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L’altro inquinamento

I parchi minerari, la Cementir, l’Agip e l’inceneritore

Non è solo l’Ilva ad avvelenare il cielo di Taranto, ma una serie di realtà imprenditoriali che contribuiscono a recare danni irreparabili alla nostra salute.
29 novembre 2008
Silvio Labbate

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Negli ultimi tempi la parola inquinamento a Taranto viene esclusivamente ed erroneamente associata alle polveri sottili e alla diossina emessi dallo stabilimento siderurgico dell’Ilva. Tuttavia, fatto salvo il determinante contributo del siderurgico nell’avvelenare aria e cielo del capoluogo ionico, vi sono altre realtà imprenditoriali che operano allo stesso modo, partecipando alla contaminazione ambientale di Taranto. Alle emissioni inquinanti dei camini del siderurgico (Ilva), vanno infatti a sommarsi quelle del cementificio (Cementir) e la raffineria dell’Agip: alle emissioni, senza considerare l’immissione nell’aria delle polveri dei parchi minerari della stessa Ilva che giacciono a ridosso della città, i residui tossici derivanti sia dalla lavorazione del cemento della Cementir che dalla raffinazione dei petroli dell’Agip.

Molti, ad esempio, non sono al corrente dell’esistenza dei sopraccitati parchi minerari dell’Ilva, milioni di tonnellate di minerale in polvere ammassate senza alcuna protezione su ettari di terreno come fossero piccole colline, situate in linea d’aria a meno di cento metri dal centro urbano e che sistematicamente e costantemente emettono polveri tossiche sulle cose e sulle persone di Taranto e delle zone vicine.

I più, inoltre, non sanno che anche la produzione di cemento genera inquinamento. In particolare la cottura del “clinker”, il materiale derivante dalla messa ad alta temperatura di calcare e argilla (oppure di marna), richiede grandi quantità di combustibile, spesso carbone, che provoca una emissione di inquinanti tra cui gas serra, ossidi di azoto, biossido di zolfo, monossido di carbonio, composti organici volatici e polveri sottili (PM 10 e PM 2,5). I cementifici, inoltre, raggiungono temperature di combustione superiori ai 1300°C che, dal un lato, evitano la formazione di diossina ma, dall’altro, evidenziano il rischio potenziale dell’immissione nell’aria di composti organici policlorurati molto tossici.

Anche una raffineria di sostanze petrolifere, com’è noto, rappresenta un impianto industriale con forte impatto ambientale: nonostante le recenti tecnologie abbiano introdotto metodi che riducono di molto gli scarichi liquidi e gassosi, le emissioni derivanti dal processo di raffinazione non sono state annullate e possono provocare seri problemi sanitari, specie in presenza di impianti di grandi dimensioni, in quanto tali emissioni sono proporzionali alla capacità di raffinazione, o se tali apparati sono posti vicino ad altre fonti di inquinamento.

Purtroppo a Taranto siamo in presenza di entrambe queste situazione vista l’ubicazione dell’impianto dell’Agip e la volontà dell’azienda di raddoppiare la propria area di raffinazione. Dulcis in fundo, perché non si possa dire che nella nostra città non manchi davvero nulla, è circolata in questi giorni questi giorni la notizia dell’ormai prossima riattivazione dell’inceneritore sulla via di Massafra. Chiuso dopo lo stop forzato di venti mesi, la struttura di proprietà dell’Amiu dovrebbe riaprire, se non vi saranno ulteriori ostacoli, entro la metà di dicembre.

L’impianto per lo smaltimento dei rifiuti mediante il processo di combustione ad alta temperatura rappresenta sicuramente una necessità per evitare una “emergenza spazzatura” così come è accaduto a Napoli, ma esso produce anche scorie solide pari circa al 10-12% in volume e 15-20% in peso dei rifiuti introdotti e ceneri per il 5%. Le ceneri volanti e le polveri prodotte dall’impianto di depurazione dei fumi sono altamente tossici in quanto concentrano molti degli inquinanti più nocivi.

Recentissimi studi epidemiologici (che analizzano la diffusione delle malattie su un dato territorio al fine di individuare i fattori di rischio), condotti in diversi paesi sviluppati e basati su campioni molto vasti di popolazione esposta, hanno evidenziato una correlazione tra patologie tumorali e l’esposizione a diossine derivanti da inceneritori e attività industriali.

Le diossine e i furani (o ossidi di divinilene derivanti dalla combustione del legno), in particolare, sono poco volatili per via del loro elevato peso molecolare e sono solubili nei grassi, dove tendono ad accumularsi. Proprio per questo motivo tendono a inserirsi nella catena alimentare e nell'organismo umano per cui anche un’esposizione a livelli minimi ma prolungata nel tempo può recare gravi danni alla salute. Pertanto anche l’inceneritore di Massafra si aggiungerà alle fonti di inquinamento dell’aria della provincia ionica. Vi sono, inoltre, tante altre aziende che nel loro “piccolo” contribuiscono a inquinare costantemente l’aria e le risorse di questa città: il mare e la terra.

E’ arrivato il momento di intraprendere azioni concrete per ridurre l’immissione di sostanze tossiche ed inquinanti nell’ambiente. Il governo regionale ha fatto la prima mossa mediante la recentissima proposta di legge ma tanto ancora c’è da fare.

Davvero impossibile non esprimere un parere riluttante alle proteste del ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Stefania Prestigiacomo, invitandola a trasferirsi qui, magari nel quartiere Tamburi, e a confrontarsi con quanti quotidianamente vedono i propri cari ammalarsi di tumore. E non parliamo di gente anziana o adulta, ma anche di poveri e innocenti bambini. E’ ora di dire basta a tutto questo, è ora di riappropriarci del nostro territorio e della nostra salute perché questa è un diritto inalienabile di fronte al quale lo Stato italiano, gli enti locali e le stesse aziende private non possono restare inerti

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