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Gli incendi di oggi, gli incendi di domani

La rabbia sociale scatenatasi in seguito all’omicidio di Floyd non porterà a cambiamenti sostanziali sulla considerazione delle vite delle persone di colore in America
13 giugno 2020
John G. Russel
Fonte: Counterpuch - 08 giugno 2020

– L’accusa di “polizia violenta” non ci disturba affatto. Ancora non hanno visto niente.
1967, Walter Headley, capo della Polizia di Miami

– Possiamo reagire con asprezza e contrasti, e restare intrappolati nei peccati del nostro passato,  oppure possiamo far sì che la sofferenza si trasformi in progresso, e trovare la redenzione.
2014, Bill de Blasio a proposito dell’omicidio di Eric Garner avvenuto nel per mano della polizia

– Per favore, non siate troppo gentili. Come per esempio quando state mettendo qualcuno in macchina e gli proteggete la testa, avete presente, quel modo in cui gli mettete la mano sulla testa. Bene, io vi dico che la potete togliere la mano, ok?
2017, Donald Trump che si rivolge alle forze dell’ordine alla polizia di Long Island “scherzando” a proposito della violenza della polizia

Edifici in fiamme durante le rivolte di Watt, 1965

George Floyd è morto, ucciso da un poliziotto mentre altri tre colleghi erano presenti e non hanno fatto niente per difenderlo.

Eric Garner è morto, ucciso da un poliziotto mentre almeno altri sette gironzolavano lì intorno e non hanno fatto niente per difenderlo.

Nel corso dei decenni sono morti innumerevoli e incalcolabili uomini, donne e bambini di colore, uccisi mentre erano in custodia della polizia. Alcune di queste morti (e i loro preludi) sono state riprese dalle telecamere di telefoni cellulari e sono state postate sui social media. Molte altre no.

Ancora una volta una telecamera è stata testimone dell’uccisione di un essere umano di colore per mano della polizia. Non è un deep fake, nemmeno è una fake news, anche se molti preferirebbero che lo fosse. La prova è chiaramente documentata, tangibile come il respiro strappato via dai polmoni di Floyd e la disperazione implorante dei suoi rantoli di morte. Anche se Floyd fosse stato il tipico incontenibile orco nero che troviamo in così tanti rapporti della polizia; anche se avesse resistito all’arresto (una menzogna che era parte della prima versione della polizia e che poi è stata confutata dalle telecamere di sicurezza); anche se prima di venire ripreso dalla camera del cellulare di una diciassettenne fosse stato una gigante bestia furiosa, sballata di una di quelle sostanze illecite che la polizia abitualmente sfrutta per giustificare le sue aggressioni alle vite dei neri: nel video vediamo un uomo sottomesso, indifeso, che implora per la sua vita a degli uomini che si rifiutano di ascoltare, uomini che, per parafrasare la First Lady, “se ne fregano completamente” e che se ne sono sempre fregati.[1] Eppure, nonostante l’esistenza di questa prova, il Metroplitan Police Department, prima di decidere il tardivo arresto del loro compagno omicida in divisa Derek Chauvin (omen nomen,[2] aveva insistito sul fatto che si dovesse condurre “un’indagine”. Se voi, o io, o chiunque altro, forse a parte Donald Trump, sparasse a qualcuno sulla Fifth Avenue, è altamente improbabile che, videoregistrato o meno, venga arrestato sul colpo.[3] Ogni giorno persone di colore vengono arrestate e uccise per molto meno. Dylann Roof, l’assassino impenitente che ha ucciso nove persone di colore viene arrestato con calma e trattato con un pranzo di Burger King: Floyd, la cui presunta colpa era quella di avere usato una banconota falsa da 20 dollari, riceve una sentenza di morte extragiudiziale.

Non serve essere Warner von Braun – e nemmeno Elon Musk — per sapere come andrà a finire tutto questo, almeno che la rabbia sociale scatenatasi in seguito all’omicidio di Floyd non porti a dei cambiamenti sostanziali sulla considerazione delle vite delle persone di colore in America. L’amara realtà dei fatti è che dal 2013 al 2019 solo l’un percento dei casi di omicidio da parte della polizia si sono conclusi con delle accuse penali. Negli ultimi anni muovere delle accuse contro la polizia è addirittura diventato più difficile.

Anche questi fatti da soli basterebbero a spiegare lo sdegno che si è acceso con l’esecuzione pubblica di George Floyd. Sono scene che abbiamo già visto, ma stavolta c’è stato un crescendo nazionale di collera che forse non si vedeva dall’omicidio di Martin Luther King. L’uccisione di Floyd è anche, per molti americani, l’uccisione di un sogno.

Tendiamo a considerare le proteste violente come un’opzione inaccettabile, e gli contrapponiamo gli esemplari di disobbedienza civile pacifica di Thoureau, Gandhi e King. Eppure non sono stati il dialogo civile e le proteste pacifiche che hanno portato all’arresto di Derek Chauvin. È soltanto dopo la distruzione dei beni che Chauvin, e all’inizio soltanto Chauvin, è stato arrestato. È soltanto dopo circa nove giorni di proteste crescenti, sia pacifiche che violente, che gli altri agenti coinvolti nella sua morte sono stati definitivamente accusati, sebbene le possibilità effettive che qualcuno di loro venga condannato restano poche.

È una verità scomoda: la violenza provoca cambiamento e spesso il cambiamento è violento. Questa violenza non è mai unidirezionale. Quando delle proteste pacifiche diventano violente, all’inizio l’attenzione è sui manifestanti, ma alla fine si sposta sulla polizia, e sul controllo e sul “dominio” che questa esercita attraverso un uso sproporzionato della forza. Dalla California a Washington D.C. abbiamo già visto la polizia che attacca le folle pacifiche con granate stordenti, gas lacrimogeni e proiettili di gomma. A New York, in una scena che in modo inquietante ricordava Charlottesville, la polizia ha investito i protestanti con due SUV, senza che per fortuna ci siano stati decessi. I poliziotti pattugliano le strade avanzando come dei Juggernauts, malmenando chiunque si presenti sul loro cammino e proseguendo impuniti.

È triste dirlo, ma questa violenza oltraggiosa della polizia, mostrando in modo viscerale l’entità del problema di fronte cui ci troviamo, potrebbe servire a cambiare le idee e le opinioni: come è successo mezzo secolo fa, quando immagini di poliziotti che brandivano manganelli e aizzavano cani rabbiosi su chi protestava per i diritti umani (un’immagine recentemente evocata da Trump) avevano convinto molti americani bianchi che serviva un cambiamento (o l’apparenza di un cambiamento). La violenza dello stato, seppure ha un costo umano, fa emergere con estrema nitidezza le ragioni della protesta e potenzialmente ne aumenta il favore. Eppure, mentre l’uso della violenza non è unilaterale, le inchieste dei media sul suo uso lo sono: in un primo momento i media chiedono ai manifestanti di parlare delle violenze fatte in nome loro, li fanno sentire moralmente obbligati a rinnegarle, e in questo modo le presentano come una legittimazione per la risposta della polizia. È raro i giornalisti si rivolgano alla polizia con questo tipo di domande e con queste prospettive. Ma col crescere delle proteste la violenza della polizia si inasprisce, e gli stessi giornalisti si trovano ad esserne bersaglio, e anche questo incomincia a portare dei cambiamenti.

Se la storia ci insegna qualcosa, è che il potere quando fa i suoi calcoli non sta lì a sedere paziente conversando e abbeverandosi a esperienze formative. Al contrario, fa come Trump, e in modo brutale e prevedibile mena colpi alla cieca, si appella alla necessità di ristabilire il dominio, e di acchiappare la nazione per il collo: qualsiasi altro atteggiamento è visto come un segno di debolezza.

Purtroppo, chi è in posizioni di potere, inclusi i cosiddetti progressisti, si comporta come se non se ne accorgesse. Dopo aver dichiarato il “disgusto totale” nei confronti dei manifestanti violenti, il sindaco di Chicago, Lori Lightfoot ha continuato rassicurando «gli uomini e le donne della nostra forza di polizia: lo so che siete esausti, so anche che il vostro lavoro vi mette a rischio di ferirvi e di ammalarvi, e voglio che per voi sia chiaro che la vostra città è dalla vostra parte. Proteggeremo la nostra città e ci proteggeremo a vicenda.»

E le comunità nere di Chicago? Esauste per il semplice fatto di provare a vivere da neri, ogni giorno a rischio di ferirsi e ammalarsi per il semplice fatto di vivere in una società razzista, dove non solo la violenza della polizia è una routine, ma lo è anche il fatto che questa venga ignorata. “Proteggersi a vicenda”? Dillo alla famiglia di Laquan McDonald. Dillo alla famiglia di Paul O’Neal, Quintonio LeGrier, and Bettie Jones e di altre centinaia ancora. In un’indagine fatta dal Dipartimento di Giustizia nel 2017, si legge che in questo stesso dipartimento di polizia che Lightfoot vanta così entusiasticamente ci sia “una cultura pervasiva dell’insabbiamento, accettata dalle entità responsabili come un fatto immutabile piuttosto che come qualcosa da estirpare” (…) e “fa un uso eccessivo della forza” che non considera “aberrato”. Questo non somiglia proprio al ritratto di quella cultura di eroi che fa giuramento di proteggere la comunità. (Col crescere della protesta Lightfoot ha proposto delle riforme del Dipartimento di Polizia di Chicago, inclusa la supervisione di una parte civile, cosa a cui il sindacato dei poliziotti continua a opporsi). E mentre tutti, dagli Antifa agli agenti in incognito, ai suprematisti bianchi, sono stati accusati per la violenza, le ricerche dimostrano che spesso è proprio la risposta della polizia a trasformare le proteste pacifiche in proteste violente.

Questo non vuol dire che non ci siano dei poliziotti per bene, ma restano comunque rotelle di un ingranaggio violento, corrotto e ingiusto, e che soprattutto rifiuta di riformarsi in qualsiasi direzione significativa. Le scene di poliziotti che si mettono in ginocchio o che si tolgono le protezioni per supportare chi protesta sono scene potenti, ma quanti di questi si scaglierebbero contro i colleghi che fanno abuso di potere? Nel 2000 l’Istituto Nazionale di Giustizia ha prodotto un report che fa riflettere, dove si legge che “anche se i poliziotti non credono sia giusto coprire chi si comporta male, spesso questi ultimi non vengono comunque riportati dai colleghi.” Come potrebbe twittare Trump, a nessuno piacciono le TALPE. Al contrario, è più facile che si uniscano per stare dalla loro parte, come per esempio i poliziotti di Buffalo, New York, che si sono licenziati dalla loro squadra di controllo per le proteste (restando però nella forza armata) per supportare i colleghi che erano stati sospesi (non licenziati, attenzione, affinché questo avvenga bisogna aspettare “l’indagine”) per aver spinto a terra con violenza un uomo bianco di 75 anni rompendogli la testa. La dichiarazione ufficiale della polizia dice che l’uomo “è inciampato ed è caduto”.

Bill de Blasio, lo stesso sindaco di New York che nel 2014 aveva parlato del potere della trasformazione (vedi sopra), ha dato tutto il suo supporto al Dipartimento di Polizia di New York anche quando i suoi membri hanno investito dei protestanti con dei SUV. De Blasio ha esortato a non deumanizzare i poliziotti, eppure le loro azioni in seguito alle proteste nazionali dimostrano l’entità del disprezzo che questi provano nei confronti di chi dovrebbero invece “proteggere e servire.”

A livello nazionale, Robert O’Brien, il consigliere nazionale sulla sicurezza della Casa Bianca ha negato che i dipartimenti di polizia siano afflitti da un “razzismo sistematico”, e continua a sostenere che “il 99.9% degli agenti delle nostre forze dell’ordine siano degli americani eccellenti. E molti di loro sono Afroamericani, ispanici, asiatici, e lavorano in quartieri difficilissimi.” Comunque, O’Brien non riconosce che alcuni di questi americani eccellenti, come tre dei sei agenti coinvolti nella morte di Freddie Gray e altri Kapo neri, sono altrettanto complici del pestaggio e dell’uccisione dei residenti di queste comunità.

Nella fretta di placare le acque, quello che si dimentica è che queste false narrative, alcune delle quali sfidano la credulità, non solo contribuiscono a mantenere vivo il mito della difesa benevola, ma riciclano la retorica perdurante della patologia nera (black pathology) perpetrata da una forza di polizia incoraggiata e militarizzata che tenta di proteggersi dalle critiche. Floyd, come dice la prima prima versione dei fatti, “ha resistito all’arresto.” Siamo portati pensare che la sua morte non sia stata il risultato di un atto brutale della polizia, ma della sua stessa nerezza patologica: stando a un’autopsia preliminare effettuata dal medico legale statale, Floyd non è morto per asfissia, ma per una combinazione del contenimento della polizia e delle sue condizioni di salute preesistenti. In conclusione, Floyd ha concorso alla sua stessa morte.

Queste menzogne le abbiamo già sentite. Il medico legale nel caso di Eric Garner ha dichiarato che Garner è morto di “asma” e che era “predisposto a morbilità e mortalità,” arrivando alla conclusione che se fosse stato una persona sana sarebbe sopravvissuto alla presa al collo.

Questo gioco di prestigio verbale somiglia “all’incidente medico” inizialmente dichiarato dalla polizia nel caso di Floyd, e alla vantaggiosa omissione di come ci si fosse arrivati.

Come nel caso di Garner, quando Chauvin andrà in processo, si dirà che la morte di Floyd non era premeditata, come se questi professionisti “altamente qualificati” non fossero al corrente che quella presa avrebbe potuto avere delle conseguenze letali. E questo si dirà nonostante sia Floyd che quelli sulla scena non smettessero di implorarli: il fatto che i poliziotti abbiano ignorato questa la loro supplica, più che essere il riflesso del loro pessimo addestramento, è il riflesso della loro mentalità autoritaria, di quella stessa mentalità che adesso si esercita liberamente nelle città della nazione con gli scontri violenti della polizia contro i manifestanti pacifici e, sempre di più, con i giornalisti.

Come il nostro presidente autocratico, non solo i dipartimenti di polizia della nazione pensano che i manifestanti siano dei “malviventi”, e che meritano un trattamento abusivo (ricordiamo che lo scherzo di Trump sopra citato è stato accolto con risate ed applausi dai poliziotti presenti), ma vedono le proteste come dei campi di battaglia e i giornalisti che se ne occupano come dei nemici del popolo. Di nuovo, questo non sorprende: Chelsea Manning e Julian Assange ci hanno mostrato cosa succede ai giornalisti (e ai civili) nelle zone di guerra quando sono testimoni delle atrocità commesse dall’America.

Detto questo, non è che i media non abbiano colpa, ma le loro colpe non sono intimidazione ed eccesso di violenza, bensì arroganza e ingenuità. Mentre scrivo il corpo di George Floyd deve ancora essere sotterato, ma dopo il riconoscimento tardivo della sua umanità i media popolari hanno già spostato l’attenzione sulla celebrazione della loro stessa umanità. Vedere i media che si concentrano sulle lacrime dei loro giornalisti è un’esperienza che scuote. Sì, anche loro sono esseri umani: non c’è niente di sbagliato sul fatto che mandino in onda la loro umanità, e che le loro lacrime diventino una testimonianza eloquente del trauma nazionale. Ma questi momenti, per quanto emozionanti, non devono essere ridotti a titoli acchiappa-click. Forse nel tentativo di umanizzarsi agli occhi di quegli americani che hanno assorbito l’etichetta data da Trump ai giornalisti, quella di “nemici del popolo”, i media hanno sentito il bisogno di dimostrare che anche loro piangono, e che sanguinano. E mentre la società non sembra aver abboccato per intero alla retorica anti-stampa di Trump, pare che la polizia l’abbia completamente assorbita. Città dopo città, gli inviati che si occupano delle proteste sono stati arrestati e trattati brutalmente.

Comunque sia, né le lacrime né le preghiere offrono una soluzione effettiva al problema di razza e polizia, e neppure al trauma collettivo inflitto in America alle persone nere e di colore. Ed è questo trauma collettivo intergenerazionale che mi preme di più. Mi preoccupo del costante trauma psichico causato dalle continue immagini di morti di colore (incluso il riciclo delle immagini dell’omicidio brutale di Floyd) sui bambini neri, e su tutti quelli che testimoniano dal vivo il disprezzo spietato col quale le vite dei neri vengono considerate. Quando ci sono tragedie come Sandy Hook e Parkland strike, seguono sempre delle storie individuali di come questi eventi abbiano influenzato i  bambini bianchi. Ma dove sono le interviste che esplorano il dolore dei bambini di colore, che mettono a nudo la profondità del loro lutto collettivo e del loro trauma, che danno voce alle loro speranze e ai loro sogni? Sogni che non sono rinviati, ma sotterrati con ogni corpo nero e di colore stroncato dalla violenza della polizia e dalla paranoia bianca, dal silenzio e dall’indifferenza bianca.

Immagina di vivere in un paese che orgogliosamente si vende come “il più grande sulla terra,” dove sei visto come una minaccia, un delinquente, come semplicemente un’altra morte in un’operazione ben riuscita della polizia. Ci vorrà molto di più proteste pacifiche e sommosse per sistemare queste cose, perché nonostante l’illusione di progresso, sembra sempre di tornare verso il passato, un passato che di fatti non è mai trascorso. E la prossima volta ci saranno più incendi, e la prossima volta ancora…

Note: [1] Riferimento alla giacca che Melania Trump nel giugno del 2018 a McAllen in Texas, in occasione di una visita ai bambini immigrati che erano stati separati dai genitori per decisone del governo Trump. La giacca in questione portava la scritta “I don’t really care, do you?” (Non me ne frega niente. E a te?).< Nonostante gli sforzi della sua portavoce di sottolineare come quell’abbigliamento non avesse alcun significato, quando in un’intervista le è stato chiesto di parlare di questa scelta infelice (specie data la situazione in cui l’ha indossata) Melania ha dichiarato che si trattava proprio di un messaggio per i giornalisti e per i politici di sinistra che la criticano.
[2] N. Chauvin, granatiere dell'età napoleonica diventato simbolo del patriota fanatico e dal cui nome deriva la parola sciovinismo.
[3] Riferimento a Trump che durante la campagna presidenziale si era vantato della sua presunta immunità e del fatto che a suo parere, anche se avesse sparato a qualcuno nel bel mezzo della Fifth Avenue non avrebbe perso nessuno dei suoi sostenitori (https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Donald-Trump-senza-freni-Potrei-sparare-a-uno-e-non-perdere-consensi-6a29d437-00ab-4455-902d-602dc35b475d.html)
Tradotto da Laura Matilde Mannino per PeaceLink. Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l'autore della traduzione.
N.d.T.: Titolo originale: The Fires This Time and Next

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