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Una vita spesa tra la fabbrica e gli ulivi quella di Lorenzo Fersurella che racconta la sua avventura come in un film

Operaio e contadino

A Fragagnano la riscoperta dell’ultimo «metalmezzadro». Ecco l'ultimo metalmezzadro. Lo incontriamo tra gli ulivi, nelle campagne di Fragagnano, lungo una bava di alberi dietro la quale il sole cade in un pigro tramonto.
11 gennaio 2008
Fulvio Colucci
Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

LA FAVOLA DEL METALMEZZADRO

- Alle spalle delle ultime case del paese, quelle tirate su in pochi anni da tipi come lui, Lorenzo Fersurella, classe 1947, si racconta a metà tra la terra e la fabbrica. Trent’anni in Italsider, una vita fra i campi. «Metalmezzadro, sì. Ma a mezzadria ci andava mio padre. Usavamo i cavalli al posto dei trattori; ero piccolo, lo ricordo ancora. Pensi: a Fragagnano esistevano solo due trattori». Metalmezzadro, parola ibrida, quasi un animale mitologico: immagine fantastica; un po' aquila, un po' leone. Partorita dalle penne di giornalisti e studiosi che si piegano sull'industrializzazione del Mezzogiorno negli anni '60, scoprendo che gli operai non hanno mai smesso di fare i contadini. «Il vero protagonista sommerso si chiama metalmezzadro.

E’ metalmeccanico, lavora nello stabilimento Italsider grande due volte e mezza la città. Abita nei paesi della provincia e trova il tempo per coltivare il suo pezzo di terra». Lunedì 15 ottobre 1979 appare sul «Corriere della Sera» forse la prima definizione di «metalmezzadro» divulgata al di fuori dei testi di studio. Il termine lo utilizza Walter Tobagi in una inchiesta relizzata proprio a Taranto in cui si mette a fuoco «l’economia sommersa al Sud» e si guarda con amara profezia all’intreccio tra sindacato e politica: «Vista da quaggiù - scrive Tobagi - l’autonomia del sindacato sembra indefinibile come un’araba fenice».

LAVORAVO IN GERMANIA

Il camino crepita nel salotto di casa. Fersurella intreccia il suo racconto ai ricordi. Una trama fitta come quella delle scene campestri sui quadri alle pareti. «Lasciai Fragagnano alla fine degli anni ‘60, lavoravo in Germania in una fabbrica di legname, trasportavo tronchi, diventavano mobili. Stavo bene, il lavoro mi piaceva e anche economicamente non potevo lamentarmi. L’Italia? Era lontana». Negli occhi dell’ultimo «metalmezzadro» scorrono immagini di oltre trent’anni: nomi, luoghi, ricordi che non fuggiranno. Mai. «Avevo fatto domanda per entrare all’Ilva , nei primi anni ‘70. Nel 1974 la mia richiesta fu accolta. Presi subito servizio: prima mi occupavo del trasporto materiali all’interno dello stabilimento: guidavo i camion; poi fui trasferito al porto: scaricavamo il materiale che giungeva a bordo delle navi. Certo, non sono stato sul fronte del fuoco e della polvere, ma il mio lavoro non era esente da rischi. Ci calavamo, infatti, nelle stive: trenta metri in giù con la pala meccanica. La parola d’ordine? Non farsi male».

LA TERRA? MI RILASSAVA

«Nelle ore libere tornavo sempre a casa, nei campi, a lavorare la terra. Era anche un modo per rilassarsi». Fersurella scandisce le parole quasi fossero una semina lenta, paziente. La memoria e il futuro. «Io in Germania la terra l’avevo quasi dimenticata. E’ sempre stato così. Ho provato grande attrazione per il lavoro in fabbrica, ma i campi non li ho mai lasciati». Una luce corre negli occhi di Lorenzo quando gli chiediamo di ripercorrere sentieri antichi. Le sue mani corrono veloci sul tavolo, poi si fermano. Simili a rami d’ulivo vogliono raccogliere nell’aria un lembo di pensiero meridiano che torna ai treni a vapore, alle donne coi fazzoletti neri, alle case bianche cotte dal sole e dal silenzio nei pomeriggi del Sud. «Da ragazzo lavorare la terra era duro, ma la vita era diversa, più tranquilla. Se ho nostalgia? Non dei ricordi, ma del tempo. Ecco, sì. Ho nostalgia del tempo. Noi rispettavamo il tempo e il tempo rispettava gli uomini. C’era un tempo per tutto: il tempo del lavoro e quello del riposo. Oggi non c’è più tempo. E forse non ci siamo più nemmeno noi».

I CAMPI E LA FABBRICA

«Non sentivo particolare distacco tra la terra e la fabbrica». Ora il nostro «metalmezzadro» sembra di nuovo in sella alla macchina del tempo. «Facevamo entrambe le cose. Non vivevamo di nostalgie. Sì, ci aiutava il lavoro: allora non mancava. Ma ci aiutava soprattutto il tempo. Che non correva e non chiedeva tutto e subito. Si lavorava con più attenzione, si lavorava in squadra, anzi: le operazioni più rischiose venivano fatte sempre da un gruppo di persone. Oggi gli operai restano soli di fronte alla macchina e, magari, sono buttati in prima linea dopo pochi giorni di pratica. Noi affrontavamo un lungo tirocinio ed eravamo sempre affiancati da compagni più esperti. Oggi sento parlare tanto di formazione nelle fabbriche, nelle aziende. Allora la parola formazione magari era meno di moda, ma la toccavi con mano: la pacca sulla spalla di un anziano che ti diceva di non aver paura, di andare avanti».

AL PORTO C’ERA IL MARE

«Al porto c’era il mare, era bello. La tensione annegava facilmente in una risata. Ho lavorato tanto di notte, ma sa perché non mi pesava? Perché tornavo in campagna, tra gli ulivi». La voce di Fersurella sale di tono, si avvinghia al presente e non cede la presa al sentimento. «Oggi lavorare la terra significa impegnarsi di più, ma guadagnare meno. La terra rende poco, ma non è avara. E’ il prezzo dei frutti a non avere la giusta convenienza. Negli anni ‘60 una donna guadagnava 500 lire per una giornata nei campi: il costo di una bottiglia d’olio. Oggi il costo di una giornata di lavoro in campagna, per una donna è trenta euro. Una bottiglia d’olio costa cinque euro. Se fa un po’ di conti capisce che il lavoro serve a difendere la terra, a non abbandonarla, sperando in un futuro diverso».

UN FUTURO DIVERSO? LA TERRA

«Perché io credo in un futuro diverso, un futuro nel quale si tornerà alla terra. Ci credo perché la vita, l’esperienza, mi portano a pensare questo. E’ la vita che torna indietro e si ripete». Vibra nelle parole di Fersurella una linfa misteriosa, lontana, eppure a noi vicinissima: «I miei nonni si lamentavano per i dazi comunali sulle provviste, poi, negli anni ‘60, abbiamo assistito ad un periodo di liberalizzazione. Ma i vincoli stanno tornando: a fine anno devi dichiarare tutto quello che hai prodotto e guai a dimenticare qualcosa. Se ripenso agli anni della fanciullezza, ai cavalli che trascinavano l’aratro, dico che grazie alla tecnologie moderne la campagna produce di più. Poi ci penso e dico: con dieci quintali di grano una famiglia andava avanti. Noi, per esempio, campavamo in cinque. Oggi, ormai, tutto o quasi arriva dall’estero. Per chi lavora la terra è un danno. Ecco perché bisogna difendere la terra. La terra è come la vita: non si ferma mai».

GLI SCIOPERI? RIEMPIVAMO LA CITTÀ

«Quando si organizzava uno sciopero riempivamo la città. Oggi i ragazzi hanno paura di scioperare. I padroni spingono sull’acceleratore della produzione, ma non c’è traccia di lavoro veramente organizzato, non c’è ombra di solidarietà tra gli operai. Li vedo passare ogni mattina in quelle auto che sfrecciano verso il turno delle sette. Chiusi nei loro giubbotti e nei loro pensieri, facce tristi, sguardi vuoti. E li vedo tornare la sera dopo dodici ore di lavoro: come si fa? Sono turni massacranti. E’ il rispetto che non c’è più a preoccuparmi, il rispetto per l’uomo. E anche i sindacati, ai miei tempi, dicevano la loro sugli orari di lavoro, tenendo conto della sicurezza, anzitutto».

FIORIVA L’ULIVO

«Sì, lo ripeto. Lavorare la terra era come cambiar aria smessa la tuta e chiuso l’armadietto». Fersurella chiude gli occhi un attimo. Scorrono, tra i suoi pensieri, alcuni frame a passo ridotto. «Oggi le fabbriche assorbono questi giovani sin nei pensieri. E tra terra e industria non c’è più quel legame che noi tenevamo vivo con il nostro lavoro. Ci impegnavamo e dicevamo: come riesce a fiorire l’ulivo così, con la stessa pazienza, dobbiamo portare a termine il lavoro in officina».

DOV ’È LA SPERANZA?

«La speranza? Qual è la speranza oggi? Guardavamo all’industria con speranza, ma oggi guardo gli alberi e dico: c’è un punto oltre il quale l’industria non può arrivare. Ecco, allora che l’uomo torna indietro. Nella mia vita ho visto tante volte questo ritorno delle cose. Sa cosa ci farà tornare indietro? Il petrolio. Oggi è a 100 dollari al barile. Vedrà che le cose cambieranno e dovremo tornare alla terra. Oggi tenere acceso un trattore costa, con la nafta ad un euro e trenta al litro. Tornare ai cavalli? Vedrà, a poco a poco».

BASTAVA RIVOLGERSI AL SINDACATO

«Quello che mi dispiace è vedere i ragazzi afflitti oggi, dal pessimismo. Non mi meraviglio, sono sempre stato realista. E’ anche vero che viviamo un periodo difficile. Dagli anni ‘60 agli anni ‘90 la tutela dei diritti nel mondo del lavoro era scontata, addirittura. Oggi bisogna ricorrere all’avvocato e sperare di vincere la causa. Prima bastava rivolgersi al sindacato. Vedo un futuro in cui per cambiare le cose occorrerà attraversare certamente periodi difficili. I giovani, soprattutto, dovranno essere pronti ai sacrifici. E il sacrificio più grande sarà proprio quello di imporsi nuovamente delle regole. Che oggi mancano». Ora gli occhi dell’ultimo «metalmezzadro» cercano un punto di fuga. Chissà, forse per acchiappare un sogno.

I CAMPI, IL TEMPO

«La campagna ha i suoi tempi. Dico sempre che insegna la calma ed è maestra. I tempi della campagna sono già una regola: l’estate si “pre parano” gli alberi, in inverno si raccolgono le olive. In inverno si “prepara” la vigna, in estate si raccoglie l’uva. A marzo è tempo di “preparare ” i pomodori, a giugno si raccolgono». Fersurella recita la filastrocca delle stagioni, spiegando così, con la semplicità di un piatto di grano: «E’ la magia delle stagioni. La magia della terra. Quando è periodo di raccolta a darmi una mano sono i miei figli. Certo, rispetto al passato sono cambiate
tante cose. La stessa terra che coltivo è cambiata. Prima c’erano vigneti immensi, oggi ci sono le cave, le dighe, le discariche» .

NULLA SI CREA, NULLA SI DISTRUGGE

«I rifiuti sono un problema, ma anche qui mi torna alla mente quello che facevamo in casa quand’ero ragazzo: non si buttava niente, si riciclava tutto. A partire dall’acqua piovana sui tetti. Nello Stato ci credo, nell’impresa privata no quando sacrifica l’uomo alla ricchezza. Credo in quelle forme di associazioni cooperative che possono aiutare, per esempio, l’agricoltura. Nelle nostre campagne, purtroppo, non hanno avuto grande fortuna. Eppure lo spirito di solidarietà conta. Ricordo che in fabbrica esisteva, avremmo dovuto far tesoro di questo. Ricordo tanti compagni con i quali abbiamo condiviso una esperienza di lavoro importante, che non dimentico. Ricordo i pescatori, i mitilicoltori; anche loro operai dell’Ilva, anche loro contadini, contadini del mare. Tornavano volentieri alle loro barche, alle loro reti».

LA VITA NON LA FERMI MAI

«No, la fabbrica non l’ho dimenticata, non l’ho rimossa dai pensieri. Ne riparlo spesso con tanti compagni che hanno vissuto insieme a me quell’esperienza. Al lavoro nasceva l’amcizia, un senso di condivisione che, forse, oggi si è perso. Questo ci aiutava a non avere paura del lavoro. Ci aiutava il senso di vicinanza, l’idea che insieme potevamo fare bene il lavoro e farlo senza problemi, senza correre eccessivi rischi. Forse i tempi della campagna e della fabbrica coincidevano. E alla fine scaricare 50mila tonneallate di materiale ogni giorno, ogni notte, era più lieve. Ti abituavi, sì, e sapevi come impostare il lavoro anche quando sembrava difficile. Ci aiutava la campagna. Ci aiutava la terra alla quale tornavamo comunque. Di giorno o verso sera. La fatica svaniva». Fersurella si alza, indossa la giacca, guarda dai vetri di casa la terra che lo aspetta. Ha riavvolto il nastro del «film». Parte. «Gliel’ho detto: la vita non la fermi. Mai».

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