconi la butta in faccia alle autorità costituite che quei governi sostengono. Nella sua breve visita milanese per assistere alla messinscena di Vecchi tempi in questi giorni al Piccolo teatro, gli è stato consegnato un diploma dell'Accademia dei Filodrammatici che gli dedica una programmazione di due mesi, e alla cerimonia le sue dichiarazioni suscitano le reazioni infastidite e la fuga conseguente dell'assessore Carrubba che gli aveva appena consegnato l'Ambrogino d'oro di milanesità a nome dell'amministrazione comunale.

A 73 anni Harold Pinter, maestro riconosciuto nel mondo (e molto rappresentato dovunque) della scrittura per il teatro e per il cinema, ha dovuto smettere da due anni di giocare a tennis, che si limita a seguire da spettatore così come il cricket, ma non allenta nemmeno per un secondo la sua passione politica. D'altra parte è diventato celebre a partire dal 1960 proprio per quei suoi testi dove protagonista è una umanità sotto la pressione di una minaccia oscura. Dapprima ambientate nel chiuso di un ambiente familiare o magari condominiale, quelle sue commedie hanno allargato la propria ambientazione, fino ad assumere dagli anni ottanta il volto dichiaratamente politico di regimi totalitari. La sua «stanza di contenzione» è divenuta così la cella degli interrogatori di qualche malcapitato oppositore da parte di un aguzzino, o il salotto dissipato dove una borghesia ingorda e violenta gestisce in maniera cinica e cruenta lo stato di cui gestisce ogni potere come fosse un club privato. Una sorta di aghiacciante visione profetica, rileggere oggi Party Time, scritto nel 1992, in cui qualcuno ha riconosciuto la morte di Carlo Giuliani al G8 di Genova.

Con naturalezza quindi risponde, a chi gli chiede come sia evoluta la «minaccia» evocata nei suoi primi lavori, di guardarsi intorno, alle condizioni di vita di tutta l'umanità: lui, ricorda, non ha scritto altro per tutta la vita. E si aspetta un futuro ancora più triste se, alle prossime elezioni presidenziali, Bush dovesse sconfiggere il candidato democratico. La sua politica è già oggi una catastrofe, vincendo sarebbe libero di bombardare dove vuole. Ma anche sui «democratici» non si fa eccessive illusioni: «Anche Blair avrebbe dovuto essere un politico progressista, in realtà la sua scelta di sottomissione a Bush si è trasformata nella sfida mancante agli Usa che avrebbe potuto costituire».

«Gli Stati uniti - spiega Pinter pensieroso - prima hanno appoggiato il regime di Saddam e gli hanno fornito le armi chimiche, poi per farlo fuori quando è risultato scomodo hanno invaso l'Iraq. Ma quella invasione non è stata umanitaria né tanto meno liberatoria: aveva come solo scopo il petrolio. Ci sono dittatori da per tutto nel nostro pianeta, ma la risposta non può essere quella di uccidere diecimila civili, per liberarli. Li hanno liberati solamente della loro vita! Con una guerra che è contro ogni legge.»

Il suo sarcasmo è feroce come radicale è la sua posizione, con una unica speranza riposta nei diritti e nell'onestà dei cittadini di ogni parte del mondo. E qui fa un riferimento esplicito e commosso alla Spagna colpita dal terrorismo: «In Spagna i cittadini hanno trovato voce, e hanno buttato fuori Aznar che di quella guerra si era fatto complice». Ogni tanto torna su Blair, sulle sue iniziative sbagliate e sul suo decisionismo servile. In maniera molto inglese (e come sempre padrone impareggiabile dei tempi teatrali di una battuta e del suo effetto) sembra dispiaciuto di non aver mai avuto occasione di conoscere il signor Berlusconi. Per dichiarare subito dopo con un sorriso ineffabile: «E non vorrei neanche conoscerlo!».

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