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Cozze inquinate, l'oncologo Mazza: «Era tutto prevedibile»

Dopo gli esami dell'agenzia per l'ambiente. Parla il medico che aveva denunciato il pericolo. «La mia una logica deduzione Mar Piccolo raccoglie una parte di inquinamento». I produttori: «Non c'è alcun allarme»
3 febbraio 2009
Cesare Bechis
Fonte: Corriere del Mezzogiorno

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TARANTO — «Per me era una logica deduzione. Il mar Piccolo di Taranto è un bacino naturale di molti inquinanti che cadono nel suolo e nelle acque».

L'oncoematologo Patrizio Mazza non si meraviglia che dai risultati delle indagini fatte dall'Arpa sui mitili coltivati nelle acque tarantine, e anticipati dal Corriere del Mezzogiorno, venga fuori un alto livello di tossicità. Nel frattempo i mitilicoltori tarantini annunciano un documento per fare il punto sulla situazione e si riuniranno oggi.

L'esito del lavoro dell'agenzia regionale per l'ambiente sarà diffuso tra qualche settimana. Evidenzia tuttavia che la concentrazione di sostanze inquinanti di derivazione industriale è dieci volte superiore alla media regionale per quanto rimanga di poco al di sotto dei limiti di legge. «La situazione è tale - continua il dottor Patrizio Mazza - che mar Piccolo è salvaguardato come scarichi diretti, ma non da quelli indiretti. Raccoglie una parte di inquinamento che si infiltra soprattutto dal terreno anche per una questione di accumulo. Basti pensare allo spolverio dei parchi minerali e a quanto di quel minerale sia ricaduto al suolo nei decenni e di come possa essersi infiltrato nelle acque del bacino del mar Piccolo ».

Patrizio Mazza, oncoematologo in servizio all'ospedale Moscati, in un'intervista proprio al Corriere del Mezzogiorno del maggio dell'anno scorso suggeriva di analizzare anche le cozze perché «la scienza ha ormai appurato - diceva - che il benzene, le diossine e gli idrocarburi si accumulano nei grassi, quindi anche nei mitili e nei pesci quando sono allevati in specchi d'acqua che raccolgono gli scarichi industriali ».

La contaminazione, sostiene Arpa dopo quest'indagine, può dipendere dai policlorobifenili (pcb) o derivare da altre sostanze di origine industriale. «Io comprendo le ragioni dei produttori conclude Mazza - ma la situazione a Taranto è disastrosa anche per chi mangia questi prodotti da sempre. Le sostanze inquinanti si accumulano e fanno danni». Gli allevatori di mitili si riuniscono oggi, ma già Cosimo D'Andria, presidente di Agcipesca e Agrital, si mostra molto cauto prima di accettare questi dati e, soprattutto, sottolinea che «non bisogna creare inutile allarmismo e non aggiungiamo problema a problema.

Noi abbiamo partecipato all'indagine effettuata dai tecnici dell'agenzia in oltre settanta zone di campionamento nei nostri mari. E sappiamo che le acque sono idonee alla balneazione e che solo alla foce del fiume Patemisco si sono riscontrate situazioni non buone. I prelievi sono stati fatti in 71 punti diversi e la situazione è buona. Ora attendiamo questi risultati dell'Arpa per capire di che si tratta. La nostra categoria è stata già danneggiata dal caldo dell'estate scorsa con il calo di produzione, ora non c'è bisogno di creare allarmismo inutile. E' bene non divulgare notizie non ancora ufficiali».

Nicola Cardellicchio, ricercatore del Cnr all'istituto Talassografico di Taranto, trova «quasi scontato che nelle acque in cui sono coltivati i mitili ci siano concentrazioni di inquinanti più alti che altrove vista la con concentrazione industriale di Taranto, ma l'importante è che i limiti stabiliti dalle leggi siano rispettati. E' questo il caso delle cozze tarantine».

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