Altri appunti sul Sessantotto

Dalla critica del sistema alla critica della violenza

Frutto e seme - Il Settantasette - I movimenti profondi
12 marzo 2008

Altri appunti sul Sessantotto
Dalla critica del sistema alla critica della violenza

C’è un giudizio negativo, di condanna, del Sessantotto, come esplosione del “liberismo etico”, dell’ “erba voglio” (che, diceva l’antico proverbio, «non cresce neppure nel giardino del re»), del “vogliamo tutto”, della rivoluzione immaginaria totale senza tempi e senza costi, del consumismo sessuale, della democratizzazione del privilegio, del principio di piacere irrealistico e irresponsabile, del “voto politico” anche a chi non ha studiato, dei diritti civili individualistici, del mito dell’assemblearismo creatore di piccoli leaders-padroni, della sinistra verbale che non ha impedito carriere ben dentro il sistema, delle convinzioni così profonde da sapersi capovolgere nel loro contrario.
Senza negare questi aspetti, si può d’altra parte vedere e riconoscere che il Sessantotto è un frutto e un seme positivo.

Frutto e seme
Quel movimento nasceva anche dall’esaurimento (o dal rivelarsi dei limiti), a vent’anni dal 1948, di certi aspetti della ripresa post-bellica: era la critica (non senza contraddizioni pratiche) della nuova ideologia del benessere; denunciava la democrazia solo formale che non realizzava i diritti sostanziali e la partecipazione; si ribellava all’autoritarismo del “padri” (nell’università e nelle scuole, nella famiglia, nella cultura ufficiale, nella produzione, anche nella religione) soddisfatti e stabilizzati nel ventennio della ricostruzione, manifestava insoddisfazione anche verso la sinistra storica. Era un movimento anti-sistema, che esprimeva il bisogno di smuovere dall’immobilità appagata i rapporti di potere stabiliti e le categorie della vita sociale, in politica, in morale, in religione, in economia, e nella partecipazione democratica.
Chi scruta i semi di pace e nonviolenza nella storia, scorge nel Sessantotto anche qualche frutto, sebbene per lo più inconsapevole, di seminagioni profonde, come quelle compiute da Aldo Capitini, Lorenzo Milani, Danilo Dolci, Martin Luther King. Ricordiamo che il fremito che attraverserà i continenti sviluppati, parte da alcune università statunitensi: la guerra del Vietnam suscita obiezioni nelle coscienze dei giovani (molti obiettori alla leva in Usa e crescita dell’obiezione in Italia), nati al termine o dopo la seconda guerra mondiale; essi sentivano che il tempo delle guerre doveva essere sorpassato; sentivano la contraddizione fra la vittoria della democrazia e dei diritti sulla barbarie nazista, e il ritorno alla guerra. Per i giovani più sensibili e svegli il vanto del “mondo libero” nei confronti del blocco sovietico suonava falso, se non realizzava democrazia, giustizia e pace.
Martin Luther King pagò con la vita, il 4 aprile 1968, il passaggio dal rivendicare i diritti civili dei neri al denunciare la guerra imperialistica del suo paese. I movimenti giovanili avevano davanti agli occhi più l’icona di Che Guevara (ucciso il 9 ottobre 1967) che non Martin Luther King; dicevano «guerra no, guerriglia sì»; non facevano chiarezza sufficiente sulla violenza del sistema mondiale e dei poteri (politici, economici, culturali) locali, e tuttavia il tema della violenza e della nonviolenza era presente, con contraddizioni e immaturità, nel filone centrale del movimento. Molti di noi divennero cercatori di nonviolenza in quella temperie.

Il Settantasette
Nel decennio successivo il movimento già degenerava. La ripresa del Settantasette fu molto diversa: vedi il nostro lungo, severo e giusto editoriale, di tono pasoliniano, che proponeva chiaramente la nonviolenza, in il foglio n. 54, marzo 1977. Se certi rami di quel movimento arrivarono, allora, alla violenza politica, alla lotta armata, al terrorismo, si deve al prevalere di quelle immaturità e contraddizioni, ma anche alla frustrazione arrabbiata provocata dal muro di gomma e di durezza, di sordità e concessioni superficiali e ingannevoli, opposto dal sistema al movimento. Piazza Fontana (12 dicembre 1969) e la strategia della tensione arrivarono puntualmente quando il movimento operaio si mosse insieme a quello studentesco. Chi chiude la via politica e storica, spinge sulla facile via violenta. Il movimento decadde non solo per avere adottato l’opposizione violenta, ma perché questo era imitare e subordinarsi ai caratteri peggiori del sistema contestato, come dimostrano alcune delle stesse critiche qui indicate all’inizio.

I movimenti profondi
Ma bisogna guardare i tempi lunghi, i movimenti profondi. Nonostante un’evoluzione accidentata e pregna di contraddizioni, il frutto migliore del Sessantotto è il cammino dalla critica globale del “sistema” (chiuso e bellico, allora come oggi) alla critica più lucida della violenza.
Molta analisi e promozione di questo cammino è ancora da fare, ma oggi è diventato possibile analizzare meglio, in modo meno mitico e illusorio, il male della violenza: quella bellica, quella strutturale-economica, quella culturale-mediatica a sostegno dell’ideologia stessa della violenza fatale, ideologia usata a giustificare le guerre e le economie oppressive degli umani e distruttive della natura. Si potranno individuare dei momenti significativi di questo cammino: il ’68 stesso, il ’77 (come dicevamo), gli anni ’80 (emblematica la lotta ai missili, Comiso), l’’89 (rivoluzioni nonviolente nell’Est-Europa), ’99 (Seattle e l’altermondialismo) e infine l’attuale lotta alla guerra come falsa risposta al terrorismo generato dal dominio, insieme allo sviluppo di esperienze di trasformazione nonviolenta dei conflitti e di cultura nonviolenta all’interno delle società. E bisognerà procedere dappertutto dal pacifismo (che contrasta la sola violenza bellica) alla nonviolenza positiva e attiva.
Il movimento oggi non appare molto sulla scena, ma è formicolante, sebbene diviso, sotto i colpi della guerra infinita, dello scontro di civiltà, delle ossessioni identitarie, delle psicosi securitarie (più pericolose dei pericoli) , dell’arroccamento istituzionale delle religioni. Teniamo acceso il fuoco sotto la pioggia, perché è giusto e necessario.
Enrico Peyretti, 12 marzo 2008

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