In tantissimi per la ventesima Cerimonia Congiunta dei Combattenti per la Pace
Importante la data, che come per tutte le altre edizioni ha coinciso con il giorno del Yom Hazikarom, in cui Israele ricorda i suoi morti da quando esiste come Stato. Anche quest’anno, quasi in coincidenza con l’inizio della Memorial Ceremony, le sirene hanno risuonato per tutta Israele, l’intera nazione si è fermata e tutti tutti tutti hanno smesso qualsiasi cosa stessero facendo per mettersi fermi immobili sull’attenti per un minuto. Un minuto che ha inaugurato l’inizio della celebrazione più solenne dell’anno, persino più solenne del Giorno della Memoria, la Yom Ha Shoah che si è celebrato pochi giorni fa. In effetti dal 1948 ad oggi di morti e feriti in terra d’Israele se ne contano a decine di migliaia, come qualche giorno fa quantificava con puntigliosa precisione un articolo del Jerusalem Post che potete leggere qui. Una celebrazione che come tutti gli anni è proseguita più solenne che mai anche il giorno dopo, con le processioni ai vari cimiteri militari, le bandierine listate a lutto, le manifestazioni di corale cordoglio. E domani il tutto culminerà con la Festa dell’Indipendenza, momento dell’anno quanto mai carico di valori militari.
E dunque immaginiamo cosa possa essere stato per un’organizzazione come i Combattenti per la Pace decidere di inaugurare vent’anni fa il loro progetto di congiunto attivismo di pace tra ex militari israeliani ed ex detenuti/militanti palestinesi, proprio in coincidenza con una simile scadenza: consapevolmente sfidando quella narrazione unilaterale del dolore che era da sempre la cifra del Yom Hazikaron e arrivando addirittura a proporre una solidarietà o come minimo un rispecchiamento nel dolore del fronte nemico, non meno colpito dalla stessa spirale di violenza.
La prima edizione li vide infatti in pochi, come uno dei fondatori, Sulaiman Khatib, ama spesso ricordare. Le polemiche e persino i presidi di protesta non sono mai mancati man mano che questa Joint Ceremony guadagnava adesioni, fino a raggiungere le 15 mila presenze in un parco centralissimo di Tel Aviv, nell’edizione precedente al 7 ottobre, disturbatissima dagli oppositori.
La situazione di particolare tensione di quest’anno, come già per l’anno scorso, ha di nuovo imposto agli organizzatori la scelta di uno spazio chiuso, in un teatro di Giaffa appunto, e solo per inviti e però fruibile anche in streaming, registrandosi sia individualmente che come “sedi ospitanti”. Ancora non sappiamo quante siano state in tutto le visualizzazione, ma ben 160 sono state appunto le platee oltre a quella di Giaffa: venti postazioni in Israele grazie alla collaborazione dell’organizzazione “sorella” Standing Together, parecchie anche in Cisgiordania, la maggior parte nelle varie cappelle della diaspora ebraico-palestinese sparse in Canada, USA, Europa, con ben nove situazioni in Germania, e poi in Francia, Spagna, Belgio, dove la proiezione è stata organizzata addirittura al Parlamento Europeo! Per l’Italia non possiamo non menzionare il bel collegamento virtuale organizzato da Ilaria Olimpico insieme a Uri Noy Meir per Imaginaction, e la piccola cittadina di Chiavenna in Valtellina, con una forte tradizione di pacifismo.
Quest’anno il tema era “Scegliere l’umanità, scegliere la speranza” e sul palco si sono alternate le testimonianze del palestinese Sayel Jabarin, da Beit Jala, seguita da quella del giovane israeliano Liel Fishbein sopravvissuto al massacro nel Kibbutz Be’eri, dove ha perso l’amatissima sorella … e poi quella del palestinese Mousa Hetawi (in video messaggio causa divieto di ingresso in Israele) che nell’ultimo anno di guerra a Gaza ha perso 28 membri della sua famiglia. Di nuovo la straziante storia dell’israeliana Liat Atzili, tra le prime ad essere liberata tra gli ostaggi, solo per scoprire la morte del marito e delle figlie e infine il contributo di un’attivista palestinese che ha preferito l’anonimato, letto dalla compagna Amani Hamdan: impressionante rosario di perdite, dolore, distruzione, macerie, amputazioni, illuminato però dalla “speranza che qualcosa possa sempre rinascere, anche dai detriti …”
La conduzione della serata, come sempre in arabo ed ebraico con sottotitoli in entrambe le lingue (oltre che in inglese) è stata condivisa tra Fida Shehadeh e Shira Geffen, entrambe ben note nel mondo dell’attivismo israelo-palestinese: la prima impegnata nel movimento “Hutwa Group” che si oppone all’esproprio e demolizione delle case, sempre più frequenti anche in Israele, la seconda attrice e scrittrice dichiaratamente pacifista.
Non sono mancati anche quest’anno i tentativi di boicottaggio, alcuni anche piuttosto violenti. In merito ecco il comunicato diffuso in serata dalla coalizione It’s Time che sta organizzando il People’s Peace Summit dell’8-9 maggio: “Questa sera, varie azioni di disturbo hanno tentato di ostacolare lo svolgimento della Joint Memorial Ceremony organizzata come ogni anno dai Combatants for Peace insieme al Parents Circle Families Forum, entrambe organizzazioni da sempre impegnate per la fine della guerra, il ritorno a casa di tutti gli ostaggi e per una pace duratura su basi di reale giustizia per tutti. Tutti noi che aderiamo a questo ‘campo di pace’ non possiamo più tollerare queste intimidazioni. Invitiamo tutti e tutte a partecipare al più grande evento di pace mai organizzato prima d’ora in Medio Oriente, con il People’s Peace Summit che si svolgerà l’8 e il 9 maggio a Gerusalemme. Aggiungi alla nostra anche la tua voce, perché il nostro appello di pace possa farsi coro e una volta per tutte impossibile da silenziare.”
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