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Dall'Abruzzo all'Ilva di Genova, bloccato maxi-traffico di rifiuti

Andavano e venivano su e giù per l'Italia in un tour ecologico che terminava con una caterva di veleni a farcire compiacenti discariche in diverse regioni, soprattutto quelle pugliesi Cinque persone arrestate e 36 denunciate.
12 dicembre 2008
Serena Giannico
Fonte: Il Manifesto

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CHIETI - Andavano e venivano su e giù per l'Italia in un tour ecologico che terminava con una caterva di veleni a farcire compiacenti discariche in diverse regioni, soprattutto quelle pugliesi.

Un traffico illecito di rifiuti pericolosi, che attraversava il Belpaese da nord alle isole, è stato portato alla luce e stroncato dal Noe - Nucleo operativo ecologico - dei carabinieri di Pescara che ha smantellato un'organizzazione ben diramata e con base in Abruzzo.

L'operazione, denominata «Quattro mani» e coordinata dalla procura di Chieti, è sfociata in 5 arresti e 36 denunce. Che colpiscono diverse aziende e i loro vertici, come il management dell'Ilva spa, impianto siderurgico di Genova. Qui sono state sequestrate 100 mila tonnellate di rifiuti speciali costituiti prevalentemente da polverino d'acciaio e circa 5 mila tonnellate di pasta di zolfo. Quattro i dirigenti dello stabilimento nei guai per lo stoccaggio di rifiuti speciali.

L'indagine, durata quasi due anni, ha svelato un imponente giro di scarti di lavorazioni e scorie a rischio, tossiche e nocive, che - dopo travagliati spostamenti che erano solo di facciata - finivano regolarmente in impianti di smaltimento, con la collaborazione di trasportatori, gestori di discariche, intermediari, laboratori di analisi e produttori. Così circa 150 mila tonnellate di rifiuti pericolosi, non segnalati come tali, sono stati riversati qua e là, con un guadagno non inferiore a 3 milioni di euro derivante dal mancato trattamento e quindi dal minor costo per smaltirli.

Le ordinanze di custodia - tre in carcere e due ai domiciliari - sono state emesse dal gip di Chieti, Marco Flamini, su richiesta del pubblico ministero Giuseppe Falasca, che però ne aveva sollecitate 15 ed aveva contestato anche il reato di associazione per delinquere. Sono finiti in cella Walter Bellia, 51 anni, responsabile della Seab di Chieti, ditta che avrebbe dovuto inertizzare i rifiuti; suo fratello Angelo Fabrizio Bellia, di 49, responsabile manutenzione e socio Seab, e Maurizio Minichilli, 43 anni, avvocato pescarese consulente dell'azienda. Ai domiciliari, invece, Simone Batilde, 27 anni, di Spoltore (Pescara) e Massimo Colonna, di 38, di Pescara, consulenti chimici Seab. Per tutti anche le accuse di truffa aggravata nei confronti dello Stato per il mancato pagamento di 500 mila euro di ecotassa, falso in attestazioni analitiche e certificazioni ambientali e frode processuale.

Il gruppo simulava il trattamento chimico-fisico dei rifiuti, corredati da documenti di analisi e bolle di trasporto fasulli. In tre anni attraverso l'organizzazione sono passati montagne di materiali imbottiti di sostanze cancerogene e mutagene quali diossina, mercurio, cadmio, piombo. Durante le indagini sono stati controllati l'impianto di gestione rifiuti-trattamento di Chieti, al quale adesso sono stati apposti i sigilli; 3 ditte di trasporto rifiuti, operanti in Campania, Toscana e Abruzzo; 3 laboratori di analisi di Abruzzo e Puglia; 6 impianti di smaltimento in Puglia, Toscana e Abruzzo; 5 inceneritori situati tra Italia e Germania.

Il meccanismo consisteva nell'acquisire rifiuti pericolosi, in particolare dalla Sicilia e dal Petrolchimico di Gela, oltre che dalla provincia di Siracusa, che venivano convogliati alla Seab di Chieti Scalo, autorizzata dalla Regione. Qui i rifiuti avrebbero dovuto essere trattati per diventare «normali» ed essere smaltiti. Ma ciò non avveniva: i rifiuti venivano comunque declassificati da pericolosi a non pericolosi e viaggiavano verso le discariche «complici». «Accertamenti complessi, molto difficili e molto tecnici non ancora terminati - spiegano Ermanno Venanzi, procuratore capo di Chieti e Giuseppe Falasca, pm -. Ci sono stati pedinamenti, intercettazioni telefoniche, controlli di vario tipo, sequestri di documenti. Un aiuto ci è stato dato dall'Agenzia regionale per la tutela ambientale (Arta ) di Pescara e da altre agenzie dell'ambiente di regioni confinanti».

«L'Abruzzo si scopre terra di conquista per questi traffici che inquinano il nostro presente e mettono a repentaglio il nostro futuro, con costi ambientali, sanitari e sociali altissimi»: così commenta il presidente del Wwf Abruzzo Dante Caserta.

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