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Intervento di Francesco Ruggieri, "Oggi c’è gran fermento in Città"

“Ambiente, a Taranto non solo Riva”

L’ambiente, un tema di grande interesse. Sull’argomento registriamo un intervento di Francesco Ruggieri, fondatore dell’associazione “Aiutiamo Ippocrate”.
6 dicembre 2007
Fonte: Corriere del Giorno

- C’è ultimamente un fiorire di iniziative sul piano della battaglia per l’ambiente. Noi di Aiutiamo Ippocrate ce ne occupiamo attivamente dal 1995 ripetendo ciclicamente alcuni concetti che fanno riferimento in particolare al diritto ad un risarcimento del territorio da parte dello Stato; nel 2000, prima delle “storiche” quanto alla fine improduttive ordinanze sindacali, inviammo al Governo una nostra relazione, con alcune precise richieste in tal senso, puntualmente ignorata.

Oggi c’è gran fermento in Città, si è costituito il Comitato Per Taranto, ma c’è anche il Comitato Taranto Futura che propone un referendum sull’Ilva, l’Associazione Bambini contro l’Inquinamento che promuove iniziative, l’ Ail che scende direttamente in campo, oltre le tradizionali sigle ambientaliste che svolgono da sempre la loro attività a difesa dell’ambiente.

Cionondimeno i fatti concreti parlano di una involuzione della situazione. Dal 2001 ad oggi abbiamo visto incrementare la produzione dell’Ilva, a causa della chiusura di altre aree a caldo, ci apprestiamo a veder raddoppiare la raffineria e, secondo il verbo di Bersani, dovremmo anche ospitare il famoso rigassificatore. C’è dunque qualcosa che non funziona; il mio parere personale da “addetto ai lavori”, aggettivazione che credo possa auto attribuirmi avendo lavorato all’interno dell’Ilva per oltre un ventennio e occupandomi di ammalati oncologici da oltre 12, è che siano da correggere alcuni errori strategici.

Vi è una prima necessità assoluta che è quella di parlare tutti un unico linguaggio e quindi spersonalizzare la battaglia facendo ognuno un passo indietro e riunendo in un unico corpo le tante sigle che oggi propongono, legittimamente e lodevolmente, iniziative diverse. Un secondo aspetto è quello della reale condivisione della maggioranza dei tarantini; su questo lo scrivente nutre non pochi dubbi; al di là delle manifestazioni episodiche, come in occasione della nostra fiaccolata o della marcia di Merico, resta da verificare quanta parte della Città concretamente ponga la salute innanzi al lavoro. Si badi bene, l’atteggiamento delle rappresentanze istituzionali, che non è nei fatti mutato al cambio di colore politico, continua ad essere fortemente “prudente” guardando alla occupazione come emergenza prioritaria.

La mia convinzione è che tale atteggiamento sia nei fatti condiviso da più tarantini di quanti possiamo immaginare. A tal proposito un referendum tornerebbe davvero utile per capire il reale pensiero dei più. In una situazione di grande sofferenza occupazionale anche 20 posti di lavoro (tanti alla fine dovrebbe portarne a regime il rigassificatore laddove realizzato) sono una enormità; tutti i disoccupati aspirerebbero a quei 20 posti e quindi nelle aspettative i posti potenzialmente sarebbero 80.000 e più (il ragionamento può apparire contorto ma è coerente con la realtà; soprattutto se pensiamo che quegli ipotetici 20 posti sarebbero oggetto di promesse da parte dei vari “politicanti”). In ultimo occorre correggere il tiro nella individuazione degli obiettivi. Non può essere Riva, comunque non solo lui, al centro delle attenzioni.

A chiunque gestisca una attività industriale va chiesto, quale pretesa e non concessione, il puntuale rispetto delle norme; non si può però pretendere che ponga rimedio a oltre 50 anni di errori, chiamiamoli pure così, realizzati da altri. E qui entra in ballo lo Stato; l’Ilva non fu costruita sulla Città per errore o per mancanza di conoscenze; fu scientemente costruita sull’ area portuale perché una industria siderurgica da 12 milioni di tonnellate di acciaio ha bisogno di un porto; poi ci furono tutte le altre condizioni ambientali, politiche, sociali, economiche.

Ma l’Ilva è servita alla ricostruzione dell’ Italia e al boom economico. E oggi, come da sempre, l’industria dell’acciaio resta strategica per il Paese. L’Italia produce 26 milioni di tonnellate di acciaio all’anno; di questi 10 milioni sono concentrati a Taranto; il problema è proprio la concentrazione di tanta quantità in un unico sito. Chiedere la chiusura dell’Ilva significa , al di là delle immediate ripercussioni sul piano occupazionale, un cambio radicale di strategie che personalmente ho fondati dubbi che si possa ottenere. E dunque occorre puntare ad altro; occorre dire con forza, pretendere, non chiedere, allo Stato, grande assente da sempre nella vertenza Taranto/Ilva/Ambiente di occuparsi concretamente della Città con una azione risarcitoria.

Che significa impegno di ingenti risorse per la bonifica ambientale e investimenti per rendere ecocompatibili, il più possibile, gli insediamenti industriali. Poiché le nostre rappresentanze istituzionali non sembrano al momento in grado di supportare una simile istanza occorre una forte azione popolare; alla francese, o alla Scanzano se vogliamo rimanere in ambito italiano; ad occhio e croce ci vorrebbero 20.000 tarantini per abbracciare simbolicamente l’Ilva. Altre forme di lotta parcellizzate, e soprattutto non supportate da una partecipazione di massa, temo non riusciranno a produrre grandi risultati almeno nell’immediato.

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