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L'invenzione del razzismo

Da sempre le persone reputano superiore il loro gruppo. Ma solo l'idea di razze diverse consentì di motivare e imporre quest'impressione
11 ottobre 2020
Vanessa Vu
Tradotto da Stefano Porreca per PeaceLink
Fonte: Zeit Online - 13 giugno 2018

Castigo de Escravos, Jacques Etienne Arago - século XIX

C'è un disegno del primo XIX secolo che ritrae la schiava brasiliana Anastácia. Intorno al collo, porta un anello di metallo a guisa di collare per cani. Sulla sua bocca è fissato un pezzo di latta saldamente legato all'occipite da cordini che passano sopra le guance e la fronte. Il pezzo di latta prosegue all'interno della bocca, tra la lingua e la mascella. È la máscara de flandres, uno strumento di tortura: impediva agli schiavi di mangiare, bere e parlare gli uni con gli altri.

Questa maschera fu adoperata per più di 300 anni. Per la psicanalista e artista Grada Kilomba, nessun altro simbolo come la máscara de flandres allude al progetto coloniale e al funzionamento del razzismo: il potere da una parte, l'impotenza dall'altra, e tra questi il silenzio. Cosa gli schiavisti bianchi sarebbero stati costretti ad ascoltare se gli schiavi neri avessero potuto parlare?

Sensi di colpa e vergogna

Oggi i colonizzatori non ci sono più, gli schiavi sono liberi. Questi, però, seguitano a indossare la maschera, sostiene Kilomba. Le maschere sono solo divenute invisibili. Fino a oggi, quelli che portano questa maschera spesso sono muti e impotenti. Giacché quelli che gliela impongono continuano a temere le loro parole. E sono tormentati dai sensi di colpa e dalla vergogna. 

Di fatto, il razzismo non deve esistere. La Legge fondamentale tedesca e tutte le altre Costituzioni liberali lo proibiscono. "In Germania, come altrove, la xenofobia, il razzismo e l'antisemitismo non devono avere spazio", ha affermato la cancelliera federale al 25esimo anniversario dell'attacco incendiario di matrice razzista di Solingen.

Ma la realtà appare in modo diverso. "Quando le persone mi apprezzano, sostengono che lo fanno malgrado il mio colore. Quando non gli piaccio, sottolineano che non è a causa del mio colore." Così si espresse nel 1952 il teorico Frantz Fanon, che nacque nella Martinica un tempo colonia francese e che qui, da nero, nonostante l'equiparazione giuridica, fu trattato con condiscendenza. È l'esperienza di molti anche oggi, incluso in Germania: è il caso, per esempio, di Amaniel, il cui collega gli ha messo delle banane sulla sua postazione di lavoro e contemporaneamente imitava il verso delle scimmie, di Burak, che deve scrivere molte più domande di assunzione rispetto a Bernd, oppure di Ismail, che deve cercare un appartamento più a lungo di Hanna, e la polizia controlla senza motivo più spesso un Pakka che un Paul.

Il razzismo è forse l'ideologia silenziosa e più potente della storia dell'umanità. Com'è potuto accadere?

Dal punto di vista biologico, oggi gli scienziati concordano sul fatto che non esistano razze umane differenti, delimitabili. Si tratta anzi di una "fantasticheria ideologica", scrive il sociologo Wulf D. Hund. Che vide la luce con la violenza coloniale e fu sistematizzata ed elevata al fallace rango di dato di fatto dimostrabile dall'Illuminismo del XVIII secolo. 

Per secoli le persone sono riuscite a vivere senza il razzismo. L'esigenza, tuttavia, di mettere in risalto se stessi e il proprio gruppo sminuendo altri è sempre esistita. In molte lingue la parola "io" è identica alla parola "persona". Nella logica della lingua tutti gli altri non sono neppure persone. E da sempre gli uomini si combattono, dopo le guerre i vincitori impongono la loro cultura ai vinti o li riducono in schiavitù. Ma a decidere chi era il vincitore e chi lo sconfitto non era nessuna differenza fisica. A lungo furono irrilevanti.

La svolta arrivò col Medioevo

Nell'Europa antica, per esempio, le persone colsero certamente delle differenze tra le loro carnagioni, ma la diversità non regolava la loro convivenza. Il confine, secondo lo storico Christian Geulen, correva altrove, per esempio tra gli Elleni all'interno della sfera d'influenza greca e i barbari al di là della stessa. Sia gli uni che gli altri appartenevano alla società del mondo antico, benché Aristotele definisse i barbari schiavi per natura e Alessandro Magno fosse del parere che andassero trattati come animali. Erano pregiudizi, tuttavia non immutabili: i barbari potevano diventare Elleni "e né ad Aristotele e non a un greco sarebbe passato per la mente che senza i barbari il mondo sarebbe stato migliore", scrive Geulen. In modo simile la pensavano anche i Romani, che più tardi conquistarono gli stati ellenistici.

Le cose non mutarono neppure quando quest'ultimi estesero il loro raggio d'azione fino al Reno e sulle cui sponde si imbatterono nei Germani. Li sottomisero al pari dei Galli e dei Celti - ma non perché i Germani si differenziassero da loro fisicamente, bensì perché i Romani li reputavano sciocchi e selvaggi.

La svolta ebbe inizio col Medioevo cristiano. Nell'ordinamento del mondo di Aristotele c'era posto per tutti, sebbene non con gli stessi diritti. I cristiani del Medioevo, invece, pretesero per la prima volta che la loro religione fosse l'unica vera religione per tutti. Chi non intendeva farvi parte, era denigrato e, dalla prospettiva dei cristiani, minacciava di infiltrarsi nel loro gruppo e perciò di annichilirlo. Al nuovo pensiero, Agostino, altri eruditi e scolastici procurarono un fondamento teologico. La convivenza tra gruppi diversi, che fino a quel momento era stata ovvia, da costoro fu dichiarata un pericolo.

La questione del sangue puro

Questa concezione fu importante per ciò che a partire dall'Età moderna si sarebbe sviluppata in un'ideologia di nome razzismo. A quest'altezza cronologica prendono avvio gli sforzi di stabilire una differenza essenziale tra sé e i presunti diversi, al fine di motivare la propria superiorità e ricavarne un diritto esclusivo a esercitare il potere e a disporre delle risorse.

C'è un anno che spicca particolarmente, il 1492. Il decreto dell'Alhambra dispose la conversione forzata degli ebrei che vivevano nell'odierno territorio spagnolo. Con questo atto i cristiani portarono a termine la Reconquista, la riappropriazione del Paese in cui, precedentemente, cristiani, ebrei e musulmani avevano per secoli convissuto perlopiù in modo pacifico.

Ciò nonostante, i cristiani non prestarono fede alle loro regole, il timore degli intrusi, che nel frattempo aveva trovato una spiegazione teologica, era troppo forte. Essi sospettavano che gli ebrei convertiti avessero aderito solo superficialmente al cristianesimo e continuassero a vivere in segreto il loro giudaismo. Il battesimo e la confessione di fede da soli non ebbero più valore. La questione della "fede pura" divenne una questione di "purezza di sangue", di limpieza de sangre. Il sospetto di sangue impuro poteva cadere su chiunque, dalla popolazione rurale fino alla nobiltà. La conseguenza spesso era l'annientamento sul patibolo. A quel tempo affiorò per la prima volta anche il concetto di razza. Serviva a scovare i gruppi da convertire. 

La diversità come minaccia

Quanto ebbe inizio in Spagna proseguì in ogni luogo d'Europa e con l'espansione europea. All'epoca, con tre religioni mondiali e grandi navigazioni oceaniche, la Spagna era un importante centro ed esportava di buon grado le sue idee. Specularmente, gli altri Paesi erano interessati alle strategie spagnole. L'Europa si stava ridisegnando, la Chiesa si disgregava. Si voleva pertanto sapere come in mezzo al caos agisse la Spagna. E ivi la diversità era considerata una minaccia per la propria sopravvivenza - tanto più che, dopo la circumnavigazione del globo intrapresa da Ferdinando Magellano nel XVI secolo, gli spagnoli avevano compreso che la terra era una sfera sulla quale c'era posto solo per pochi. Erano costretti a condividere il pianeta - e non ne avevano intenzione.

Allora la concezione in fase di maturazione di diverse razze umane giunse a proposito. Con quest'idea essi poterono giustificare le brutali annessioni in patria e la schiavitù e lo sfruttamento nelle altre parti del mondo. Ben presto si ritenne che gli uomini di altre presunte razze non soltanto fossero impuri e pericolosi, bensì anche pigri e governati dagli istinti. Agli altri, soprattutto agli schiavi neri, si imputò tutto ciò che non si voleva o non si doveva essere in prima persona. Le caricature e le storie inventate sui cannibali infiorettarono quest'immagine. È vero che la vera e propria dottrina delle razze fu enunciata soltanto più tardi, tuttavia, già allora, i suoi tratti precipui legittimarono un efficientissimo sistema di potere con una tratta degli schiavi mondiale.

La ricerca di qualcosa che non poteva esserci

L'idea che gli altri fossero fondamentalmente diversi da sé si insinuò così a fondo nelle coscienze che alcuni europei arrivarono a considerare l'educazione e la civilizzazione degli schiavi come un loro dovere morale. Altri ancora iniziarono a studiare i presunti primitivi. Furono i primordi dell'etnologia. Non di rado gli etnologi svolsero ricerche su incarico dei colonizzatori, che intendevano meglio comprendere la loro zona d'influenza allo scopo di assoggettare più efficacemente le persone al suo interno.

Nel XVIII secolo fu la volta degli illuministi, che chiesero libertà, uguaglianza e fraternità per tutti gli uomini. Il che non minò il nascente razzismo. Iniziò, invece, la ricerca di qualcosa che non poteva esserci: le prove scientifiche dell'esistenza e la disparità delle razze.

La ricerca cominciò con le apparenze. "L’umanità è al suo grado maggiore di perfezione nella razza dei bianchi”, asserì Immanuel Kant. "I gialli", così il filosofo, possiedono scarso talento e i neri non hanno "per natura sentimenti che non siano puerili". Taluni crederono di aver trovato la spiegazione nel clima: quello temperato dell'Europa, sostenevano, favorisce la nascita di civiltà progredite, mentre il caldo rende pigri e il freddo insensibili. Talaltri crearono la figura del buon selvaggio che vive in una sorta di stato primitivo naturale. Per contro, gli europei sono moralmente corrotti. Più tardi gli antropologi incominciarono a voler dimostrare la differenza nei corpi. Cranio, mascella, forma del naso - tutto passò sotto i righelli dei ricercatori e in lunghe tabelle che in seguito sarebbero finite nei manuali del nazionalsocialismo. 

Che nessuna di queste argomentazioni fosse attendibile, in nessun momento dissuase i fruitori della ricerca dal prenderle sul serio. Ciò che non era adatto, veniva adattato, le discrepanze erano tralasciate. E quando, come negli ebrei, nella vita di tutti i giorni ed esteriormente non si riuscì a individuare delle differenze, nei disegni della propaganda nazista gli furono affibbiati nasi adunchi, volti rabbiosi e, nella vita reale dal 1939 in poi, la stella di Davide. Affinché fossero pur sempre distinguibili alla vista.

Nuove aspettative furono suscitate dalla scoperta dei geni, dallo sguardo nelle profondità più recondite dell'uomo: è forse qui, nel componente più piccolo, che si potrebbe dimostrare un'inoppugnabile diversità delle razze? La paranoia della Reconquista spagnola è a tutt'oggi viva. Nella sua forma più estrema dà origine all'"ipocondria sociale", come la definisce lo psicanalista e antropologo francese Pierre-Yves Gaudard: alla radicata paura che i tratti caratterizzanti di razze diverse e peggiori rispetto alla propria siano in qualche modo trasmissibili. È così che si spiega l'impeto del razzismo nel XX secolo, che condusse a genocidi perpetrati contro milioni di ebrei, rom, sinti, neri e molti altri.

Tuttavia, neppure la genetica procacciò ai pregiudizi la conferma sperata, il genoma umano si rivelò troppo complesso. Gli esseri umani si sono sempre e ovunque spostati da un continente a quello contiguo e hanno procreato con persone di altri gruppi. Questa eterogeneità si riflette nel Dna dei discendenti. Se confrontassimo il Dna di tutte le persone che i bianchi definiscono neri o che definiscono se stesse in tal modo, non riusciremmo a trovare alcuna differenza significativa con, per esempio, i bianchi o gli asiatici. Ciò malgrado, al fine di identificare e categorizzare, le persone hanno imparato a privilegiare una manciata di caratteristiche esteriori e a trascurare altre, per esempio la forma del piede o il tono della voce.

Il razzismo può essere sconfitto

Il razzismo era e rimane un’ideologia. Un modo di vedere il mondo trasmesso dalla società. Da secoli esiste l’ideologia secondo cui a giustificare lo status nel mondo ci sono alcune differenze fondamentali tra le persone. Tali differenze vengono ricondotte talvolta alle apparenze, talaltra al sangue o ai geni, o anche alle presunte origini, cultura o religione. La conseguenza è la stessa del Medioevo: gli altri mettono a repentaglio il proprio gruppo e devono andarsene.

In definitiva il razzismo, dunque, scaturisce dalla ricerca stessa delle differenze. Dal proposito di voler vedere una disparità che colloca costantemente il proprio gruppo al di sopra dell’altro. In realtà, si è sempre trattato del potere e del suo abuso. Denaro, lavoro, spazi abitativi, partecipazione culturale e politica sono preziosi. Il razzismo contribuisce a decidere a chi spetta cosa.

Ne consegue però che il razzismo non è un difetto dell’essere umano, una malattia incurabile. È un’invenzione degli uomini. Ecco perché questi possono anche sconfiggerlo.

Tradotto da Stefano Porreca, revisione di Giacomo Alessandroni per PeaceLink. Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l'autore della traduzione.
N.d.T.: Titolo originale: Die Erfindung des Rassismus

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