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Parlare di mafia oggi è scomodo. Per questo dobbiamo urlare che essa continua ad esistere

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2 novembre 2004 - Francesco Sciotto
Fonte: Riforma in Rete - Il Settimanale delle Chiese Evangeliche, Battiste, Metodiste e Valdesi - http://www.riforma.it

No alla Mafia


TRE notizie degli ultimi giorni. La prima: i giudici hanno concesso dei permessi premio a Giovanni Brusca, collaboratore di giustizia, boss di Cosa Nostra e assassino; tra i suoi delitti si conta anche l’uccisione del figlio di Di Matteo, strangolato e poi sciolto nell’acido. La seconda: già ai tempi del maxiprocesso si tentò di delegittimare Giovanni Falcone, che di lì a qualche anno sarebbe finito come tutti ricordano, tra l’asfalto esploso di un’autostrada. La terza: Andreotti non era implicato in fatti di mafia, almeno a partire dal 1980 e i suoi legali possono gioire; il fatto che egli abbia incontrato Bagarella, lo sostiene la Cassazione, prima e dopo l’uccisione di Salvo Lima è poca cosa, anche questo lo sostiene la Cassazione.
Uno, due e tre e la mafia è tornata nelle prime pagine dei giornali, per poi scomparirne dopo qualche giorno. La memoria è importante e il fatto che ci siano ancora degli inquirenti che tentino di ricostruire i fatti di quegli anni dimostra che questi temi suscitano ancora il nostro interesse, che l’epoca delle stragi non ci ha lasciati indifferenti. Ma c’è qualcosa che non mi convince. La mia impressione è che il registro con il quale parliamo della mafia sia ormai quello della memoria, come per la segregazione razziale in Sud Africa o per il nazifascismo. Basta leggere uno qualunque dei quotidiani locali siciliani per rendersi conto che la mafia oggi non esiste, non agisce più. Parole come cosca, controllo del territorio, narcotraffico, estorsione, appalti riguardano ormai gli Anni 80 e 90 quando tra Palermo, Catania e Reggio Calabria si contarono circa 3.000 morti ammazzati. La mafia c’è se spara, se mette le bombe, sennò meglio dimenticarsene o a limite «ricordare». Falcone, Borsellino, Fava, La Torre, Mattarella, don Pino Puglisi: martiri di una guerra lontana. Riina, Bagarella, Bontade, Santapaola, Pulvirenti: gente oramai dietro le sbarre, gli sconfitti.
La mafia è il passato, o a limite un presente lontano e impersonale: si dice che la provincia di Reggio, 500.000 abitanti, conti attualmente 5.000 affiliati alla ’ndrangheta; si calcola che la stessa ’ndrangheta ricavi la bellezza di 300 milioni di euro al mese dal traffico di cocaina; si parla di 86 esercenti su 100 taglieggiati a Palermo, 90 a Catania. Si parla, si dice, si calcola: c’è sempre un «si» impersonale e fumoso, nelle statistiche come nelle mezze parole della strada. N., un posteggiatore della mia zona, messo lì da chi sa chi a svolgere un mestiere che non esiste, mi ha detto una volta di alcuni ristoratori del quartiere: «Sta attentu Francuzzu, è genti di squatra, si sa». Gente di squadra, gente mafiosa, si sa.
Martiri e sconfitti del passato, mezze parole e statistiche impersonali per il presente. Andreotti non era mafioso e tutti ne parlano, il sindaco di Gela riceve intimidazioni e scampa a un attentato e nessuno lo viene a sapere. Eppure a pag. 29 della prima relazione semestrale del 2004 che la Direzione investigativa antimafia (Dia) ha presentato al Parlamento si legge: «La mafia continua ad essere orientata a esercitare pressioni illecite nei settori economicamente più remunerativi: in tale ottica le attività produttive, in generale, e i lavori pubblici in particolare, costituiscono un’importante risorsa economica per le associazioni mafiose, gestite attraverso una mirata attività estorsiva, nonché mediante l’imposizione di forniture di materiali o la diretta partecipazione all’esecuzione dei lavori da parte di imprese riconducibili ad appartenenti all’organizzazione criminale. Per altro verso, a monte della fase esecutiva dei lavori, talora si registrano altresì tentativi di alterazione della regolarità delle gare d’appalto allo scopo di assicurare l’aggiudicazione a favore delle imprese scelte dai mafiosi. Tali illecite ingerenze comportano, oltre a un danno economico per le casse pubbliche e per l’imprenditoria onesta, anche un rilevante costo sociale quale conseguenza della saldatura tra la criminalità organizzata e quella parte di imprenditoria facente capo a soggetti formalmente estranei alle organizzazioni mafiose ma con esse conviventi».
Aveva ragione un nostro ministro, dunque, quando qualche tempo fa, giunto a un’assise di imprenditori siciliani disse che la mafia esiste ancora, «ma» bisogna imparare a conviverci ed evitare che la sua esistenza strozzi e assopisca le attività produttive, il che tradotto in parole povere significa: freghiamocene per ora. Riapriamo cantieri e facciamo ripartire le grandi opere pubbliche, se ci sarà da oliare qualche meccanismo poco male, l’importante e che si lavori e si spenda. I cantieri, poi, riaprirono davvero e si ricominciò a parlare dell’indispensabile ponte sullo Stretto. Quale realismo da parte dei nostri governanti!
La mafia oggi è questo: i «sì» impersonali e i «ma» del ministro di turno. E sogno una lotta alla mafia senza si e senza ma. Quali possono essere i margini di manovra delle nostre chiese in questa lotta? Credo che esse facciano già molto nei piccoli ma variegati progetti in cui si spendono nei quartieri e nelle città, da sole e di concerto con tante associazioni impegnate nell’educazione alla legalità e alla partecipazione attiva dei cittadini in ciò che li riguarda. Perché i sì e i ma si possono annullare anche così, con il lavoro quotidiano, con la predicazione, con la partecipazione attiva, contro le logiche della delega e delle mezze parole, che creano eroi di cui ricordarsi e cittadini assopiti.

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