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Vigilia di CIG all'Ilva di Taranto. L'azienda: è crisi, altri tagli

La crisi dell’acciaio peggiora. Il calo della domanda per il 2009 «non ha precedenti». La bufera durerà a lungo obbligando le aziende siderurgiche europee «a protrarre ed approfondire l’entità dei tagli produttivi nei prossimi mesi».
11 gennaio 2009
Fulvio Colucci
Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

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TARANTO - Va da sé che tagli produttivi significa problemi occupazionali: per i 3mila 500 lavoratori Ilva in cassa integrazione, ma non solo per loro, saranno tempi duri. I vertici del Gruppo Riva, nel distribuire ieri ai sindacati il rapporto su «La crisi economica e le prospettive delle industrie siderurgiche», hanno praticamente tagliato la strada ad ogni possibilità di azzerare la cassa integrazione il prossimo 28 febbraio. Basta snocciolare le preoccupate tesi degli industriali, riportate dal dossier, per capirlo: «Il quadro complessivo che sta prendendo forma nelle ultime settimane è sensibilmente peggiore rispetto alle pur complesse e problematiche prospettive che si stavano delineando alla fine di novembre 2008».

Adattando all’Ilva queste previsioni la cassa integrazione, col protrarsi della crisi, «sforerebbe» al mese di marzo e forse anche oltre, con un numero maggiore di dipendenti coinvolti. Più di una ipotesi. Solo a metà febbraio, però, quando il Gruppo Riva e i sindacati effettueranno una nuova ricognizione sugli effetti della crisi, sarà possibile capire l’entità di ulteriori tagli. Nel rapporto sulla crisi e sulle prospettive per l’industria siderurgica, dopo un’analisi macroeconomica della situazione mondiale, si passa ad indicare le cause scatenanti della tempesta globale abbattutasi sul mercato dell’acciaio.

La prima rimanda «ai principali mercati di sbocco» dell’industria siderurgica, lì dove la domanda era più forte. Per esempio il settore delle costruzioni che in Italia si prevede, nei prossimi 12 mesi, in calo del 9,4 per cento. «Il settore - spiega ancora il rapporto - rappresenta il 40 per cento del consumo d’acciaio». Ci sono poi gli investimenti in capitale fisso. Anche qui la percentuale del consumo siderurgico è sensibile: 40 per cento. «Attualmente - sottolinea il dossier discusso da Ilva e sindacati - le aziende investono solo a fini sostitutivi e non espansivi» dell’attività. La domanda di acciaio diminuisce: «Segno evidente è il calo della domanda delle lamiere causato dal crollo degli ordini di nuove navi a livello mondiale che, nel mese di ottobre 2008, sono scesi dell’89 per cento rispetto all’ottobre 2007».

Si arriva, infine, al segmento di mercato costituito dalla produzione automobilistica: è il 20 per cento della domanda mondiale. «La fase è drammatica - chiosa il rapporto - e solo il mercato italiano ha registrato un dato ancor più pesante di quello europeo con un 29,5 per cento di immatricolazioni in meno e nel 2009 si prevede un’ulteriore flessione delle immatricolazioni del 13 per cento». Meno auto, meno acciaio per produrle. Le altre due cause alle radici della crisi vengono citate in maniera stringata: la riduzione straordinaria del prezzo del petrolio e lo squilibrio accusato dalle aziende siderurgiche tra la domanda, contrattasi con l’arrivo della recessione, e l’offerta dilatatasi in questi anni con l’aumento del consumo di acciaio. L’analisi dei grandi paesi produttori: dagli Usa alla Cina, dall’India al Giappone fino all’Unione Europea conferma il crollo della produzione (nell’area Ue il 24,8 per cento in meno). Infine il dossier scorre i pesanti tagli produttivi e occupazionali di alcuni grandi Gruppi: Arcelor, Corus, Duferco, Thyssenkrupp «che introdurrà la settimana corta». Sindacati avvisati...

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