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La democrazia dal basso del presidio di Grottaglie

La protesta dei cittadini contro l'espansione di una discarica, in Puglia, tra le province di Brindisi e Taranto, diventa un laboratorio di cittadinanza. Il presidio va avanti, sperando di allargare la lotta, far diventare il Presidio No Discarica l’esempio della democrazia dal basso.
28 maggio 2008
Massimiliano Martucci

- La prima a venirci incontro appena arrivati al presidio è Pit, una bastardina bianca di madre pitbull e padre ignoto. L’accoglienza non è proprio calorosa.. Ha appena avuto un cucciolo e prima di accettare uno sconosciuto passa al vaglio attentamente il suo odore. Ma è l’unica a darci un po’ di attenzione, gli altri sono tutti attenti a quello che accade nella discarica, dove un bulldozer sta spalmando un carico di immondizia appena arrivato.

Vannina e gli altri sono vigili come aquile, armati di binocolo, per capire che tipo di rifiuti sono, perché ultimamente nella discarica arriva un po’ di tutto. Sono le tre e mezza di un pomeriggio di maggio e a Grottaglie fa molto caldo, non ostante il cielo sia coperto, e al presidio contro l’apertura del terzo lotto della discarica Ecolevante adesso sono in tre, per il turno pomeridiano, reduci da un’assemblea pubblica tenuta nella piazza principale della cittadina la sera prima.

Una delle tante prove di coinvolgimento che da ottobre il presidio permanente tenta nei confronti dei grottagliesi, ma non c’è verso di smuovere qualcosa.

È la maledizione di queste terre, spiega la persona che ha accettato di fare da guida, che risponde alle domande e non vuole essere nominato, che non va bene esporsi troppo in prima persona, soprattutto perché è il presidio che parla e non una sola persona. Ma il suo aiuto nel capire le dinamiche di questa lotta e il clima che si respira è fondamentale. Virgilio, lo chiameremo così, ci accompagna per le campagne dell’alto Salento, lontanissimi dal mare e dagli specchietti per le allodole che ogni anno attirano turisti da tutto il mondo. È una terra dedicata all’agricoltura, lontana sia dall’Ilva di Taranto e dal miraggio dell’industrializzazione, sia dai ricami barocchi. Qui si fa l’olio e si fa il vino, quel vino scuro come il sangue e primitivo come il suo nome che è uno dei simboli della Puglia.

Ci troviamo sulla strada che da Grottaglie va a San Marzano di San Giuseppe, l’ultimo paese albanese dell’arcipelago estinto dell’Albania tarantina. Il presidio funziona in maniera assembleare, ogni giovedì e domenica sera, oppure quando ce n’è bisogno, nella tenda più grande dell’accampamento si riuniscono per decidere come portare avanti la lotta, per discutere del materiale di cui sono venuti in possesso, per mettersi d’accordo per i turni, per fare la spesa e per eleggere il nuovo portavoce.

La partecipazione è veramente trasversale, va dai militanti di Rifondazione fino a qualche consigliere comunale di An, non solo, ma ci sono cittadini di tutti i paesi vicini. Sempre con un occhio alla strada per controllare che non arrivino sirene a sgomberare e un occhio alla discarica, per seguire gli spostamenti di camion e bulldozer.

La storia dell’Ecolevante ha più di dieci anni, da quando il comune di Grottaglie diede l’autorizzazione al primo e al secondo lotto della discarica per rifiuti speciali, ai confini estremi del territorio comunale, a un paio di chilometri da San Marzano. Virgilio ci accompagna a fare un giro, dopo aver visitato il presidio, ci porta lungo la strada che da Carosino porta a nord verso Francavilla Fontana, a vedere il famigerato terzo lotto, quello che oltre ai rifiuti speciali, avrebbe dovuto contenere i rifiuti pericolosi. Siamo al limite di provincia tra Taranto e Brindisi, a sinistra abbiamo la vecchia Ecolevante e a destra quella nuova..

Tra la strada e il muretto che delimita il terzo lotto, ci spiega Virgilio, ci sono le tubature dell’acquedotto pugliese, che dovevano essere almeno a venti metri dal confine del lotto, ma che sulle carte che hanno presentato per chiedere l’autorizzazione pare si siano dimenticati di segnarlo. Come si sono dimenticati di segnare alcune case che sono nella zona e soprattutto il Santuario della Madonna delle Grazie: «Sulle mappe che hanno permesso l’autorizzazione non era segnato niente, sembrava di essere nel deserto… invece ci sono distese di ulivi e tendoni per l’uva. All’interno del terzo lotto, nonostante sia chiuso, ci sono operai che lavorano».

Tutti aspettano il 10 giugno, quando si saprà se si deve aprire o meno, quando cioè si deciderà se la Ecolevante riceverà l’Autorizzazione integrata ambientale [Aia]. Paradossalmente a questo incontro parteciperà il comune di Grottaglie e non quello di San Marzano, che in extremis è stato chiamato come «convitato di pietra», che è molto più vicino, nonostante il territorio interessato appartiene alla città delle ceramiche. L’Ecolevante infatti paga ogni anno delle royalties per la discarica al comune di Grottaglie. 1.850.000 euro, una piccola percentuale di quanto guadagna in realtà.

Con questi soldi il Comune aggiusta le strade, costruisce le piazze e le fontane, organizza le feste di paese e si permette sfizi che altre città non potrebbero. Non solo: l’Ecolevante è il principale sponsor di ogni tipo di manifestazione si faccia a Grottaglie, dalla squadra di calcio locale [di cui è proprietaria] fino alle feste dell’Unità, che finanzia dal 1999. Ci racconta Ciro d’Alò, presidente dell’Associazione «Sud in Movimento», una delle associazioni grottagliesi che fanno parte e sostengono il presidio, che Ecolevante è penetrata nel tessuto sociale e nella vita cittadina in maniera profonda. Sin dalla sua nascita [fine anni novanta] non si è avuta una percezione esatta di quello che stava accadendo. In città la maggior parte delle persone erano convinte che la discarica accogliesse i rifiuti solidi urbani locali, che senza la discarica i sacchetti neri pieni di immondizia sarebbero rimasti per strada. Oltretutto ha dato lavoro a molti giovani.

Con Virgilio proseguiamo il giro per le campagne del Salento, lungo strade diritte che tagliano come vene i campi e i vigneti. Ha deciso di portarmi a vedere l’invaso del Pappadai, un enorme vasca scavata dalle parti di Monteparano che avrebbe dovuto raccogliere e smistare l’acqua per gli agricoltori della provincia di Taranto di Brindisi e di Lecce e che invece è solo un enorme vallata secca con un inutile diga da un lato. Virgilio ci fa notare che la discarica è visibile da dove siamo ora, dista appena tre o quattro chilometri, e la cosa strana è che siamo perfettamente al centro tra due siti di stoccaggio per rifiuti speciali simili: da una parte l’Ecolevante e dall’altra invece la discarica Vergine a Fragagnano. E al centro ci sarebbe dovuto essere una delle più grandi riserve d’acqua artificiali della regione, venti milioni di metri cubi di oro blu, che dal Sinni in Basilicata avrebbe irrigato i campi di mezzo Salento. Secondo il rapporto della Confesercenti del 2005, è al primo posto tra gli sprechi di soldi pubblici in Italia: duecentocinquanta milioni di euro.

Il Consorzio di bonifica dell’Arneo che gestisce questo invaso ha fatto pagare le tasse per l’acqua [che non c’è] agli agricoltori fino al 2004. Il problema è che tra gli accordi tra la Regione Puglia e la Regione Basilicata, fatti nel 1999, non risultava per niente lo sfruttamento delle acque del Sinni e del monte Cotugno. Un altro piccolo mistero incastonato tra lo Jonio e l’Adriatico. Dall’altra parte dell’invaso c’è invece la discarica Vergine, gemella dell’Ecolevante, entrambe destinatarie di un’ordinanza del Commissario straordinario dei rifiuti di Lecce che obbliga i due siti a raccogliere i rifiuti urbani del leccese, nonostante siano impianti adibiti per lo stoccaggio di rifiuti speciali, tipo gli scarti edili.

I rifiuti che arrivano da Lecce, secondo la sentenza, devono essere biostabilizzati nell’impianto di Poggiardo, solo che, continua Virgilio, i cittadini di Fragagnano hanno controllato quello che scaricano i camion presso la discarica Vergine e pare siano i sacchetti della monnezza così come vengono gettati nei cassonetti. E infatti, scopriamo, l’impianto di Poggiardo è stato chiuso fino al 12 maggio. A questo punto siamo di fronte a due paradossi.

Nel 2006 con l’operazione Re Mida, fu smantellata un’organizzazione criminale che triangolava i rifiuti urbani da Giffoni in provincia di Salerno fino alla discarica di Grottaglie, passando per Varese. I criminali facevano arrivare gli Rsu a Varese, sede della Lombarda Servizi Ecologici dove cambiavano il codice che accompagnava la spazzatura da Giffoni, versavano un po’ di calcinacci sulla superficie dei rifiuti trasportati, tanto per far vedere che si trattava di rifiuti speciali e poi partivano verso Grottaglie.

Il tutto all’insaputa, così dice l’inchiesta della magistratura, della Ecolevante, che aveva un atteggiamento «distratto». Uno dei reati commessi dall’organizzazione era quello di stoccare Rsu dove dovevano essere messi solo quelli speciali. Cosa che avviene adesso con l’ordinanza del Tar. E questo è il primo paradosso.

Il secondo riguarda invece il fatto che non ostante lo spazio del primo e del secondo lotto sono esauriti da dicembre scorso, continuano ad arrivare camion di spazzatura. L’Ecolevante pare abbia comprato duemilacinquecento metri quadrati dalla cava che è adiacente per non rinunciare alla possibilità di guadagno.

Il terzo lotto si rende quindi necessario se la società vuole continuare ad arricchirsi. E per l’ammontare del guadagno è possibile che si falsifichino anche le mappe per la richiesta di autorizzazione, scompaiano masserie e case, le tubazioni dell’acquedotto e la chiesa rupestre. Scompare pure la cooperativa «Amici» che nei pressi del terzo lotto ha un centro di ippoterapia. In totale, compreso il famigerato III lotto, la discarica di La Torre – Caprarica a Grottaglie avrebbe tre milioni di metri cubi di rifiuti speciali e pericolosi.

Facciamo ritorno in paese, il giro turistico è finito. La sera prima all’assemblea in piazza hanno partecipato in molti, è stato proiettato un minidocumentario girato dal presidio e sono intervenuti in tanti, anche un consigliere di An che condivide la lotta e che ha dormito ogni tanto al presidio. «Ma l’alta partecipazione è dovuta solo perché è stata fatta in piazza, altrimenti non ci sarebbe stata così tanta gente, non è più come all’inizio–ha ancora il tempo di spiegarci Virgilio–quando nelle assemblee c’erano anche trecento persone, adesso sono massimo una cinquantina». E per la maggior parte sono di San Marzano, là il problema è più evidente perchè il paese è spesso immerso nella puzza che proviene dalla discarica.

A Grottaglie invece il problema non si vede, e quindi la gente non lo sente tanto da partecipare attivamente. Se le persone sono integrate nel sistema, e il sistema permette loro di avere dei privilegi, nessuno vuole esporsi più di tanto. Il rischio è perdere questi privilegi. Nonostante questo, il presidio va avanti, sperando di allargare la lotta, come ci dice Antonio, ex di Rifondazione, far diventare il Presidio No Discarica l’esempio della democrazia dal basso.

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