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Gaza resiste, senza acqua né elettricità

Critica la situazione nella Striscia, a causa dei bombardamenti israeliani e del congelamento dei fondi internazionali. Ma la popolazione cerca una parvenza di normalità «Si è bloccata tutta Gaza - spiega Jamal Abu Haber, uno dei membri laici del consiglio dello zakat islamico - l'attività degli uffici pubblici è ferma. L'elettricità c'è solo per qualche ora e non in orari di lavoro perché la municipalità preferisce distribuirla a turno di notte»
4 luglio 2006 - Michele Giorgio
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

«Grazie per essere qui, abbiamo bisogno di raccontare quello che stiamo affrontando». Il dottor Jumaa Sakeh, responsabile delle relazioni esterne dell'ospedale Shifa, stringe calorosamente la mano ai giornalisti che lo attendono nel suo ufficio. Non perde tempo nella descrizione della crisi di Gaza, che si è fatta più grave da quando Israele ha avviato l'operazione militare «Pioggia d'estate» scattata dopo il rapimento del caporale Ghilad Shalit da parte di un commando palestinese. Una crisi che parte da lontano, dal 25 gennaio quando Hamas (con ogni probabilità il vero obiettivo dell'offensiva militare) ha vinto le elezioni politiche andando al potere in Cisgiordania e Gaza. «Abbiamo bisogno di tutto - comincia Sakeh - ieri (domenica) Israele ha riaperto brevemente i valichi di Karni e Sufa e attendevamo i farmaci e le attrezzature mediche spariti ormai da tempo dal nostro magazzino. Si tratta di medicine essenziali, per i dializzati, per gli ammalati di cancro, per i pazienti colpiti da malattie degenerative». I farmaci invece non sono mai arrivati al valico di Karni, stavolta non per l'ostruzionismo israeliano ma per l'atteggiamento dei donatori occidentali che continuano a boicottare il ministero della salute palestinese e così i fondi promessi per l'acquisto dei medicinali sono stati nuovamente bloccati. «È un gioco sulla pelle di persone gravemente malate, che meriterebbero maggior rispetto e aiuti immediati - aggiunge Sakeh - peraltro ora che non abbiamo più la centrale elettrica (distrutta dall'aviazione israeliana) temiamo per la sorte di tanti pazienti. Ogni giorno abbiamo bisogno di 5.000 litri di nafta per il funzionamento del generatore autonomo che garantisce energia a tutto l'ospedale. Ci è rimasta poca nafta e non abbiamo i soldi per comprarla». Come tutti i suoi colleghi e gli infermieri dell'ospedale Shifa (in tutto 1.500 dipendenti) Sakeh da quattro mesi non riceve lo stipendio. Eppure resiste, come altre decine di migliaia di palestinesi che soffrono le conseguenze del blocco di Gaza da parte di Israele e del congelamento dei finanziamenti internazionali all'Anp.
L'emergenza di questi giorni è la mancanza di elettricità per circa il 50% degli abitanti di Gaza. Stati Uniti ed Ue continuano a tacere di fronte ad un attacco aereo israeliano che ha avuto l'unico scopo di punire una intera popolazione per il rapimento del soldato. Non c'è altra spiegazione. «Si è bloccata tutta Gaza - spiega Jamal Abu Haber, uno dei membri laici del consiglio dello zakat islamico - l'attività degli uffici pubblici è ferma. L'elettricità c'è solo per qualche ora e non in orari di lavoro perché la municipalità preferisce distribuirla a turno in tutti i settori della Striscia soprattutto di notte, quando le famiglie sono riunite a casa». I più ricchi hanno un generatore autonomo. Come Abu Ghalion, proprietario di un due edifici sul lungomare di Gaza city che ospitano Ong straniere. «Sì, la vita per chi ha un po' di soldi da spendere è più facile rispetto alla stragrande maggioranza della popolazione, ma fino ad un certo punto. A cosa serve avere un generatore quando non c'è la nafta? La luce anche noi l'abbiamo soltanto quando cala l'oscurità». Persino peggio stanno i 57mila abitanti del campo profughi di Nusseirat. Il bombardamento del ponte di Al-Burej compiuto dai caccia israeliani ha danneggiato l'acquedotto lasciando migliaia di persone senza acqua. Ma i rubinetti sono asciutti anche in altre aree di Gaza perché le pompe sono ferme. Le Nazioni Unite stimano in 130mila i palestinesi rimasti senza acqua do gli attacchi aerei israeliani.
La resistenza di Gaza si misura più con la capacità di sopportazione della popolazione civile che con le armi che imbracciano i giovani con le uniformi mimetiche e il volto coperto che si preparano a respingere l'offensiva di terra israeliana che, nelle previsioni di tutti, scatterà nei prossimi giorni. Ieri i carri armati sono entrati alla periferia di Beit Hanun facendo temere l'inizio dell'invasione. A tre chilometri di distanza nel vicino campo profughi di Jabaliya c'è chi ha deciso che Gaza non deve solo sopravvivere ma anche vivere. Sami ElHul, 22 anni, sa che i carri armati sono sempre più vicini eppure ogni giorno raggiunge l'associazione culturale Al-Assria. Nella sede gruppi di giovani danzatori e danzatrici provano i passi della «dabke», mentre alcuni ragazzi, in un'altra stanza, seguono il corso di disegno e pittura. «Israele sta reagendo con violenza al rapimento del suo soldato e siamo noi civili (palestinesi) a pagarne le conseguenze. Non siamo spaventati, al contrario siamo decisi a portare avanti i nostri progetti», spiega Sami che qualche mese fa ha presentato a Gaza il suo primo cortometraggio. Ogni mese oltre 700 ragazzi e ragazze partecipano ai programmi culturali di Al-Assria e ora l'associazione sta preparando un documentario girato e montato da bambini di 11 e 12 anni. La voglia di vivere è anche un guardare in tv una partita di calcio. «Gli israeliani ci hanno tolto l'elettricità ma i miei amici ed io non ci siamo persi d'animo» racconta Firas «abbiamo comprato per pochi soldi un piccolo generatore e (stasera) vedremo Italia-Germania, per due ore non li sentiremo i caccia passano a bassa quota sopra Gaza per spaventarci».

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