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Il turno dalle 6 alle 14 nel gigante d'acciaio

Non è l'eden l'Ilva di Taranto, con i suoi rumori, il suo calore e il suo gelo non è un campo di grano e girasoli. Computer che controllano macchine, le paure degli infortuni. Viaggio nel più grande impianto siderurgico d'Europa
18 gennaio 2009
Rosanna Lampugnani
Fonte: Corriere del Mezzogiorno

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TARANTO — Azzerare tutto. I pregiudizi e le certezze. L'idea di fabbrica costruita attraverso la lettura di libri e giornali, o attraverso i film. Azzerare anche i miti e le paure (degli infortuni). L'acciaieria è, in questo scorcio 2009, un'altra cosa. Chi si immagina di incrociare in antri bui torme di operai dal volto annerito e stravolto per la fatica, deve ricredersi. Non è l'eden l'Ilva di Taranto, con i suoi rumori, il suo calore e il suo gelo non è un campo di grano e girasoli, e nemmeno un asettico laboratorio, ma non è la versione aggiornata dell'inferno dantesco. O, meglio, non lo è più. Nelle acciaierie, per esempio, dove il metallo bolle a 1500 gradi, i vapori sono aspirati da ventole potentissime, vent'anni fa non si sarebbe riusciti a respirare.

E' la tecnologia che ha sparigliato le carte, concentrata in postazioni di vetro, nei «pulpiti» - il nome tecnico - da cui operai con laurea breve in ingegneria dirigono i diversi impianti, seguendo su monitor multipli come, per esempio, una barra d'acciaio di 24 centimetri scorrendo si riduce in lamella di 3 millimetri, liscia come seta. E' con spirito laico che abbiamo, quindi, deciso di affrontare il viaggio nella «città» dell'Ilva muniti di casco e scarponi regolamentari, attraversando lungo percorsi gialli antinfortuni i 1500 ettari di un'area più grande di Taranto o di Lecce, seguendo il processo che fa l'ossido di ferro per diventare acciaio, da quando arriva in porto dal Brasile, dall'Africa o dall'Australia su una delle 150 navi del gruppo di Emilio Riva, fino a quando ritorna nel porto sotto forma di lastre o di giganteschi rocchetti di 20 tonnellate o di tubi pronti per il gas russo o il petrolio arabo.

Impossibile non iniziare dal luogo simbolo delle guerre ambientaliste, il parco minerario che non ha nulla a che vedere con conifere o prati fioriti, ma rimanda piuttosto a paesaggi lunari con colline brune e spoglie di metallo, le cui polveri, quando s'alza il vento, scavalcano il confine dell'Ilva per depositarsi svolazzando sui balconi di Tamburi, il quartiere limitrofo. Un lustro fa fu firmato il protocollo d'intesa con cui la Regione stanziava una cinquantina di milioni per rimediare alle cause o agli effetti dell'inquinamento. Non un euro è stato utilizzato allo scopo e mentre in città s'infittiscono le proteste il Comune continua a non rispondere all'azienda che dal 2007 chiede l'autorizzazione ad impiantare i pali di sostegno delle vele antipolveri, in ottemperanza di quell'intesa.

E', dunque, dal parco minerario che inizia il percorso che dal ferro conduce all'acciaio: bastano 24 ore per raggiungere questo risultato, lavorando a ciclo continuo (3000 operai per ciascuno dei 3 turni, più altri 3000 circa per compensare i riposi e le malattie, in totale 13000 dipendenti a libro paga, 1500 euro netti al mese di media, 500 milioni lordi di stipendi). Per una tonnellata di acciaio c'è bisogno di una tonnellata e mezzo di ferro lavorato con il carbone, una ricetta vecchia di millenni. Gli etruschi la sperimentarono per primi, gli inglesi la raffinarono, costruendo il primo altoforno nel 700. E tra il materiale grezzo e finito nulla di ciò che «avanza» viene buttato: un'acciaieria è come il maiale.

I vapori che escono dai camini servono a creare energia per gli impianti, le scorie finiscono nei cementifici vicini, i «ritagli» di metallo tornano nei crogioli per riliquefarsi. In «casa» si produce l'ossigeno che serve alla lavorazione e si riparano i pezzi delle macchine. E «in casa» l'acciaio nero, grezzo, viene ripulito, zincato, approntato per soddisfare le esigenze del cliente. E' la verticalizzazione, bellezza. Una richiesta del sindacato, cui Riva ha aderito perché così si sono abbattuti i costi (prima il grezzo andava al nord per essere rifinito e poi venduto), ma anche perché si è dato un senso al «ruolo» dell'acciaieria tarantina.

Francesco Alba, forse più di tutti, è l'emblema dell'Ilva 2009. Ha 37 anni, capoarea da 2300 euro al mese, ha iniziato da operaio addetto al laminatoio e oggi si permette di dire che «è bellissimo» seguire sui monitor istante per istante come le bramme incandescenti si assottigliano mentre scorrono veloci. «Ogni pezzo è diverso, il cervello è sempre in marcia per seguirlo sul monitor. E' come se giocassi con un videogame. Nulla è più come prima. Il nostro lavoro è oggi un'altra cosa rispetto a quello dei nostri padri. Prima se c'era una perdita d'olio si andava avanti lo stesso. Dopo la privatizzazione del 1995 abbiamo imparato a correre subito ai ripari perché così non solo non si accumulano perdite, ma anche si mantiene in ordine l'impianto e si lavora meglio ». Alba e altri respingono le voci sullo stress che si accumulerebbe soprattutto nelle cokerie e che porterebbe gli operai del reparto a darsi un «aiutino» chimico. «Non risulta affatto», affermano con convinzione.

Mentre Giandomenico, in Ilva dal 2000, definisce le attuali battaglie contro le emissioni inquinanti «eccessive», perché «arrivano mentre Riva sta investendo milioni per migliorare gli impianti. La diossina esiste, ovviamente, ma si sta lavorando per ridurla e quindi non serve a niente accanirsi. La legge regionale è il frutto di un'incomprensione tra le parti». Parlano gli operai e i capireparto lontani dalle orecchie dei dirigenti. Alcuni probabilmente esercizzando il pericolo che deriverebbe dall'intransigenza di chi vorrebbe che Ilva riducesse drasticamente la produzione, o, come ha detto ieri l'assessore Michele Losappio, andasse via da Taranto; altri perché convinti che il crono- programma - siglato nel luglio scorso tra gli enti territoriali, il governo e l'azienda per dimezzare entro il 2010 l'emissione di diossina - sarà rispettato da Riva. A che pro, altrimenti, investire centinaia di milioni per rimodernare l'altoforno 4 se non per utilizzarlo al meglio?

Intanto ieri ha cessato di liquefare ferro l'altoforno 2, in attesa di tempi migliori. La crisi corrode i consumi come non fanno l'acqua e il vento con il ferro. Intanto gli operai - sparsi in minuscoli gruppi nei vari impianti che non immagineresti mai che facciano in totale 3000 - controllano che le presse funzionino perfettamente o che la saldatrice non tradisca, magari raccomandandosi a padre Pio o al sacro cuore di Gesù, le cui immaginette sono appiccicate sopra i sofisticatissimi computer. Poi pausa, a pranzo nelle cinque mense quasi asettiche: nel menù pasta e salsiccia, riso e ceci, medaglioni di merluzzo e prosciutto al forno. Ma è pasta e salsiccia il piatto più gettonato. Buon appetito.

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