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In bici oppure in barca, per raggiungere il Galeso, scivolando lungo le acque del mar Piccolo

L'inquinamento ha tolto ai tarantini il Lunedì dell'Angelo al Galeso

Su quello spicchio di terra un tempo assai caro agli dei e celebrato nelle pagine di poeti e viaggiatori d’altri tempi. L’inquinamento, senza distinzioni, ha rosicchiato, progressivamente, quel lembo di paradiso che eravamo
5 aprile 2010
Alessandra Pugliese
Fonte: Gazzetta del mezzogiorno

Quando a Pasquetta andavamo al Galeso. Erano soltanto gli anni Cinquanta del secolo scorso quando, per molti tarantini, il fiume era ancora sinonimo di gita fuori porta. E, quindi, del tradizionale “care - sunìedde”, la scampagnata del Lunedì di Pasqua. Le case delle vacanze fuori città erano allora un lusso pressoché sconosciuto alle masse. E la Litoranea salentina una strada di campagna. Scampagnata sul Fiume Galeso
Solo i benestanti trascorrevano questa giornata e parte dell’estate nei “casini” di campagna ereditati dagli avi, per secoli le uniche strutture sorte fuori dalle mura che, sino all’Unità d’Italia, avevano impedito l’espansione di Taranto oltre l’odierno Canale Navigabile. Pochissimi, del resto, erano anche i fortunati a possedere l’automobile che avrebbe dovuto permettere di lasciare la città. Tutti in bici, dunque, per brevi escursioni nei dintorni.

Magari, nella campagna di Carosino - un tempo meta molto frequentata dai tarantini per la scampagnata del Lunedì dell’Angelo - toponimo dal quale, per alcuni studiosi del dialetto locale, deriverebbe il citato “caresunìedde”. Più accreditata è, invece, come informa Nicola Gigante nel suo “Dizionario critico etimologico del dialetto tarantino”, la derivazione del termine da “carosello”, “in origine gioco eseguito da due schiere di cavalieri che si gettavano palle di creta, in uso in un primo tempo a Napoli, dove fu introdotto dagli Spagnoli”, passato poi ad indicare il “divertimento” in genere.

In bici, si diceva dunque, oppure in barca, per raggiungere il Galeso, scivolando lungo le acque del mar Piccolo. Per trascorrervi l’intera giornata, non senza le canne da pesca, l’immancabile timballo di maccheroni e i dolci tipici, ovviamente. “Skarcedde”, soprattutto, ma anche “pupe” e “taradde”, i dolci semplici della tradizione.

E capitava sempre di dover aggiungere un posto… a tavola, cioè di fare un po’ di spazio sull’erba dove si oziava all’ombra della pineta, a chi da mangiare non aveva nulla. Le acque del fiume allora erano molto pescose, così, al tramonto, una volta rientrati in città, era possibile anche dividere con i vicini di casa il ricco bottino della giornata. Canna da pesca, dunque, timballo di pasta e qualche dolce erano tutto ciò che serviva a trascorrere una giornata sulle rive del fiume, lontano dagli affanni quotidiani e a contatto con la natura.

Su quello spicchio di terra un tempo assai caro agli dei e celebrato nelle pagine di poeti e viaggiatori d’altri tempi. L’inquinamento, senza distinzioni, ha rosicchiato, progressivamente, quel lembo di paradiso che eravamo.

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