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Vicenza contro la base: una prospettiva femminile

Un'anticipazione da "Fare pace: odio. Annuario geopolitico della pace 2007"
24 dicembre 2007 - Antonella Cunico


Da oltre un anno molte cittadine e cittadini di Vicenza e dintorni sono mobilitati per contrastare il progetto della costruzione di una nuova base militare americana, sull’area attualmente occupata dall’aeroporto civile Dal Molin.
Su questa mobilitazione si è scritto molto, la stampa locale ne ha spesso parlato in modo riduttivo, presentando immagini stereotipate che non danno conto della complessità, della novità e dell’originalità del movimento.
Questo breve capitolo non pretende di ricostruire in modo completo la storia dei soggetti politici e delle aggregazioni nate per contrastare la realizzazione della base, ma si propone di dare un contributo alla discussione a partire dal punto di vista dei gruppi confluiti nel Presidio delle cittadine e dei cittadini e in particolare dalla prospettiva delle donne.

Gli americani a Vicenza: una presenza storica.

No dal Molin La presenza degli americani a Vicenza risale agli anni immediatamente successivi al secondo dopoguerra, quando nella zona Est della città venne costruita la caserma Ederle, dove fu collocata la sede del comando della SETAF (South European Task Force) composta da due battaglioni di artiglieria americana. La popolazione allora vedeva nei militari americani degli amici, erano gli alleati che avevano contribuito a riportare in Italia la democrazia e la libertà: la loro presenza non destava opposizione. Nel periodo della Guerra fredda e della contrapposizione fra i due blocchi (i Paesi della NATO e i Paesi del Patto di Varsavia) molti vicentini pensavano che gli americani avessero il compito di difendere l’Italia dal pericolo rosso e, in un territorio che veniva considerato un feudo della Democrazia Cristiana, questa funzione era considerata, più che un condizionamento, una sorta di garanzia per il consolidamento della democrazia. Altri siti militari furono costruiti sulle colline a pochi chilometri dalla città e anche se la popolazione non ne era consapevole, a Vicenza si insediarono reparti di un esercito in grado di utilizzare armi atomiche: la 559th compagnia di artiglieri americana aveva lo scopo di "provvedere alla consulenza ed assistenza dell'artiglieria italiana da campo e delle unità di difesa aerea". Il site Pluto e le costruzioni militari scavate sulla roccia del Tormeno erano, infatti, destinati a deposito di armi nucleari, e la 69th Ordinance Company di stanza a Longare ebbe il compito di effettuare la manutenzione delle bombe atomiche. La difesa fisica delle bombe era affidata al 28esimo distaccamento americano di artiglieria da campo: entrambe erano dipendenti dalla 559th. Negli anni Novanta, dopo la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Urss, la funzione storica della caserma e dei siti ad essa collegati sarebbe dovuta venir meno; il site Pluto venne chiuso nel 1994, ma a partire dal 2000 si delineò una nuova strategia militare, quella della guerra preventiva, che riportò in primo piano il ruolo di Vicenza, in quanto i siti che si trovano nel territorio adiacente alla città venivano considerati di valore duraturo.

Negli anni immediatamente successivi, senza che la popolazione venisse informata e tantomeno consultata, furono avviate trattative per il cosiddetto “allargamento” della caserma Ederle, con lo scopo di far ricongiungere i reparti della 173esima brigata aviotrasportata di stanza in Germania con i reparti situati a Vicenza. L’operazione, avviata durante il governo Berlusconi, fu svolta in segreto dall’amministrazione di Vicenza, finché alcune notizie cominciarono a trapelare e alcuni gruppi di cittadini e cittadine, chiesero di avere le informazioni intorno al progetto Dal Molin. Di fronte alla reticenza del sindaco e dell’amministrazione i gruppi si costituirono in comitati e cominciarono a presidiare le sedute del consiglio comunale. Per alcuni mesi l’amministrazione comunale da un lato, il governo Prodi dall’altro, assunsero una posizione pilatesca, affermando che non erano in corso trattative e che non esistevano impegni firmati dal precedente governo.

La popolazione si organizza. Nascono i comitati

I comitati si impegnarono in una diffusa opera di ricerca e di documentazione cercando di coinvolgere la città e di sensibilizzare l’opinione pubblica, si moltiplicarono i soggetti politici che provenivano dai settori più diversi, animando il dibattito e organizzando iniziative e manifestazioni.
Il fenomeno era per molti aspetti sorprendente, perché la mobilitazione non costituisce a Vicenza una pratica diffusa e non rientra nella tradizione storica della popolazione, anzi è in contrasto con l’immagine che della vicentinità danno Parise e Meneghello.

Le manifestazioni che si sono avute a Vicenza il 2 dicembre e il 17 febbraio hanno infranto lo stereotipo del vicentino quieto, intento a coltivare i propri interessi e hanno fatto emergere una realtà inimmaginabile per il sindaco Hullweck e per lo stesso Prodi.

In un anno a Vicenza è cresciuta una protesta che ha coinvolto trasversalmente persone dalle appartenenze più diverse, differenti per posizioni politiche, modelli culturali, stili di vita, progettualità.

I motivi dell’opposizione erano diversi: all’inizio per molte e molti erano in primo piano le preoccupazioni per il danno ambientale, l’allarme di fronte alla prospettiva di un uso dissennato delle risorse idriche, i comitati si impegnarono nella ricerca dei dati relativi ai consumi e ai costi che la realizzazione della base avrebbe comportato per la comunità.

Ma poi, acquisendo le informazioni sulle caratteristiche e sulla funzione che la 173esima brigata aviotrasportata riveste nella strategia militare complessiva degli Stati Uniti, si estese e prese forza la motivazione pacifista: con la prospettiva della militarizzazione della città si intensificò l’opposizione alla guerra e nel movimento si diffuse il richiamo ai valori del pacifismo e della nonviolenza.

Man mano che, attraverso le interrogazioni dell’opposizione e dei comitati, emergeva il disegno portato avanti in segreto dall’amministrazione di centrodestra, la vicenda assumeva le proporzioni di un vero scandalo, si configurava come la violazione dei più elementari diritti di informazione, e montava l’indignazione della cittadinanza che chiedeva prima di tutto di essere informata e poi di essere coinvolta nel processo decisionale, così come d’altra parte prescrivono le direttive dell’Unione Europea recepite dall’Italia a proposito dei progetti che comportano un impatto ambientale sul territorio.

Si allarga la base. Nasce il presidio

Il lavoro dei comitati si collegò con la lotta dell’Assemblea permanente contro le servitù militari, che già da anni operava a Vicenza coinvolgendo ragazze e ragazzi di posizioni diverse, coinvolse piccoli gruppi cattolici e produsse la straordinaria manifestazione del 2 dicembre, un evento storico per la città.
Ma l’episodio che produsse l’effetto più dirompente, che costituì un autentico spartiacque nel percorso di tutte e tutti noi avvenne nel gennaio 2007, quando Prodi dichiarò la sua “non opposizione” alla realizzazione del progetto.

La dichiarazione provocò l’immediata discesa in piazza di migliaia di cittadine e cittadini che occuparono la stazione ferroviaria.
Nella notte fra il 16 e il 17 gennaio, al termine di una grande manifestazione spontanea venne allestito il Presidio permanente per la difesa del territorio di Vicenza.

Nel corso della manifestazione molti cittadini e cittadine bruciarono simbolicamente la tessera elettorale per denunciare il tradimento del programma del governo di centrosinistra laddove si enunciano la riduzione delle servitù militari e l’avvio di una politica estera che nella risoluzione delle controversie internazionali metta in primo piano il ruolo dell’Europa.
Il Presidio costituisce quindi il luogo fisico in cui si concentra la resistenza di quella parte della città che non si rassegna, che continua a combattere contro la realizzazione del progetto.

Si tratta di una realtà estremamente composita: all’interno del Presidio si incontrano e operano soggetti differenti, donne e uomini, ragazze e ragazzi, persone anziane, gente comune, professionisti, operai, pensionati, studenti, abitanti della zona e gente proveniente da Vicenza e dai comuni limitrofi.
Si tratta di un ampio movimento trasversale, che comprende persone di tutte le età e di appartenenze politiche diverse, ma determinate ad agire in modo indipendente e autonomo dagli organismi della politica cittadina e nazionale.
Dallo scorso gennaio la mobilitazione stessa è diventata permanente, si sono costituiti gruppi di lavoro con obiettivi specifici, per studiare e produrre documentazione tecnica, comunicare e diffondere informazioni alla cittadinanza, promuovere iniziative per coinvolgere la gente, sensibilizzare l’opinione pubblica e quindi tenere viva e allargare l’opposizione; si è prospettata una lotta di lungo periodo.

Le donne. Tra i principali attori di una mobilitazione di pace

Le donne hanno avuto un ruolo importante nella mobilitazione, nell’animare il dibattito, nel lavorare alle relazioni, nel costruire connessioni con le diverse realtà del movimento.

Cinzia Bottene è stata fra le principali promotrici della mobilitazione. L’ho conosciuta nel giugno scorso, quando mi ha contattata per chiedermi di aiutarla nella raccolta di firme contro il progetto di costruzione della nuova base. Con lei, con le vicine e i vicini di casa ho cominciato ad assistere alle sedute del consiglio comunale, a frequentare i comitati di quartiere. C’era un’animata discussione su tutto, un fermento che non avevo mai visto nella mia esperienza politica a Vicenza.

Il Gruppo Donne ha cominciato a sentire il bisogno di pensare la propria collocazione nel movimento, di riflettere sul proprio specifico ruolo, di produrre una pratica e un pensiero che coinvolgesse in primo luogo le altre donne, di aprire un dialogo con le ragazze rimaste fino a quel momento ai margini del gruppo. E pur all’interno di vicende incalzanti ha sentito l’esigenza di fermarsi, di riflettere su di sé come soggetto, di ripensare le relazioni.

Dalla discussione nacque il Manifesto del Gruppo Donne del presidio, che afferma le specificità del ruolo delle donne, valorizza il pensiero e le pratiche politiche delle donne all’interno della complessa realtà del movimento.
Infatti nella pratica quotidiana emergono spontaneamente quelle che Virginia Woolf chiama le virtù femminili: il prendersi cura dello spazio, l’attenzione e la curiosità per le storie delle altre, l’investimento del sé nel costruire e consolidare le relazioni interpersonali, la generosità nello spendersi gratuitamente per le altre e gli altri, tutto questo veniva valorizzato come parte delle caratteristiche migliori che connotano lo stare al mondo delle donne.

E poiché si tratta di una ricchezza di cui sono portatrici tutte, anche le donne che considerano l’appartenenza di genere ininfluente in questa lotta, ci si propone di promuovere il pensiero delle donne, in un confronto aperto, diretto prima di tutto alle altre donne del presidio e del movimento, in secondo luogo ai gruppi di donne che altrove condividono i valori comuni.

Il Gruppo Donne si propone di valorizzare l’appartenenza di genere all’interno del movimento. Costruisce occasioni per portare la prospettiva di genere nella pratica quotidiana, attraverso il riconoscimento del valore delle differenti soggettività, incoraggiando le competenze di ciascuna e cercando di liberare la componente ludica perché è importante stare bene insieme.

All’interno del Presidio altri gruppi di donne hanno costituito il Gruppo del teatro, il Gruppo canto, che già si erano espressi in occasione dell’8 marzo, con il teatro invisibile e il teatro itinerante, che in piazza animarono la grande manifestazione delle donne della città caratterizzandola in modo originale e nuovo.

Lo slogan “la madre Terra ripudia le basi di guerra” fu portato in piazza dei Signori, di fronte alla sede del Comune, e furono offerti simbolici vasi di terra per testimoniare la difesa del territorio e l’opposizione alla militarizzazione della città.

Le competenze del Gruppo Donne, del Gruppo del teatro, del Gruppo Canto sono state riconosciute all’interno del Presidio e cominciano ad essere riconosciute anche all’esterno.

In particolare il Gruppo Donne, gli altri gruppi di donne del Presidio e di altre realtà del movimento hanno saputo dare alle azioni promosse dal movimento uno specifico contributo, hanno voluto caratterizzare il loro modo di esserci.
La presenza delle donne, le modalità con cui si è tradotto il loro apporto, le iniziative costruite dalle donne tutte sono contraddistinte da segni specifici, che già esistono nel movimento ma che le donne vogliono marcare come loro tratti distintivi: la pratica della non violenza e il voler essere non soltanto contro una visione politica e una strategia, ma soprattutto per la costruzione di un modello alternativo di città, di società, per affermare una visione del mondo differente.

Le donne si impegnano non solo nell’obiettivo di contrastare la costruzione della base, comune a tutti i gruppi, ma nella volontà di decostruire il modello sotteso a questa politica.

Le donne vorrebbero produrre e dare forza a un pensiero che implica un diverso modo di stare al mondo, di esserci.

Il Gruppo Donne e in generale la partecipazione delle donne al movimento ha portato un guadagno per tutto il presidio e per tutto il movimento cittadino del “NO al Dal Molin”.

All’esterno ha avviato rapporti con le altre donne, cerca di tessere una rete con altre realtà femminili che operano per la difesa del territorio e/o che condividono il valore della pace; all’interno lavora per promuovere il pensiero e le pratiche della politica delle donne.

Mantenere la fedeltà alla propria identità lavorando alla costruzione di un percorso comune è un’impresa non facile, ma è una scommessa da non perdere: aver fatto nascere e crescere la riflessione sulle soggettività nella battaglia generale, valorizzare le differenze e lavorare per un percorso comune (a partire dal nostro essere donne con le altre donne) costituisce la novità politica delle donne del presidio.

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