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Infibulazione: un dramma irrisolto

Vittime di mutilazioni dei genitali femminili.

Si tratta di una pratica ancora largamente diffusa oltre che nei paesi africani, in molti altri europei.
9 febbraio 2006 - Rosanna Rivetti

Nel mondo, secondo i dati dell’Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo (AIDOS), sono circa 30 milioni le donne tra i 15 e i 49 anni che hanno subito mutilazioni dei genitali e ogni anno sono circa 2 milioni le bambine ed adolescenti che rischiano di essere sottoposte a questa brutale usanza. La pratica è diffusa in tutti i paesi dell’Africa Occidentale , con percentuali che vanno dal 5 per cento delle donne in Niger al 94 per cento in Mali.
Spesso si ritiene che il ricorso a queste pratiche sia confinato all’interno di particolari gruppi sociali o di quelle famiglie meno istruite; al contrario la ricerca su Demografia e Salute (DHS) rivela che nei paesi dove queste pratiche sono diffuse su larga scala, il grado di istruzione della ragazza o il fatto che la famiglia risieda in un’area urbana piuttosto che rurale, abbiano un’influenza relativa sulla possibilità che questa venga sottoposta a mutilazioni.
Viene da domandarmi, a questo punto, quali possano essere le ragioni che spingono quei paesi praticare una simile barbarie. Dietro alle motivazioni addotte circa una tradizione locale radicata,o la motivazione secondo cui l’operazione renderebbe la donna più fertile o per altri più fedele nei confronti del marito, si nasconde quasi un mistero. Perché nessun motivo risulta avere in sé un fondamento, anzi, al contrario la circoncisione, per esempio, è una delle cause dell’infertilità, specialmente nelle giovani vergini; nel caso dell’ infibulazione, il parto per le donne può essere difficile provocando la morte del neonato o della madre.
Viene diffusa la falsa idea che le mutilazioni genitali femminili siano garanzia di buona salute, che le donne circoncise sono sempre sane, che non lamentano mai problemi di salute, eccetto “quelli causati dal soprannaturale”. Addirittura si crede che la circoncisione abbia poteri curativi contro la malinconia e la depressione . Ma una seria di studi accurati dimostrano, confermano e ribadiscono che, al contrario, sono collegati al fenomeno numerosi problemi fisici, come shock, emorragia, infezioni, problemi durante le mestruazioni e il parto, disfunzioni sessuali, formazioni di calcoli, perdita di sangue, ecc., senza dimenticare la scia di problemi psicologici di non minore importanza.
Nonostante i gravi danni per la salute, questa pratiche continuano ad essere diffuse e molte donne incoraggiano le proprie figlie a subirle, perché da esse risulta poi dipendere l’accettazione sociale da parte della comunità. L’opinione della donne più giovani, purtroppo tende a conformarsi a quella delle donne più anziane. L’opposizione risulta essere un po’ più alta solo nella Repubblica Centrale Africana e in Eritrea: nei due paesi, rispettivamente il 56 e il 39 per cento delle donne è favorevole a porre fine a tali pratiche.
E’ assurdo ed inconcepibile come, in alcuni paesi del mondo, possa accadere questo vituperio per la nostra società, violando il diritto più ovvio e più naturale dopo quello della vita, del quale tutti dovremo godere: il diritto alla salute. L’articolo £ della “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”, firmata a Roma nel 1950, recita che “nessuno può essere sottoposto…a pene o trattamenti inumani o degradanti”. E’ vile nascondere questo “obbrobrio” dietro giustificazioni culturali o religiose, è ancor più giusto chiudere un occhio e adoperare il metodo del “lasciapassare” , comportandoci con agnosticismo di fronte a violazioni di diritti che ineriscono, oltre le persone adulte, bambine appena quindicenni.
Cosa fa, quindi, la legge, per punire questo fenomeno?
La questione è stata portata all’attenzione delle comunità internazionali grazie all’impegno delle Nazioni Unite e di associazioni non governative, come l’UNICEF e l’OMS :l’azione è finalizzata a sostenere l’impegno dei governi volto a promuovere lo sviluppo di donne e bambini e a sradicare quelle pratiche tradizionali, dannose per la salute. Diversi paesi hanno introdotto leggi specifiche lanciando anche campagne di educazione e sensibilizzazione: Burkina Faso, Senegal, Guinea, Costa d’Avorio, Egitto. L’ Eritrea ha vietato per legge le mutilazioni genitali femminili e il matrimonio precoce. Il problema inerisce, otre gli Stati africani nei quali vige tale tradizione, anche quei paesi dell’Europa e del mondo nei quali considerevoli grippi di immigrati adoperano lo stesso pratiche di mutilazione dei genitali.
La questione delle mutilazioni può ricadere nell’ambito di previsioni normative contenute in Trattati internazionali , Convenzioni; no sempre gode di una tutela giuridica propria ed indipendente, che vieta direttamente e singolarmente il fatto, qualificandolo come lecito. Solo la Gran Bretagna e la Svezia prevedono, nel loro ordinamento giuridico,un reato specifico per mutilazioni di genitali femminili. Nell’altra stragrande maggioranza dei paesi europei, qualora questi atti dovessero essere denunciati,riceverebbero tutela giudiziaria mediante interpretazioni giurisprudenziali, che le farebbero ricadere in fattispecie di reato esistenti. In Italia, per esempio, in casi di mutilazioni di genitali, potrebbe essere fatto valere l’articolo 32 della Costituzione che “tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo”, oppure l’articolo 582 del codice penale che, in tema di lesioni personali, così recita: “Chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale, dalla quale deriva una malattia del corpo o della mente, è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni”.
Se una tutela di questo genere risulta insufficiente per un reato grave quanto singolare, è stato un problema al centro di lotte e dissensi continui: forse sarebbe il caso di prendere sul serio un problema che, radicalizzato ancora in molti paesi del mondo, una società civile ed evoluta, quale è la nostra, non può certo tollerare, e certo merita un interesse risolutivo, senz’altro.

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