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    "Caricacchiacchiere, iapre l’ecchie! Che ad achiute non ge vole nudda!"

    Ciccio e Tore

    6 marzo 2008 - Nadia Redoglia

    Francesco e Salvatore Pappalardi erano due bambini italiani come quelli di una volta. Quelli che andavano a giocare con gli amici in strada, che giocavano a pallone o si lanciavano le bombe d’acqua, scazzottavano, giocavano a nascondino, correvano simulando avventure eroiche con Ciccio e Tore l’aiuto di adolescenziale fantasia. A Gravina non ne occorre troppa per costruire castelli stregati, caverne e labirinti: non è neppure il caso di addentrarsi nei boschi limitrofi, se ne trovano a iosa vicino e sotto casa. I bambini di una volta avevano padri severi e madri che si adeguavano, funzionava così, senza un fiato. Il genitore e marito prima menava e solo dopo rimproverava verbalmente o lanciava sguardi truci. Le madri, a missione paterna compiuta, attenuavano e la vita proseguiva. Oggi funziona così solo in parte perché soprattutto le donne ci danno un taglio con o senza i Crepet e si separano davanti a un giudice. Dei coniugi Pappalardi siamo stati costretti ad interessarci perché nel 2006 i fratellini non si trovavano più. La cronaca ha ritenuto informare che il giudice li aveva sottratti alla madre per affidarli al padre e parte dell’Italia ha dedotto che la signora fosse snaturata perché nella nostra terra i bambini vengono sempre affidati a mammà. Ogni tanto il mezzobusto, carente di servizi, ricordava agli italiani che Ciccio e Tore ancora erano dispersi, buttava là qualche espressione materna e paterna stando accorto di inquadrare lei non affranta, lui truce e così la fama di genitori non per bene era salva, mentre le forze dell’ordine e i volontari bardati di arancione compivano atti all’indianajones e quelli degli uffici disponevano ricerche oltre confine: “minchia signor tenente!” direbbe Faletti. La penultima inquadratura della vicenda ci riserva il colpo di scena. Il padre-padrone dallo sguardo truce viene arrestato a novembre del 2007 accusato dell’omicidio dei figli e occultatore dei loro cadaveri. Seguono inquadrature fuori campo della moglie, a quel punto fiduciosa nella giustizia, diventata automaticamente quasi buona madre. Il fato, che ci ricorda sempre che nulla più o meno viene per nuocere, fa precipitare un adolescente in una delle innumerevoli cisterne di Gravina, i compagni di giochi corrono a chiamare aiuto, e così viene portato in salvo. Ciccio e Tore non erano diversi, anche loro erano caduti là dentro, quasi due anni prima, ma nessuno, chissà perché, ha chiamato aiuto. E’ chiaro che avevamo altro da fare: realizzare la catena di stereotipi dei nostri tempi. Madre poco mammà, padre padrone dunque figli adolescenti disadattati fuggiti da casa per le cui ricerche è indispensabile un piano d’azione con i potenti mezzi e moderni metodi scientifici. Gettata la spugna si deve trovare il colpevole dell’unica colpa che probabilmente non ha, che ora si fa fatica a liberare perché la troppa semplicità d’azione appartiene a logiche di tempi obsoleti come ci dimostrano, ancora, i mezzobusti che preferiscono le descrizioni minuto per minuto di raccapriccianti agonie insistendo sul fatto che se i fratellini avessero posseduto un telefonino che il padre però non gli comprò, forse sarebbero ancora vivi. Ci sarà qualcuno che dirà loro che a 20 metri sotto terra non c’è campo? Domanda inutile. L’unica domanda sensata in questa miseria di storia titolata impunemente “il giallo di Gravina” è chiederci dove possiamo andarci a riprendere cuore e cervello. Ma solo Ciccio e Tore potrebbero risponderci: “Caricacchiacchiere, iapre l’ecchie! Che ad achiute non ge vole nudda!” Se la loro morte ce li facesse riaprire almeno un po’ i nostri occhi!

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