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L´ANALISI

Oltre ogni regola del diritto

L´iniziale reazione di Israele era giustificata, poi è diventata un´azione di entità sproporzionata
31 luglio 2006 - Antonio Cassese
Fonte: La Repubblica (http://www.repubblica.it)

Nel conflitto in Libano i nodi sono politici e militari. Per scioglierli occorre la forza della diplomazia e della politica. Ma prima di arrivare alla soluzione negoziale, che deve intervenire il più presto possibile, è indispensabile imporre alle parti al conflitto di attenersi alle «regole del gioco» dettate dalla comunità internazionale. Queste regole stabiliscono cosa si può fare e cosa invece è vietato. In tempo di guerra sono essenziali, perché perseguono due scopi importantissimi: interdire certi comportamenti per rendere meno disumana la barbarie della guerra; evitare che la violenza causi tali orrori e inasprisca tanto gli animi, da rendere difficile il ritorno alla pace.
L´ultimo episodio terribile dell´uccisione di 54 civili da parte di Israele, a Cana, rende necessario chiedersi come le parti al conflitto mediorientale hanno calpestato quelle regole, sin dai primi giorni del conflitto.
L´uccisione di tre militari israeliani e la presa in ostaggio di altri due da parte di Hezbollah, il 12 luglio, è un atto grave, che però in tempi normali legittimerebbe, tra Stati sovrani, solo il ricorso al negoziato per la restituzione degli ostaggi e la richiesta che il Libano punisse i colpevoli di quei crimini. In questo caso, però, la reazione iniziale di Israele, il ricorso alla forza armata in legittima difesa, era giustificata. Infatti quegli atti non promanavano da uno Stato, ma da forze armate che operano in Libano sfuggendo al controllo del governo libanese: non sarebbe dunque servito a niente esigere dalle autorità di Beirut la riparazione dell´illecito. Quell´attacco si inseriva poi in una serie di episodi violenti da parte di Hezbollah. Inoltre Israele legittimamente collegava il rapimento dei due militari all´azione di Hamas nei territori occupati e vi leggeva un piano concertato di azione violenta.
Ma quella reazione israeliana, se inizialmente legittima, è poi andata al di là di ciò che è consentito dal diritto umanitario.
Kofi Annan e D´Alema, tra gli altri, hanno parlato di reazione «sproporzionata». Un eminente politico italiano che è anche un fine giurista, Giuliano Amato, ha ritenuto invece assurdo chiedersi se quell´azione fosse «proporzionata», «come se si trattasse di ragioneria e non della sopravvivenza di uno Stato»; a suo avviso «è ipocrita accusare ogni volta di eccesso chi viene aggredito». Ieri vari statisti hanno condannato il massacro di Cana, e il ministro degli Esteri britannico l´ha definito un attacco sproporzionato.
Sin dall´inizio Israele ha addotto varie ragioni per giustificare la sua azione militare: il bombardamento dell´aeroporto di Beirut sarebbe stato diretto a «negarne l´uso ad Hezbollah per il trasporto di armi» e per «un eventuale trasferimento dei militari israeliani catturati al di fuori della zona»; la distruzione di decine di ponti, autostrade, viadotti, di centrali elettriche e di impianti radiotelevisivi, sarebbe giustificata dalla necessità di impedirne l´uso da parte di Hezbollah, così come il bombardamento di tutta Beirut sud, dove Hezbollah ha le sue centrali operative, sarebbe inteso a distruggere gli immobili in cui si annidano i dirigenti di quella milizia politico-militare.
Queste argomentazioni non convincono. Se una singola operazione militare può apparire giustificata, è il loro insieme che rende palese la radicale sproporzione tra il fine che ci si prefiggeva (porre termine agli attacchi di Hezbollah ed ottenere la restituzione degli ostaggi) e i mezzi usati (la distruzione immediata e su vasta scala di tutta la infrastruttura libanese, con gravissimi effetti sulla popolazione civile). La proporzionalità è un principio che intende non solo introdurre un minimo di ragionevolezza in quella «summa» di irrazionalità che è la guerra, ma soprattutto limitare lo scempio. La proporzionalità non si può certo misurare con il bilancino. Essa però intende impedire almeno gli eccessi clamorosi. Se, per difendermi da un uomo che mi ha inferto una pugnalata e sta per vibrarmene un´altra uccido non solo lui ma anche la figlia che gli sta accanto, compio un atto sproporzionato. Se, per uccidere un pericoloso terrorista, lancio di notte, quando tutti dormono, una bomba di una tonnellata su un edificio a tre piani, ammazzando insieme al terrorista 15 civili e ferendone 120, compio un atto sproporzionato (è quel che è successo, a Gaza, il 22 luglio 2002, e per quell´azione è in corso un processo civile negli Usa contro A. Dichter, allora capo dello Shin Beth e ora ministro per la Sicurezza in Israele).
Quanto al bombardamento di Cana, esso è palesemente contrario all´obbligo di adottare tutte le precauzioni necessarie per evitare l´uccisione di civili che si trovano nei pressi di obiettivi militari: ovviamente invitare con volantini la popolazione civile ad evacuare un´intera regione, non basta.
Inoltre la sproporzione tra la morte di quei civili e la necessità di neutralizzare militanti Hezbollah che lanciavano razzi da edifici vicini, è palese.
Hezbollah non è da meno, nel violare il diritto umanitario. La presa di ostaggi è un grave crimine internazionale (i due militari israeliani catturati sono ostaggi e non prigionieri di guerra perché vengono usati come mezzo di scambio, ed inoltre è negato alla Croce Rossa Internazionale di avere accesso ad essi). Oltre a ciò, i razzi che Hezbollah ha cominciato a lanciare nel nord di Israele il 13 luglio, quasi contemporaneamente alla violenta reazione militare di Israele, sono armi oggettivamente indiscriminate, come le V2 che i tedeschi lanciavano su Londra.
Quei razzi non sono tanto precisi da colpire solo obiettivi militari e quindi uccidono indiscriminatamente civili e militari. Il loro uso costituisce un crimine di guerra.
La grave e continua violazione, da entrambe le parti, delle più elementari regole sulla condotta della guerra sta avendo conseguenze catastrofiche per i civili, ha riportato il Libano indietro di venti anni ed ha messo in ginocchio le economie libanese e nord-israeliana. Il conflitto ha assunto le proporzioni di una guerra all´ultimo sangue. Una delle condizioni essenziali per il ritorno alla pace è la cessazione immediata degli intollerabili eccessi in corso. Il ministro D´Alema, che ha già promosso un´importante iniziativa di pace, dovrebbe premere sui belligeranti perché si attengano ai principi elementari del diritto umanitario. Egli potrebbe anche riprendere l´ammonimento dei giorni scorsi di L. Arbour, l´Alto Commissario dell´Onu per i diritti umani: le violazioni gravi del diritto umanitario costituiscono crimini internazionali e rendono dunque penalmente responsabili i loro autori. D´Alema dovrebbe ricordare alle parti che tutti i tribunali del mondo potranno (in certi casi dovranno) processare i presunti responsabili di quei crimini.

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