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Anche da Taranto no alle morti bianche

Un filo rosso sangue legava ieri la città ionica a Torino, Molfetta, Palermo, capitali italiane delle morti bianche. Un filo che formava la «Rete nazionale per la sicurezza dei luoghi di lavoro», il cartello di associazioni, sindacati di base (Slai Cobas), semplici cittadini, sfilato in corteo per le vie della città; giunti in treno, in auto, in pullman, dai più remoti angoli del Paese
19 aprile 2009
Fulvio Colucci
Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

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TARANTO - Un filo rosso sangue legava ieri Taranto a Torino, Molfetta, Palermo, capitali italiane delle morti bianche. Un filo che formava la «Rete nazionale per la sicurezza dei luoghi di lavoro», il cartello di associazioni, sindacati di base (Slai Cobas), semplici cittadini, sfilato in corteo per le vie della città; giunti in treno, in auto, in pullman, dai più remoti angoli del Paese: gli operai della Thyssenkrupp dal Piemonte con alcuni familiari delle vittime e quelli della Fincantieri di Palermo; i parenti dei morti di Molfetta, dove la cisterna killer uccise cinque lavoratori e il Comitato lavoratori in lotta dell’Ilva di Taranto; l’associazione «12 Giugno » e poi delegazioni da Lecce, da Brindisi e Bari, studenti dell’Università di Napoli, giovani delle zone terremotate abruzzesi. Drappelli e vessilli di Rifondazione comunista, rappresentanti del Pdci: l ‘ex parlamentare Marco Rizzo e il consigliere regionale Cosimo Borraccino. Alla manifestazione hanno aderito, tra gli altri, anche il presidente della Provincia Gianni Florido e, a titolo personale, le segreterie sindacali di Fiom Cgil e Uilm.

Il sindaco di Taranto Ezio Stefàno ha marciato con i manifestanti, in tutto meno di un migliaio. Pochi i cittadini, pochi gli operai. Da record, invece, lo schieramento di polizia e carabinieri. Presidiati i punti nevralgici per timore di incidenti. Tutto, invece, si è svolto in un clima privo di tensioni e senza incidenti tra bandiere e slogan, magari anche bellicosi, verso gli imprenditori e il profitto quando è in ballo la vita dei lavoratori.

Tutto scritto, insomma, quasi fosse una specie di copione. Per una volta sono i numeri a contare relativamente. Il risultato raggiunto dalla manifestazione di ieri è importante dal punto di vista politico: unire dai Tamburi - quartiere simbolo del degrado industriale - a piazza Garibaldi un sentimento comune di dolore e di lotta perché gli incidenti sul lavoro siano azzerati e cresca la cultura della sicurezza, anche attraverso norme adeguate, bandendo la tentazione del profitto a tutti i costi. «Non chiudiamoci nel dolore; denunciamo quello che non va e chiediamo ai sindacati di riprendere l’iniziativa. Così sosteniamo veramente chi resta al lavoro in realtà difficili come l’Ilva» ha dichiarato Franca Caliolo vedova di Antonino Mingolla, l’operaio dell’appalto morto proprio il 18 aprile del 2006 nello stabilimento siderurgico.

«Da 12 anni lavoro all’Ilva - ha detto il portavoce del Comitato lavoratori in lotta Aldo Ranieri - e se l’acciaio lo facciamo noi operai allora dobbiamo farci sentire». Sul palco molti gli interventi tra i quali quelli dei rappresentanti Cobas, Palatrasio e Stasi, dei comitati di quartiere, di alcuni circoli politici della sinistra. Il prossimo obiettivo è quello di proclamare una giornata di sciopero nazionale per la sicurezza sul lavoro. Toccante il contributo di un operaio della Fincantieri di Palermo: «Ho denunciato il problema dei bacini insicuri ed è scattato il sequestro della magistratura e il processo. Così ho perso il posto di lavoro. I sindacati confederali non mi hanno difeso. Adesso vivo della pietà dei miei compagni. Ho tre figli di 12, 3 e 4 anni». Che fatica definire l’Italia un paese civile.

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