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Le pecore vanno abbattute

Il Tar: «Latte avvelenato»

Era contaminato da diossina, per mesi è stato venduto. I giudici rigettano il ricorso di un allevatore di Faggiano
Nazareno Dinoi

TARANTO — Dopo otto mesi dal ricorso presentato dal proprietario delle 400 pecore contaminate dalla diossina, ieri il Tar di Lecce si è definitivamente espresso autorizzandone l’abbattimento. Salvo un ricorso al Consiglio di Stato, quindi, l’azienda zootecnica «Antonio D’Alessandro», di Faggiano, dovrà rinunciare anche alla commercializzazione del latte perché da recenti esami è emerso un significativo aumento della presenza di sostanze diossinosimili. I capi in questione che lo scorso 12 gennaio erano stati «graziati» dallo stesso Tar per la presenza di numerose pecore gravide, dovranno quindi essere macellate secondo quanto aveva stabilito nove mesi fa la Regione Puglia su indicazione del Dipartimento di prevenzione e igiene della Asl di Taranto. Nel concedere quella sospensiva, il presidente del Tar, Aldo Ravalli, aveva chiesto ulteriori esami biochimici sui campioni di latte e di carne poiché si erano riscontrate delle discordanze nelle risposte di laboratorio depositate agli atti del processo. Successivamente il titolare dell’azienda aveva chiesto di limitare la richiesta cautelare alla sola commercializzazione del latte (ritenuto non infetto dalle prime analisi).

A distanza di pochi mesi, però, la situazione è cambiata in peggio. «Dalle analisi svolte - si legge nell’ordinanza firmata ieri dal presidente della prima sezione del Tar Aldo Ravalli - è risultato che i livelli di diossina presenti nel latte, anche con l’applicazione della percentuale di errore prudenzialmente applicata, superano quelli consentiti. Le nuove analisi - specifica il Tar nel dispositivo -, dimostrano l’aumento della percentuale di diossina rispetto alla precedente campionatura». E’ lo stesso magistrato, infine, a sottolineare la pericolosità di una circostanza simile. «Il divieto di commercializzazione del latte dei capi in questione - scrive - deve essere considerato un criterio di massima precauzione ai fini della tutela della salute umana». Per otto mesi, quindi, il latte prodotto dalle «pecore alla diossina» (all’inizio i livelli erano nella norma), è stato regolarmente venduto grazie alle diagnosi del laboratorio di Teramo (Centro di riferimento nazionale per la ricerca della diossina negli alimenti), in funzione delle quali il servizio veterinario del Dipartimento di prevenzione della Asl di Taranto, aveva permesso all’allevatore l’attività di vendita del latte e derivati. La camera di Consiglio di ieri era composta dal presidente Ravalli e dai magistrati referendari Massimo Santini e Claudia Lattanzi. L’imprenditore ricorrente era difeso dall’avvocato Cosimo Antonicelli mentre le controparti istituzionali (Regione Puglia e Asl) erano rappresentati rispettivamente dalle avvocatesse Lucrezia Girone e Giovanna Corrente.

Nazareno Dinoi
15 aprile 2010

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