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Annuario della pace 2004

L’esportazione italiana di armi e le iniziative della società civile

30 novembre 2004 - Giorgio Beretta

C’era molta attesa per la pubblicazione della Relazione governativa 2004 sulle esportazioni di armi italiane. Nel giugno scorso, infatti, si è concluso l’iter parlamentare che ha condotto alla modifica della legge 185/1990 sull’esportazione, importazione e il transito dei materiali di armamento1. L’originario disegno di legge governativo intendeva apportare sostanziali cambiamenti alla normativa che per oltre un decennio ha regolamentato l’esportazione italiana di armi. Ma la protesta della società civile, confluita nella campagna “Contro i mercati di armi, difendiamo la 185”, aveva costretto il governo a rivedere il disegno di legge ed era riuscita a limitare buona parte dei danni della proposta di revisione. L’attesa nei confronti della Relazione governativa era dunque forte, soprattutto per verificare quanto della documentazione presente nelle relazioni degli anni precedenti fosse ancora accessibile e quali novità sarebbero state introdotte a seguito della modifica della legge. Le novità, dunque.

La Relazione 2004 sull’export di armi

Va detto subito che la Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento e dei prodotti ad alta tecnologia trasmessa dalla Presidenza del Consiglio al Parlamento nel marzo scorso, a parte alcuni correttivi minori, non presenta cambiamenti di rilievo e documenta puntualmente l’attività italiana di import-export di armi del 2003. Le 460 pagine della Relazione sono tuttora ricche di dati e tabelle dei diversi ministeri competenti, e quest’anno riportano anche un allegato con Informazioni relative ai programmi di coproduzione intergovernativa: una positiva novità rispetto agli anni scorsi, segno che la domanda di trasparenza su questa materia sollevata dalla campagna ha sortito il suo effetto. Uno dei dati più attesi riguardava, inoltre, la documentazione circa le “licenze globali di progetto” rilasciate dal governo: un cambiamento della legislazione che era stato introdotto su pressione dell’industria armiera italiana. Al riguardo, pagina 15 della Relazione riferisce in due righe e senza alcun commento che “nel 2003 non sono state effettuate operazioni di esportazione e di importazione di materiali autorizzati con licenza globale di progetto”. Un fatto che, se assommato a quello della Relazione sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea nel 2003, nella quale non appare alcun cenno della ratifica dell’Accordo di Farnborough per la “ristrutturazione dell’industria europea della Difesa” - accordo che aveva innescato il processo di revisione della legge 185 -, fa sorgere il dubbio - ripetutamente sollevato dalla Campagna in difesa della legge - che le modifiche della normativa non fossero dettate dall’urgenza di dare un ordine legislativo ad accordi in atto tra industrie italiane e di altri Paesi europei, bensì dalla volontà di ridurre i controlli e la trasparenza garantiti da una legislazione rigorosa che la lobby armiera ha sempre considerato “restrittiva” e penalizzante l’industria italiana del settore.
E proprio nell’ambito dei “programmi internazionali di coproduzione” troviamo un’informazione sulla quale occorre soffermarsi. La Relazione riporta, infatti, che 11 delle operazioni di autorizzazione all’esportazione definitiva riconducibili a programmi internazionali di coproduzioni, che in totale ammontano a 93,9 milioni di euro, sono state rilasciate “con destinazione finale Arabia saudita, per un controvalore di 91 milioni di euro rientranti nel programma Tornado”. Programma al quale - riferisce la Relazione - partecipano anche la Germania e il Regno unito. Si tratta dei cacciabombardieri Tornado esportati fino al 1998 dalla Gran Bretagna con il megacontratto “Al Yamamah” (La Colomba): “120 aerei in cambio di 400mila barili di petrolio al giorno”, ricorda Francesco Terreri. Una commessa in base alla quale il ministero della Difesa della Gran Bretagna sta indagando sulla Bae System, la principale industria armiera britannica, per sospetta corruzione di prominenti personaggi dell’Arabia saudita, ai quali sarebbero stati pagati 60 milioni di sterline (quasi 90 milioni di euro) di bustarelle. Un programma, insomma, sul quale andrebbe fatta luce anche da parte del nostro governo.

L’esportazione italiana di armi del 2003

Ma i dati preoccupanti della Relazione 2004 non finiscono qui2. In un’annata che registra il forte aumento delle consegne effettuate nel 2003 - che crescono quasi del 30% rispetto all’anno precedente passando dai 487,2 milioni di euro del 2002 ai 629,6 milioni di euro dello scorso anno - sono soprattutto le nuove autorizzazioni a destare numerosi interrogativi. Innanzitutto l’ammontare delle autorizzazioni all’esportazione rilasciate dal governo per l’anno 2003 fa segnalare la cifra record dell’ultimo quadriennio, toccando 1,282 miliardi di euro con un incremento che sfiora il 40% (39,36%) rispetto ai 920 milioni di euro del 2002, quando già si era registrato un aumento del 6,6% in confronto al 2001, anno in cui le autorizzazioni erano di circa 863 milioni di euro. Autorizzazioni, quelle del 2003, che per il 72,3% riguardano Paesi non Nato e per il 53% sono rilasciate per contratti verso Paesi del Sud del mondo, spesso nelle ‘aree calde’ del pianeta.
Se poi passiamo ad esaminare la lunga lista dei 60 Paesi destinatari delle armi made in Italy emerge ancor più chiaramente la scarsità di restrizioni governative. Infatti, se al primo posto del portafoglio d’ordini compare la Grecia che acquista 12 velivoli da trasporto C27J in versione militare dell’Alenia aeronautica (gruppo Finmeccanica) ed altro materiale per un valore di circa 248 milioni di euro (pari a quasi il 20% del totale), la lista delle autorizzazioni prosegue con tre Paesi che sono ai primi posti nelle graduatorie delle violazioni dei diritti umani e delle restrizioni delle libertà civili: la Malesia, destinataria di commesse per circa 166 milioni di euro; la Cina, che riceve autorizzazioni per oltre 127 milioni, e l’Arabia saudita con 109 milioni di euro. Tre autorizzazioni che sommate rappresentano quasi il 30% del totale delle commesse e sulle quali sono stati sollevati interrogativi da parte delle associazioni che chiedono da tempo un’applicazione rigorosa della legge 185. Dai vari rapporti di Human Right Watch si apprende, infatti, che in Malesia, dove per vent’anni è perdurato il regime autoritario del Primo ministro Mahathir bin Mohamad, vi sono tuttora “detenzioni arbitrarie di oppositori politici, maltrattamenti e casi di tortura”, e Reporter senza frontiere segnala le persistenti limitazioni alla libertà di stampa del paese asiatico. Per la Relazione governativa, invece, la Malesia rappresenta “un mercato di notevole interesse per la produzione italiana” destinatario di una “rilevante fornitura di siluri tipo Black Shark della Whitehead Alenia per un ammontare di oltre 87,5 milioni di euro”.
Ancor più esplicita è la violazione della legge italiana ed europea sul commercio delle armi da parte del governo nel caso della Cina3. La riforma della legge 185/90 apportata lo scorso giugno prevede infatti che l’Italia non esporti armi a Paesi “nei cui confronti sia stato dichiarato l’embargo totale o parziale delle forniture belliche da parte delle Nazioni unite o dell’Unione europea”. E proprio verso la Repubblica popolare cinese è in vigore un embargo di armi deciso dalla Comunità europea già nel 1989 dopo la strage di piazza Tienanmen e riconfermato lo scorso dicembre dal voto e da una specifica dichiarazione del Parlamento europeo (approvata con 373 voti a favore, 32 contrari e 29 astensioni) nella quale si afferma che “la situazione dei diritti umani in Cina resta insoddisfacente, le violazioni delle libertà fondamentali continuano, così come continuano le torture, i maltrattamenti e le detenzioni arbitrarie”. Una denuncia ribadita, tra l’altro, da un documento ufficiale presentato a Bruxelles da Amnesty International che sottolinea come “la situazione dei diritti umani in Cina presenta ancora un quadro terrificante”. Viene da chiedersi, perciò, in base a quali criteri l’attuale governo possa permettere la vendita di armi italiane alla Cina: si tratta di sette autorizzazioni per oltre 22,8 milioni di euro rilasciate nel 2002, alle quali ne vanno aggiunte altre tre rilasciate lo scorso anno del valore complessivo ben 127 milioni di euro. Stupisce perciò trovare scritto a pagina 16 della Relazione governativa che “anche nel 2003, fra le autorizzazioni rilasciate, oltre a non esserci alcun Paese rientrante nelle categorie indicate nell’articolo 1 della legge (quello dei divieti, ndr), il governo ha mantenuto una posizione di cautela verso i Paesi in stato di tensione”. Il governo si sarebbe avvalso “per i casi più delicati” del contributo di un “Comitato interdirezionale costituito all’interno del ministero degli Affari esteri e presieduto dal sottosegretario di Stato delegato”. A ciò va anche aggiunto che, probabilmente entro il settembre 2004, il Parlamento italiano ratificherà con la Cina un accordo “nel campo della tecnologia e degli equipaggiamenti militari” che prevede, tra l’altro, “acquisizioni e produzioni congiunte di equipaggiamenti militari” non meglio specificati (disegno di legge 4811 presentato dai ministeri Difesa, Esteri, Finanze e Attività produttive). Forse al governo, al Parlamento e al Comitato sarà sfuggito che è in atto un esplicito embargo dell’Ue verso la Cina.

Armi italiane nelle zone calde del pianeta

E non si capisce come tra i “Paesi in stato di tensione” - verso i quali il governo avrebbe mantenuto una “posizione di cautela” - non sia stata annoverata la stessa Cina (che ancora recentemente ha minacciato un intervento militare contro Taiwan), o il Pakistan, destinatario di 16 autorizzazioni per complessivi 69,6 milioni di euro, da anni in conflitto con l’India per i territori del Kashmir; o l’India che annovera 37 autorizzazioni per un ammontare di 26,4 milioni di euro; per non parlare della Nigeria, dove gli scontri nella regione petrolifera del delta del Niger sono sempre più frequenti, che ha ricevuto autorizzazioni per 11 milioni di euro, o di Israele al quale lo scorso anno sono riprese le autorizzazioni che hanno raggiunto la ‘modica’ cifra di 2,621 milioni di euro. Considerando poi che la riforma della legge 185 ha introdotto l’aggettivo “gravi” per specificare le violazioni dei diritti umani, ci si domanda come sia da ritenere la mancanza della libertà di pratica religiosa, di espressione e di associazione visto che all’Arabia saudita, Paese denunciato da vari organismi per la privazione di queste libertà fondamentali in cui permane il divieto di voto alle donne, sono state concesse autorizzazioni per acquistare armi italiane per oltre 109 milioni di euro; o se il “fenomeno diffuso e persistente” della tortura documentato da Human Right Watch per quanto riguarda l’Egitto - che ha ricevuto autorizzazioni per oltre 10 milioni di euro e consegne di armi per ben 41 milioni - non sia da ascrivere alle “gravi” violazioni dei diritti umani.
Mentre verso i Paesi Nato, Osce e dell’Unione europea si registrano poche autorizzazioni di rilievo - tra cui si distinguono quelle alla Francia per un ammontare di 88 milioni di euro (pari al 7% del totale), alla Polonia con 49 milioni (3,8%), alla Danimarca con 40,5 milioni (3,1%), agli Stati uniti con poco più di 37 milioni di euro (2,9%) e alla Finlandia con 37 milioni (2,9%) - oggi il mercato italiano di armi si sposta sempre più verso le “zone di tensione” come il Medio oriente.
Oltre alla già ricordata Arabia saudita (che ha ottenuto autorizzazioni per oltre 109 milioni di euro e la cui fornitura maggiore, pari a 55 milioni di euro, riguarda il programma di cooperazione internazionale Tornado), al Kuwait (35,7 milioni di nuove autorizzazioni) agli Emirati arabi uniti (oltre 25 milioni di nuove autorizzazioni e ben 41,3 milioni di consegne), Bahrein (7,2 milioni), Oman (3,3 milioni), Israele (2,6 milioni), Qatar (4mila euro) e la stessa Turchia, alla quale sono state rilasciate nuove autorizzazioni per 7,4 milioni di euro e consegnate armi per 20,2 milioni.
Per non parlare della Siria4 che ha ricevuto nel 2003 consegne di armi per oltre 55 milioni di euro che fanno parte di una mega-commessa da 266,3 milioni di euro firmata nel 1998, alla quale va aggiunta l’autorizzazione del 2002 di 12,5 milioni di euro per “sistemi di visori notturni di puntamento” prodotti dalla Galileo da installare su carri armati T72 di fabbricazione sovietica, la cui destinazione suscita il sospetto di triangolazioni che è urgente verificare. Lo scorso anno, infatti, l’amministrazione Bush ha accusato la Siria proprio di aver inviato “visori notturni e altro materiale bellico” all’Iraq di Saddam Hussein, un fatto documentato anche da un’inchiesta pubblicata nei mesi scorsi dal “Los Angeles Times”. Da non dimenticare infine Cipro, isola europea dell’area medio orientale, che riceve nuove autorizzazioni per 11 milioni di euro. Insomma quello medio orientale si conferma come un “mercato strategico” e in forte ripresa, come ribadisce la stessa Relazione governativa dove leggiamo che “dopo aver fatto registrare un volume di vendite fortemente decrescenti negli anni 2000-01, le commesse autorizzate per quest’area che per molti anni ha rappresentato uno dei mercati strategici per le imprese italiane del settore, sono risalite nel 2002, ed anche per l’anno in esame si confermano destinazioni di rilievo, con un ammontare di esportazioni pari a 198.494.552 euro”.
Ma non solo. I nuovi clienti dell’industria bellica italiana stanno anche più ad est, e specificamente in Asia che si aggiudica oltre il 32% dello share complessivo di nuove autorizzazioni. Come già detto, due tra i principali tre portafogli d’ordine dello scorso anno sono la Malesia e la Cina, ma la lista prosegue con i già menzionati Pakistan e India per continuare con le nuove autorizzazioni rilasciate a Corea del Sud (7,5 milioni di euro), Brunei (4,9 milioni), Bangladesh (4,5 milioni), Singapore (4,4 milioni), fino al quelle minori per Thailandia, Filippine, Taiwan, Indonesia e Giappone. Il tutto per una cifra di 412.538.581 euro.
Anche per quanto riguarda l’Africa ci sono novità consistenti. Sempre la Relazione documenta che lo scorso anno sono state effettuate consegne di armi all’Egitto per un valore di 41,813 milioni di euro (che ne fa la quinta esportazione in ordine di grandezza) destinatario di nuove autorizzazioni per oltre 10 milioni di euro; alla Nigeria, dove sono arrivate armi italiane del valore di 3,577 milioni di euro e concesse autorizzazioni di oltre 11 milioni di euro per modifiche al sistema di tiro del semovente 155/41 Palmaria della Oto Melara; alla Tunisia (consegne per quasi un milione di euro e nuove autorizzazioni per 700mila euro); al Marocco (consegne per 216mila euro e nuove autorizzazioni per ben 3 milioni e 600mila euro); al Kenya (86mila euro di consegne), al Sudafrica (oltre 900mila euro di nuove autorizzazioni), ma anche allo Zambia (consegne per 24mila euro) e al Ghana (consegne per 17mila euro).
Circa l’America centromeridionale, la Relazione governativa lamenta invece “un valore complessivo decrescente di circa la metà rispetto al dato precedente”. Il totale delle nuove autorizzazioni è di 24,5 milioni di euro, e si tratterebbe peraltro di “esportazioni di non grande entità, a ulteriore conferma del ridimensionamento della presenza della produzione italiana nell’area”. Il “dato decrescente” va riferito soprattutto al 2001, quando l’America centromeridionale ricopriva oltre il 20% della torta delle autorizzazioni, con Brasile (89,9 milioni di euro) e Cile (73,9 milioni) ai primi cinque posti della tabella dei destinatari. Una lamentela che comunque non sembra giustificata anche perché il Brasile, dopo aver ricevuto 9,8 milioni di euro di autorizzazioni nel 2002, accresce nel 2003 la propria domanda di armi italiane che supera i 14,7 milioni di euro, e il Messico passa dai 4 milioni del 2002 a 7,7 milioni di euro. Altre autorizzazioni di minore entità riguardano Venezuela, Cile, Argentina ed Ecuador.

L’export italiano ed europeo nel contesto mondiale

Una crescita di esportazioni che non è ancora recepita dai dati dell’ultimo Rapporto Sipri, il prestigioso istituto di ricerche di Stoccolma, che nel 2001 collocava l’Italia al nono posto della lista dei Paesi esportatori di armi, nel 2002 all’ottavo e nel 2003 al settimo posto dopo Usa, Russia, Francia, Germania, Regno unito e Ucraina, e prima di Cina e Olanda. Un dato, questo, che acquista maggior rilievo se si considera che la percentuale ricoperta dall’Italia nell’export mondiale di armi si aggira ormai intorno al 3% del totale con un rilevante trend di crescita: nel periodo ‘93-‘97 il commercio di armi italiane rappresentava, infatti, solo l’1,8% del totale mondiale. Dato confermato dall’analisi del periodo 1998-2002 che mostra come l’Italia raggiunga il settimo posto tra i principali esportatori, per un valore di 1,787 miliardi di dollari. Va segnalata anche la crescita di esportazioni di armi dell’Unione europea che, sempre secondo dati Sipri, lo scorso anno ha superato per la prima volta gli Stati uniti. L’Unione europea ricopre, infatti, il 25,2% del mercato mondiale degli armamenti, con un volume di esportazioni di 4,7 miliardi di dollari. Gli Usa, invece, detengono una quota di mercato del 23,5%, pari a un volume di 4,4 miliardi di dollari. Al primo posto per la terza volta consecutiva, in fatto di esportazione di armamenti si colloca la Russia che ha raggiunto il livello detenuto a suo tempo dall’Unione sovietica, con una percentuale superiore al 37% e un volume di esportazioni pari a 6,96 miliardi di dollari.
L’Italia, inoltre, primeggia a livello europeo nell’esportazione di “small arms”, le armi di piccolo calibro (pistole, carabine, fucili e fucili mitragliatori). Il rapporto Small arm survey 2004, presentato ufficialmente a Ginevra ai primi di luglio, mostra infatti che l’Italia non solo è il primo esportatore dell’Unione europea di “armi leggere”, ma anche il secondo esportatore mondiale. Secondo gli ultimi dati disponibili risalenti al 2001, l’Italia si piazza al secondo posto, con un ammontare pari a 298,7 milioni di dollari, preceduta dagli Stati uniti con 741,4 milioni di dollari, mentre al terzo posto si trova il Belgio con 234 milioni. Il Rapporto evidenzia inoltre la grave lacuna della legislazione italiana nei confronti degli intermediari di armi leggere, coloro che organizzano i trasferimenti di armi in Italia verso destinazioni vietate o sotto embargo delle Nazioni unite senza farle passare dal territorio italiano. L’unico dato positivo riguarda la trasparenza nell’esportazione: ma va detto che se grazie alla legge 185/90 si può conoscere con precisione il Paese destinatario delle armi leggere “ad uso militare”, ben diverso è il caso per le armi “ad uso civile, per corpi di polizia e ad uso sportivo” per le quali la legislazione sull’esportazione è tuttora frammentaria e soprattutto sono carenti i dati ufficiali sui destinatari di queste armi.

Le iniziative della società civile

A fronte di questa intensa attività del comparto armiero italiano e del crescente riarmo nazionale e internazionale, una quarantina tra organismi, associazioni, realtà sindacali e movimenti della società civile hanno dato vita lo scorso anno a ContollArmi, la rete italiana per il disarmo5. Nata dall’esperienza della campagna in difesa della legge 185/90, ContollArmi intende costituire un soggetto attivo e stabile sui temi del disarmo e del controllo degli armamenti e si propone come luogo di ricerca, elaborazione e mobilitazione sui temi della pace. Ampio il quadro tematico del network che presenta 13 gruppi di lavoro: si va dalle questioni concernenti il nucleare, a quelle relative alla produzione industriale; dai temi che riguardano il commercio e l’esportazione di armi convenzionali, leggere, chimiche e biologiche, ai problemi degli usi militari delle attività spaziali e dei sistemi globali di comunicazione e informazione; dall’intreccio dei rapporti tra criminalità, finanza, attività terroristiche ed armi, all’analisi della ricerca scientifica militare e delle sue ricadute sul civile e alle questioni relative all’occupazione nel settore militare, fino alle prospettive di riconversione delle industrie di rilevanza bellica; dal ruolo delle basi militari nei Paesi esteri ed alleati, allo studio degli aspetti militari delle riforme delle polizie, dei gruppi antiguerriglia e di repressione interna e, infine, dall’analisi delle teorie sulla guerra e le sue conseguenze sui civili e la società ai temi della prevenzione dei conflitti, dell’elaborazione di percorsi alternativi non armati e nonviolenti. Tra le attività principali di quest’anno si segnalano quelle del gruppo di lavoro sugli intermediari di armi e di quello sul controllo del commercio degli armamenti che nel giugno scorso ha ottenuto un’audizione da rappresentanti della Presidenza del Consiglio nella quale si è svolto un primo esame della Relazione 2004 sull’export di armi italiane. Vanno ricordati, inoltre, i numerosi collegamenti del network con realtà simili a livello europeo e la partecipazione ad iniziative per il rafforzamento del Codice di condotta europeo sull’export di armi.
Per quanto riguarda la problematica specifica del commercio delle armi italiane, non bisogna dimenticare l’attività dell’Osservatorio sul commercio degli armamenti (Os.C.Ar) di Ires Toscana, diretto da Chiara Bonaiuti, che da oltre quindici anni analizza con competenza la produzione e l’esportazione italiana di armi ed i trasferimenti internazionali di armi convenzionali e non, svolgendo anche una puntuale attività di informazione e sensibilizzazione a livello nazionale6. Da segnalare la pubblicazione dell’Annuario che riporta dettagliati studi su politiche della difesa, spese militari, commercio di armi e sulle ristrutturazioni e movimenti del comparto industriale armiero internazionale, europeo ed italiano.
All’Osservatorio fiorentino si è affiancato dallo scorso anno quello bresciano. Sorto su iniziativa di numerose realtà di base bresciane, l’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal) si propone come uno luogo indipendente di ricerca, monitoraggio, analisi e informazione al pubblico sulla produzione e commercio delle “armi leggere e di piccolo calibro” specificatamente in Lombardia, ma con particolare attenzione anche al territorio nazionale ed europeo. Nel corso dell’anno è stato nominato un comitato scientifico e l’osservatorio ha già stabilito numerosi contattati con realtà europee del settore7.
E sempre in Lombardia va segnalata l’iniziativa, promossa da numerose organizzazioni, per rilanciare la legge regionale sull’Agenzia per la riconversione dell’industria bellica istituita con una legge regionale del 1994 ma che, dall’insediamento della giunta Formigoni, non è stata più convocata. Dell’Agenzia farebbero parte rappresentanti della Giunta e del Consiglio regionale, dei sindacati, degli industriali armieri e delle associazioni eco-pacifiste, e avrebbe il compito di incentivare progetti di riconversione produttiva delle aziende armiere lombarde, di svolgere funzioni di osservatorio sul comparto, di promuovere iniziative di ricerca, di formazione e informazione sui temi della pace.
Tra le iniziative che mirano al controllo delle spese militari italiane, va annoverata la campagna “Sbilanciamoci! Per una finanziaria di pace”8. La coalizione di 30 organizzazioni della società civile da alcuni anni elabora infatti un Rapporto annuale nel quale, oltre a dare una lettura complessiva degli orientamenti di politica economica che emergono dalla legge Finanziaria e dal bilancio dello Stato, sviluppa proposte alternative su come usare la spesa pubblica per la società, l’ambiente e la pace. Punto di partenza della campagna è la necessità di politiche pubbliche, economiche e sociali per uno sviluppo centrato sui bisogni della persona anziché sulle esigenze dell’economia e del mercato. Secondo queste linee, la campagna ha presentato il 16 ottobre 2003, in Senato, la “controfinanziaria” per il 2004 e le proposte di emendamenti alla Finanziaria 2004. “Se si tratta di acquistare armi e finanziare missioni militari, i soldi si trovano sempre”, comunica la campagna. “La manovra finanziaria per il 2004 ha aumentato anche quest’anno le spese militari: con 292,5 milioni di euro in più, il bilancio della Difesa è cresciuto infatti dell’1,5% rispetto al 2003; è stato previsto uno stanziamento (fondo di riserva) di 1 milione e 200mila euro per far fronte alle cosiddette ‘missioni di pace’ e, mentre si è stabilito il blocco delle assunzioni nella Pubblica amministrazione per il 2004, sono fatte salve quelle connesse con la professionalizzazione delle Forze armate”.

La Campagna di pressione alle “banche armate”

Tra le campagne per il monitoraggio delle attività che riguardano il commercio delle armi italiane, si evidenzia la Campagna di pressione alle banche armate9. Nata nel 2000 su iniziativa di tre riviste del mondo pacifista (“Missione Oggi”, “Nigrizia” e “Mosaico di pace”), la campagna vuole favorire un controllo attivo dei cittadini sulle operazioni di finanziamento/appoggio delle banche al commercio delle armi e un ripensamento dei criteri di gestione dei risparmi. A seguito della pressione di numerosi cittadini e associazioni che hanno scritto alle proprie banche chiedendo trasparenza per quanto concerne i rapporti della banca col settore armiero, alcuni istituti di credito hanno dichiarato in questi anni di voler interrompere ogni tipo di servizio connesso col commercio delle armi. Tra i primi va ricordato il gruppo Unicredit, che già nel 2000 aveva manifestato agli organi di stampa la propria intenzione di uscire dal settore. Nonostante le dichiarazioni, anche lo scorso anno Unicredit Banca d’Impresa continua a comparire nella tabella delle “nuove autorizzazioni” con 39 operazioni del valore complessivo di 30,1 milioni euro (uno share del 4,2% sul totale delle transazioni). Finora la spiegazione dei dirigenti del gruppo è stata che “si stanno portando a termine impegni assunti negli anni precedenti”: una risposta che non dissipa le perplessità delle associazioni che si chiedono quanto si debba aspettare ancora. Chi invece scompare - e pensiamo definitivamente – dall’elenco delle “banche armate” è il gruppo Monte dei Paschi di Siena che ormai da due anni ha interrotto i propri servizi d’appoggio alla compravendita di armi. Anche la Cassa di Risparmio di Firenze non appare nell’elenco del 2004; ma l’acquisizione lo scorso anno della Cassa di Risparmio di La Spezia, tradizionalmente uno degli istituti di riferimento della Oto-Melara, porterà le operazioni svolte dalla banca spezzina nell’elenco della Cassa fiorentina. E non saranno poche visto che la Cassa di Risparmio di La Spezia ha ricevuto solo lo scorso anno 47 autorizzazioni per un totale di oltre 34 milioni di euro (una percentuale che sfiora il 5% del totale) con operazioni che spaziano dalla Nigeria al Sultanato del Brunei fino alla Malesia. Conferma invece anche nel 2003 la propria uscita dal commercio delle armi la Banca Popolare di Bergamo-Credito Varesino.
In un anno di forte crescita dell’export di armi sono aumentate anche le attività degli istituti di credito, ai quali sono state concesse complessivamente 707 autorizzazioni per lo svolgimento di transazioni bancarie relative ad esportazioni e importazioni sia temporanee che definitive, pari ad un valore di oltre 1 miliardo e 155 milioni di euro: cifra che segna il top dell’ultimo decennio con un aumento del 50% rispetto al 2002. Un giro d’affari che ha portato alle banche compensi di intermediazione per oltre 42,6 milioni di euro. Tre quarti delle transazioni degli oltre 722 milioni di euro di esportazioni definitive sono state negoziate da cinque istituti bancari: Banca di Roma che con oltre 224,3 milioni si aggiudica oltre il 30% delle operazioni; il gruppo bancario S. Paolo Imi che con 91,7 milioni euro migliora lo share dell’anno precedente, quando era del 10%, toccando il 12,7%; Banca Intesa (88,8 milioni euro di transazioni per il 12,3% del totale) che con Intesa Bci (operazioni per 8,5 milioni euro pari all’1,2%) porta al 13,5% la sua performance complessiva (era del 7% lo scorso anno); la Société Générale (70 milioni euro pari al 9,7%) che si aggiudica la mega fornitura alla Malesia e Banca Nazionale del Lavoro (Bnl) che con 108 operazioni del valore 69,6 milioni euro raggiunge il 9,6%, in calo rispetto agli ultimi due anni quando ricopriva il 18% del totale.
La novità dell’anno in corso riguarda proprio uno degli istituti bancari maggiormente attivi nel settore. Si tratta di Banca Intesa che, a seguito delle pressioni dei correntisti e di una specifica iniziativa di domanda di trasparenza confluita nella campagna Manca Intesa, ha “deciso di sospendere la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano l’esportazione, l’importazione e transito di armi e di sistemi di arma, che rientrano nei casi previsti dalla legge 185/90”. Sebbene Banca Intesa si riservi di “valutare autonomamente operazioni che, pur rientrando fra quelle previste dalla legge 185/90, non abbiano caratteristiche tali da essere incoerenti con lo spirito di ‘banca non-armata’” (come ad esempio operazioni di peacekeeping, in cui i soldati Onu vanno comunque armati), l’istituto bancario si è impegnato a dare tempestiva comunicazione di queste autorizzazioni attraverso il suo sito internet. Un passo significativo, soprattutto perché la banca ha accolto la domanda di trasparenza dei cittadini e ha avviato un dialogo con le associazioni promotrici della campagna.
Iniziative che si stanno estendendo a tutto il mondo bancario italiano. A luglio, in occasione dell’assemblea annuale dell’Associazione delle banche italiane (Abi), le associazioni hanno infatti inviato una lettera al direttore generale dell’Abi chiedendo di appoggiare ufficialmente le scelte annunciate Banca Intesa ed altri istituti bancari di non fornire finanziamenti al commercio delle armi e di invitare le altre banche italiane oggi coinvolte nella vendita di armi ad intraprendere a loro volta un percorso di responsabilità e trasparenza. Una richiesta importante anche a fronte dell’atteggiamento dei dirigenti della Banca regionale europea (Bre, gruppo Banca lombarda e piemontese). Coinvolta per una fornitura al Belgio di kit per mitragliatrici aviotrasportabili della ditta Aerea (poco più di un milione di euro), nel gennaio scorso Bre Banca ha citato in Tribunale “La masca”, un settimanale di Cuneo, sede della banca, che aveva riportato i dati della Relazione: iniziativa ritirata solo dopo una smentita totale da parte del periodico richiesta dalla banca.

La campagna “Tesorerie disarmate”

Da qualche anno diversi gruppi locali hanno iniziato a chiedere ai propri Comuni di adottare un regolamento etico nella scelta della Tesoreria comunale. Accogliendo le richieste della campagna di pressione alle banche armate, lo scorso anno la Rete di Lilliput ha dato vita alla campagna “Tesorerie disarmate”10. La campagna chiede che nei bandi per le gare d’appalto per le tesorerie degli enti locali e pubblici non territoriali venga inserita una voce relativa al finanziamento del commercio di armi e propone di assegnare un punteggio negativo agli istituti di credito che forniscono i propri servizi al commercio delle armi ed uno positivo a quelli che non sono implicati in alcun modo in attività di compravendita di armi. L’iniziativa ha preso il via nel Comune di Pavia dove, nel bando di gara per la scelta della tesoreria comunale, fra i vari punteggi, è stata presente una voce relativa al finanziamento dell’sportazione di armi. Sebbene si tratti soltanto di una delle diverse voci del bando che contribuisce solo in piccola parte sul totale del punteggio, l’iniziativa si distingue per il chiaro significato etico, la rilevanza non trascurabile sull’opinione pubblica locale ed il valore propositivo per altri comuni ed enti locali affinchè adottino modalità simili.
È altrettanto urgente, però, che associazioni, organizzazioni, gruppi e movimenti del mondo pacifista si attivino sia nel chiedere trasparenza agli istituti bancari e fondazioni collegate ai medesimi, anche trasferendo i propri conti bancari verso istituti di credito non coinvolti nel commercio delle armi, sia invitando i propri associati a fare altrettanto. L’impegno per la promozione della pace passa anche da qui.

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