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"La guerra ai palestinesi"

Mentre la stampa si concentra sui danni e le vittime israeliane causate dal lancio di razzi katyusha in Israele, e nel Libano cresce l’escalation di una guerra sanguinaria e inutile, a Rafah l’esercito israeliano mantiene aperto il fronte “interno” della guerra.
9 agosto 2006 - Patrizia Viglino


Volantini sul Libano e telefonate dirette a Gaza, con questo metodo di “terrorismo” mediatico, l’intelligence israeliana continua a perpetrare una politica di attacco contro i civili.
Venerdì, prima dell’alba, l’aviazione ha bombardato a Rafah due abitazioni, distruggendole, subito dopo che le unità di intelligence israeliane avevano chiamato sui cellulari i proprietari delle case, intimandogli di uscire, appena 45 minuti prima dell’attacco aereo.
Tra Giovedì e Venerdì 11 palestinesi sono stati uccisi, tra cui un bambino di 12 anni. Il metodo è sempre lo stesso, attacchi missilistici con carri armati e bombardamenti con l’aviazione. Due bambini di 4 e 6 anni sono rimasti gravemente feriti quando alcuni colpi di carro armato hanno colpito la loro casa. Investiti dalle schegge, i due sono stati ricoverati all’ospedale di Rafah con ferite al volto.
Sabato sono entrate in azione anche le truppe di terra che, penetrate all’interno di Rafah, si sono posizionate con carri armati a poca distanza dall’ospedale cittadino di al Najar.
In tre giorni di attacco, l’esercito israeliano ha ucciso 16 persone, di cui 10 erano civili e 4 bambini, uno dei quali, Shahad Saleh, un neonato di appena 3 giorni.
Un militante delle Brigate Ezzedine al Qassam, è stato ucciso con un missile sparato sulla sua casa. Uccisi anche due fratelli, Amal al Natur di 16 anni e sua sorella Kifah di 15 anni in un attacco aereo mentre si trovavano su di un auto insieme alla madre, ricoverata in condizioni critiche. Ucciso anche l’autista dell’auto dove si trovavano la donna con i suoi figli.
Alto fin’ora anche il numero dei feriti, 46, tra cui 13 bambini e una donna, mentre dagli ospedali continua a giungere l’allarme per l’uso di armi proibite, forse bombe termobariche, forse armi chimiche e a frammentazione, sul cui uso i palestinesi sollecitano da tempo una commissione di indagine.
Dal rapimento del capitano Gilad Shalit sono stati uccisi 150 palestinesi nella sola Striscia di Gaza e il governo israeliano continua a respingere la richiesta dei combattenti palestinesi di raggiungere un accordo di scambio, per la liberazione dei prigionieri. Il ministero della sanità ha comunicato che nell’ultimo mese sono state uccise 177 persone e altre 1010 sono rimaste ferite.
Anche a Rafah, come nel resto di Gaza, è stata distrutta la fornitura di elettricità e molti civili hanno abbandonato le loro case, a causa dei bombardamenti, rifugiandosi nelle scuole.

Venerdì ci sono state proteste in tutti i territori occupati per chiedere la fine dei bombardamenti su Gaza e sul Libano. A Jenin le donne hanno marciato verso la sede delle Nazioni Unite e della Croce Rossa inneggiando a Nassrallah e al Libano e accusando i governi dei paesi arabi di restare in silenzio. Particolarmente arrabbiata la manifestazione tenutasi a Gerusalemme est, dove molti palestinesi si sono riuniti per protestare contro un ordine (poi ritirato), emesso dal governo israeliano, per concedere l’accesso alla spianata delle Moschee a un gruppo estremista ebraico, il quale minaccia da tempo di voler distruggere “al Aqsa”, cavalcando l’idea che la Moschea sarebbe stata costruita sopra un sito archeologico ebraico. Le investigazioni fatte negli anni non hanno portato ad alcun riscontro storico e ad ogni modo nessuno si sognerebbe di distruggere San Pietro solo perché sotto si trovano antichi siti pagani. Ma a spingere i palestinesi in piazza sono state soprattutto le immagini dei bambini di Qana, estratti dalle macerie.
Intanto esponenti di al Fatah in Libano hanno minacciato di prendere le armi qualora le truppe israeliane dovessero attaccare i campi profughi libanesi. Il rischio vero di questa continua escalation è che si generi un punto di non ritorno, tale da non lasciare spazio se non alla guerra globale per la sopravvivenza.
Molti israeliani, palestinesi e libanesi, temendo il peggio, hanno chiesto il cessate-il-fuoco incondizionato, con un documento apparso sul sito dell’Alternative Information Centre.
Fin’ora Israele ha lanciato la sua campagna militare sostenendo di combattere una “guerra per l’esistenza”, ma la situazione potrebbe ancora peggiorare se, abbandonati dalla comunità internazionale, anche i palestinesi e i libanesi sentissero di dover ingaggiare la “loro” lotta per la sopravvivenza.

Da quando si è insediato il nuovo governo israeliano l’attacco alla popolazione palestinese, alle infrastrutture, al governo liberamente eletto, non si contano. A questo si aggiungano alcuni editti di bando che impediscono ai palestinesi con passaporto straniero di tornare in Cisgiordania e la continuazione dei progetti di costruzione del Muro, che sta spogliando i palestinesi delle loro terre e delle risorse d’acqua, giorno dopo giorno. L’ultimo ordine militare nell’area di Jenin ha annunciato l’imminente distruzione di centinaia di alberi d’ulivo.
Intanto la situazione nei centri di prigionia è diventata esplosiva con un moltiplicarsi di scioperi e di proteste giornaliere tra i detenuti palestinesi. Nella prigione di Jalameh, 30 prigionieri politici sono in sciopero della fame per protestare contro le pratiche subite duranti gli interrogatori.
Samir Naifa, portavoce di al Fatah a Tulkarem, ha denunciato come le autorità israeliane stiano distruggendo le proprietà dei prigionieri politici palestinesi. La nuova prassi consiste in una vera e propria rapina sui conti correnti dei prigionieri, attuata dalle autorità della corte militare che impongono sui conti correnti multe o tassazioni (se così le si può chiamare) sotto la voce “infrastrutture”.
In realtà, come affermato dalle stesse autorità carcerarie israeliane, queste tasse sono pensate per svuotare i conti correnti e punire i prigionieri. Questa politica di rapina si abbatte sulle famiglie dei prigionieri stessi che si vedono deprivate dei soldi nel momento in cui pesa sulla popolazione una crescente crisi economica e umanitaria. Inoltre, secondo Samir Naifa, quando le famiglie non possono pagare la “tassa-rapina”, gli israeliani procedono con l’arresto dei familiari dei prigionieri.

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