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Taranto, inceneritore si o no?

Ha funzionato a fasi alterne, con fermate dovute a problemi tecnici ed anche giudiziari. E’ stato trasformato in termovalorizzatore per adeguarlo alle norme ed provocò le dimissioni del Sindaco Di Bello per le vicende legate all’appalto.
19 marzo 2009
Roberto De Giorgi

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Il Comune e L’Amiu invitano le associazioni a discutere del ciclo dei rifiuti per capire cosa fare dell’inceneritore. Non è una situazione facile per una giunta comunale che vuol essere ambientalista.

Fu costruito 30 anni fa dalla Regione Puglia, quando all’emergenza rifiuti c’era Di Staso all’epoca presidente. E fu affidato alla città di Taranto. Le ultime vicende del Comune, a partire dal dissesto, hanno fatto sì che il Comune cedesse l’impianto all’Amiu per alzare il bilancio patrimoniale della società che altrimenti falliva. Poi c’era anche il problema dei trenta lavoratori che si trovavano fuori da ricollocare.

Quando ci si trova nel deserto è facile pensare alle cose da fare, ma quando ti trovi un impianto industriale devi capire che fare. In una città che ha già il problema Ilva ogni comportamento va incontro a proteste e censure. Sia chiaro che nella situazione tarantina, stante le dichiarazioni dell’Arpa che afferma che l’Ilva inquina come 10000 inceneritori, l’avversione contro quest’ultimo rischia persino di sembrare simbolica.

Dalla parte dei conti c’è una sorta di affrancamento dal monopolista della discarica di bacino che ha anche l’inceneritore della Marcegaglia. Perchè la differenza tra conferimento in discarica e bruciare a Taranto sarà di circa 20 euro a tonnellata, vale a dire 6000 euro al giorno. E al comune che deve uscire dal dissesto anche questa boccata di ossigeno serve. Anche perchè se non si brucieranno a Taranto, si bruceranno a Massafra, in linea d’aria a 1,500 km. Cosa cambia rispetto all’inquinamento ambientale?

Il problema vero è la raccolta differenziata che deve partire. In questi giorni dovrebbero già arrivare i primi soldi dalla Regione per il progetto pilota. Perchè la raccolta costa spese di investimento. Dare contenitori alle famiglie, cambiare quelli stradali e renderli più personalizzati, cambiare i mezzi di raccolta, più piccoli e versatili.

Non è uno scherzo su duecentomila abitanti. Nei blog dei comitati si leggono stravaganze che fanno tenerezza. C’è chi pronostica subito un 50% e poi dopo il 100%. A parole è facile dire tutto. A Bari nel 2005 è partita la raccolta porta a porta su 35 mila abitanti, dopo 3 anni la percentuale nel quartiere è al 56% ma in città la media è al 20%.

La raccolta differenziata è un percorso, lungo il quale procedere. Così come arrivare a rifiuti zero come dice Paul Connett e che lo fissa al 2020, infatti, fra 11 anni. Perchè senza essere sempre più realisti del re, i conti si fanno con quello che ora hai, con i soldi che ti ritrovi, con l’impegno che ciascuno mette. Senza queste cose è aria fritta. Anche il trattamento a freddo della frazione residua, se è fatto a Tel Aviv, o in Australia non ci è utile. dobbiamo capirlo qui, rubarne il sapere, costruire il prototipo.

Altrimenti c’è sempre chi penserà a bruciare. A perdere materia prima. E poi tutte le esperienze di trattamento a freddo hanno sempre un 18/20% che va in discarica. Insomma il 100% da raggiungere oggi è nella testa dei sempliciotti. A Taranto va comunque creato un percorso, sapendo però che non comincia domani. Domani si deve scegliere se bruciare o no. E ci sono i conti che non tornano.

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