Recensione

La Pedagogia della Lumaca

Gianfranco Zavalloni
La Pedagogia della Lumaca.
Per una Scuola Lenta e Nonviolenta,
EMI Bologna 2009
26 giugno 2009

La pedagogia della lumaca

La scuola contemporanea, come la società umana, è incentrata sul traguardo della velocità, dell'accelerazione, della competizione.
"La Pedagogia della Lumaca", l’ultimo libro di Gianfranco Zavalloni, è una provocazione.
E' l'elogio della lentezza, del ritardo, del tempo dell'attesa.
Il sistema attuale, trionfante di materialismo, esacerbato di fittizi slogan e tracotante di vacuità edonistiche in eccesso di apparenza e futilità, votato al mito dell'economico e dell'efficientismo sfrenato, nell'alienante espropriazione del soggetto-persona, con la perdita di punti di riferimento e di ideali classici di equilibrio, soppiantati dall'imperante massificazione consumistica, dal mito capitalistico del potere egoico e del primato dell'economico esclude radicalmente dalla propria concezione capitalista ed edonista, pesante e devastatrice, il “pensiero debole” della lentezza, che implica l'accettazione di tutto ciò che è leggerezza, l'accoglienza della fragilità, propria e altrui, la valorizzazione della fanciullezza e dell'immaturità, nel tempo educativo dell'attesa, dove il rallentare diviene un imperativo di sopravvivenza da parte di quell'homo economicus che dovrebbe trovare il coraggio di recuperare e scoprire altre dimensioni vere ed autentiche della vita umana. Mappa del libro, disegnata da Zavalloni
Davvero risulta urgente un risveglio catartico e rigeneratore dal torpore della civiltà occidentale capitalista, che ha indotto l'uomo al traguardo della globalizzazione forzata, con il mito della crescita esponenziale economica, senza limiti, dove tutto intorno è competizione, prevaricazione, arroganza, nella legge del più forte, della volgarità triviale.
Come creare dunque una società migliore improntata su esempi di vita semplici, dove anche un bambino possa apprezzare valori etici e riappropriarsi di caratteristiche che risultano innate ed implicite?
L'esigenza di lentezza e non violenza, di leggerezza e fragilità, come accettazione dello scarto, del limite, dell'inferiorità, dell'inefficienza, del saper apprezzare ciò che non è pienamente efficace ed efficiente, attivo, bello, giovane e prestante è un valore contro i disvalori livellatori e omologanti dettati e imposti dal mito consumistico del sempre nuovo, dell'innovativo, dell'efficace, che risultano fondamentalmente sprezzanti nei confronti di chi è lento, di chi rimane indietro, di chi non sa stare al passo con i tempi, di chi non ce la fa a riemergere o, semplicemente, a sopravvivere alla farsa pretestuosa e opportunistica della modernità incalzante e dell'epoca del sempre nuovo.
Occorre scoraggiare la rincorsa affannosa ed infelice verso la chimera del benessere materiale eccessivo, superfluo e, per questo motivo, schiavizzante e, al contrario, incentivare il richiamo della semplicità nella vita, nel quotidiano, nelle relazioni con tutti e con ciascuno, nella fragilità degli stati d'animo, nella lentezza di risposte a quesiti mai posti, nella precarietà degli affetti, dei sentimenti, degli scarti emozionali di insuccessi esistenziali.

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