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Rifiuti, nel nuovo piano i termovalorizzatori

La Regione fa dietrofront. Losappio: «Ma la parte secca bruciata darà energia». Nella rimodulazione del 18 dicembre scorso il ciclo potrà essere chiuso anche con gassificazione o decomposizione
3 febbraio 2009
Francesco Strippoli
Fonte: Corriere del Mezzogiorno

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BARI — I termovalorizzatori? Potrebbero rientrare nell'elenco degli impianti pubblici per chiudere il ciclo dei rifiuti in Puglia. Tradotto: quello che prima era escluso, ora è possibile. In realtà è possibile già da una quarantina di giorni: dal 18 dicembre, per la precisione, data di pubblicazione sul Bollettino ufficiale regionale di una delibera della giunta Vendola. Stiamo parlando dell'atto con cui viene rimodulato il Piano dei rifiuti, firmato dallo stesso governatore, nel 2005, nelle vesti di commissario straordinario. Una notizia passata sotto silenzio ed emersa nel corso di una conferenza stampa sul caso della spazzatura del bacino Lecce 2 (ne riferiamo a parte).

La notizia è di rilievo. Fino a dicembre, il Piano rifiuti impediva la costruzione di termovalorizzatori pubblici. Non quelli delle aziende private: che infatti operano (due) o chiedono di farlo (tre). La delibera che riforma il Piano rifiuti consente alle 15 Ato (le Autorità di bacino in cui è suddivisa la Puglia) di «programmare impianti a titolarità pubblica a tecnologia alternativa e innovativa» allo scopo di chiudere il ciclo dei rifiuti. Non dice quali siano tali impianti, ma non esclude nessun tipo, non i termovalorizzatori. La decisione è rivolta, dice la delibera, ad «assicurare un migliore recupero della frazione secca».

Ricapitoliamo: eseguita la raccolta differenziata per il riuso, il resto del pattume viene biostabilizzato. In seguito, la parte umida produce il compost (fertilizzante che va in campagna o in discarica a sostituire il terriccio); la parte secca produce il Cdr (combustibile da rifiuti). Molte Ato provvedono a trasferire il Cdr alle aziende che lo vogliano utilizzare: i termovalorizzatori privati, per esempio, allo scopo di ricavare energia da rivendere. Ma anche i forni di cementerie o impianti simili.

In prospettiva, si potrebbe porre l'eventualità che non si sappia come «chiudere il ciclo » relativamente alla parte secca. In questo caso, suggerisce il riformato Piano, si può intervenire con impianti nuovi: da richiedere alla Regione, da autorizzarsi, da mandare in funzione. Ad alcune condizioni: che la tecnologia «sia consolidata»; che sia «dimostrata la capacità di realizzare a costi contenuti il recupero effettivo della frazione secca »; che «siano assicurate prestazioni ambientali migliori» (emissioni in atmosfera, impatto paesaggistico e bilancio energetico). Non è detto che si parli di termovalorizzatori. Potrebbe trattarsi anche di gassificazione, decomposizione molecolare, torcia al plasma (tutte pratiche molto innovative).

Un modo, insomma, per ottimizzare il procedimento termico, inquinare il meno possibile, ottenere i maggiori vantaggi in termini di energia prodotta. Ma perché si è detto no ai termovalorizzatori previsti dal precedente piano Fitto, mentre ora li si prende in considerazione? «Col vecchio Piano - spiega l'assessore all'Ecologia Michele Losappio - si prevedeva di incenerire il rifiuto "tal quale": qui si prende in considerazione la sola parte secca, e per produrre energia. Un abisso in termini ambientali. Del resto, lo stesso presidente Vendola, un anno fa, parlando davanti alla commissione parlamentare di inchiesta sui rifiuti, fece riferimento a 5 termovalorizzatori. Impianti, disse, che ci fanno stare tranquilli».

Come dire, la giunta non ha mai avuto un atteggiamento preconcett o. Qual è l'orientamento del governo regionale riguardo alle possibili richieste che dovessero arrivare dalle Ato? «Vedremo - dice Losappio - e molto dipende dalle domande che arriverranno». Dagli uffici tecnici si lascia intendere, però, che per smaltire i rifiuti pre-trattati di tutta la Puglia potrebbero anche bastarne tre. Ossia quelli privati esistenti. Come dire: i termovalorizzatori pubblici si potrebbero costruire, ma non è detto che siano autorizzati.

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