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Thyssen, Il racconto di una vedova di Taranto commuove i delegati

Francesca Caliolo racconta la tragedia di suo marito, Antonio Mingolla, morto a causa di esalazioni velenose ne 2006 all'interno dello stabilimento Ilva di Taranto.
6 dicembre 2008
ASCA (Agenzia Stampa Quotidiana Nazionale )

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(ASCA) - Torino, 5 dic - Ha probabilmente raccolto l'applauso piu' lungo, e piu' commosso dalla platea dei delegati Fiom riuniti a Torino per discutere di sicurezza e celebrare cosi' l'anniversario dell'incendio Thyssenkrupp che provocò lo scorso anno sette morti. Francesca Caliolo e' salita sul palco per raccontare la tragedia di suo marito, Antonio Mingolla, vicecapocantiere di una societa' di manutenzione, la Cmt, morto a causa delle esalazioni velenose provenienti da una conduttura sospesa del gas su cui stava lavorando il 18 aprile del 2006 all'interno dello stabilimento Ilva di Taranto.

Con la voce spezzata dall'emozione Francesca ha raccontato il suo calvario sottolineando la sua solitudine e la difficolta' di affrontare un ambiente come l'Ilva di Taranto, grande due volte la stessa citta' pugliese e dove, all'interno del complesso siderurgico, negli ultimi 15 anni sono morti 43 lavoratori, in gran parte operai di ditte appaltatrici. ''Non avevano fatto la formazione sui pericoli del gas - spiega la donna. Lui perse i sensi. e quando due compagni salirono per soccorrerlo svennero anche loro'' ''Tutto l'ambiente era malsano - dice ancora - tanto che il quartiere confinante con l'acciaieria, il Tamburi, e' costantemente ricoperto da una patina rossa, proveniente dai fumi dell'acciaieria''. ''Sono passati due anni e mezzo - aggiunge -l'inchiesta si e' conclusa con il rinvio a giudizio per omicidio colposo di sette tra dirigenti dell'azienda e responsabili dell'area dell'Ilva, ma il processo e' ben lontano dall'essere celebrato. I reati sono coperti dall'indulto e fra meno di cinque anni ci sara' anche la prescrizione''. Francesca raccoglie la solidarieta' dei delegati anche quando dice una verita' scomoda. ''Mio marito non si sentiva tutelato. Parlare e' facile, mi faceva: ma all'Ilva la tutela vera non c'e'. Aveva la tessera della Fiom - ricorda ancora - ma vopleva strapparla - Qui, diceva, non c'e' il sindacato, ci sono soltanto i sindacalisti''.

''Quando e' morto sono rimasta sola con il mio dolore, il mio smarrimento e la mia rabbia. Dal sindacato ho ricevuto soltanto una lettera di condoglianze. E cosi' ho avuto il mio battesimo processuale affiancata soltanto dal sindacato autonomo slai-cobas: ho fatto per due anni la spola da casa a palazzo di giustizia, interessandomi anche di altri processi del lavoro, scontrandomi con udienze che slittavano all'infinito per colpa di mancate notifiche o di altri cavilli burocratici''. Una battaglia la sua anche contro l'angoscia che riaffiora ogni giorno: ''Non ho la possibilita' di elaborare il lutto. Allo stesso tempo, mi sembra di avere mio marito al fianco. Ho il dovere di tenere viva l'attenzione perche' siamo tutti coinvolti da queste morti e devo dare la speranza ai miei figli che c'e' ancora una giustizia''. La Fiom ha deciso di costituirsi parte civile in questo processo assistita dall'avvocato Massimiliano del Vecchio.

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