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E' stata creata una fascia di 20 km in cui non si puo' effettuare il pascolo per la contaminazione da diossina

La città di Taranto tra inquinamento e tumori

I dati dell’Ines (Inventario nazionale emissioni e sorgenti) affermano come la città pugliese sia la più inquinata d’Italia e una delle peggiori a livello europeo.

Morire di tumore in una citta’ come Taranto ormai e’ normale, tristemente normale. Una citta’ che prima degli anni 60, gli anni del boom economico, gli anni dell’Italsider, aveva quartieri stupendamente verdi, puliti, vivi. Ormai sono in pochi a ricordare la bellissima via Orsini che da via Napoli porta alla piu moderna superstrada o via Galeso che costeggia il Mar Piccolo e che lambisce l’omonimo fiume, una volta meta desiderata da tutti i tarantini. ilva taranto
Ora, chi ha memoria ricorda con tristezza la costruzione del più grande stabilimento siderurgico d’Europa, l’Ilva di Taranto e, con essa, la salute di centinaia di migliaia di cittadini che hanno assistito al lento e graduale impoverimento ambientale dei loro quartieri.
E’ fuori discussione che l’Ilva di Taranto sia una delle maggiori fonti di diossina del continente. Il 92% delle emissioni di diossina italiane vengono respirate dai tarantini. Dulcis in fundo, Taranto e’ tra le zone con la maggior incidenza di tumori del Sud Italia e la percentuale di tumori ai polmoni supera di molto la media nazionale.
Basta prendere i dati dell’Ines (Inventario nazionale emissioni e sorgenti) che afferma come la città pugliese sia la più inquinata d’Italia e una delle peggiori a livello europeo. Ultimo atto di questa tragedia locale è la riapertura del termovalorizzatore dell’Azienda Multiservizi e Igiene Urbana (AMIU) di Taranto. Oltre all’Ilva con la sua centrale elettrica altamente inquinante, all’Agip/E.N.I. ed alla Cementir, Taranto ora si ritrova con una nuova perla. Un termovalorizzatore che brucia rifiuti per generare energia elettrica emanando così polveri sottili ed ultrasottili che creano cancro, problemi respiratori, mortalità cardiopolmonare. Effetti, questi, tutti documentati da tempo da una ampia letteratura medica. Per citarne alcuni:
[1] FRANCHINI M. ed altri, “Health effects of exposure to waste incinerator emissions: a review of epidemiological studies”, Ann Ist Super Sanità 2004;40(1):101-115
[2] GATTI A., “Nanopathology, The role of micro and nano particles in biomaterial induced pathology”, Progetto Europeo QLRT-2002-147 presentato al convegno “Polveri Ultrafini e Nanoparticelle” organizzato dall’ARPA Emilia Romagna, Ferrara 2006
[3] COLACCI A., “Effetti cellulari e molecolari indotti da particelle ultrafini”, Atti del convegno “Polveri Ultrafini e Nanoparticelle” organizzato dall’ARPA Emilia Romagna, Ferrara 2006
[4] DI VIRGILIO F., “Effetti delle polveri ultrafini e delle nanoparticelle a livello cellulare e molecolare” , Atti del convegno “Polveri Ultrafini e Nanoparticelle” organizzato dall’ARPA Emilia Romagna, Ferrara 2006
[5] FORASTIERE F., “Evidenze epidemiologiche degli effetti sanitari derivanti dall’esposizioni a polveri ultrafini e nanoparticelle”, Atti del convegno “Polveri Ultrafini e Nanoparticelle” organizzato dall’ARPA Emilia Romagna, Ferrara 2006
[6] OBERDÖRSTER G. ed altri, “Nanotoxicology: An Emerging Discipline Evolving from Studies of Ultrafine Particles”, Environmental Health Perspectives, volume 113, numero 7, Luglio 2005
E’ da ricordare, in effetti, anche il caso emblematico delle pecore intossicate, che tra Taranto e Statte portò al macello di 1600 ovini allevati in ben otto masserie locali. Ovini alla diossina prodotta da stabilimenti dell’area industriale della zona di Taranto.
Con grande faccia tosta, l’Ilva di Taranto intervenne affermando che allo stato non vi è nessun elemento che possa mettere in correlazione la contaminazione degli animali con la diossina prodotta in maniera univoca dallo stabilimento siderurgico di Taranto.
Ovviamente una bufala, per usare un pacato eufemismo, che rimandiamo al mittente con le parole di un giovane agricoltore tarantino, Francesco De Filippis, vicepresidente giovani Confagricoltura Taranto: “…è un accorato invito alla riflessione che un pur giovane, appartenente alla ormai quasi estinta razza degli agricoltori, pone alla comunità ed alle istituzioni. Si è parlato, a destra e a manca, del problema diossina nei terreni limitrofi alla zona industriale di Taranto. Chiunque, ambientalisti ed istituzioni, hanno proposto le proprie ragioni e le proprie iniziative in merito, ma pochi hanno affrontato il problema affondo in tutti i sui aspetti.
La fascia di 20 km, in cui nei giorni scorsi si sono posti dei limiti al pascolo, comprende anche parte della zona ricadente nel Parco delle Gravine. Da qui la prima contraddizione. Chiedo a voi: si può ammirare la natura all’interno di un parco con un sole celato dietro una nube di fumi industriali?
Andiamo avanti. Ben vengano i rigidi controlli degli enti preposti a tutela del consumatore e dell’ambiente all’interno delle aziende agricole, ma tali controlli e rigore si fanno nella zona industriale da cui provengono gli inquinanti sul territorio? A me pare ci sia un netto sbilanciamento in tali azioni e si vorrebbe fare di tutta l’erba un fascio. In modo superficiale e frettoloso sono stati predisposti alcuni provvedimenti di limitazioni del pascolo, senza porre alcun tipo analisi scientifica sulla reale pericolosità delle attività di pastorizia sui terreni nelle singole zone dell’area interdetta. Infatti, se giustamente è stata delimitata un’area potenzialmente pericolosa per il pascolo, con la stessa forza si dovrebbe divulgare la notizia che il restante territorio è sicuro. E questa un’altra contraddizione. Se pochi giorni, infatti, un’ordinanza che vieta tassativamente il pascolo e l’utilizzo dei terreni non agricoli, o meglio non coltivati, per il nutrimento degli animali, e allora, i boschi, i pascoli cespugliati che rientrano nel parco e quindi biocompatibili, cosa sono? Bisogna considerarli come zona a rischio e potenzialmente pericolosi, quindi sarebbero da vietare anche alla fruizione cittadinanza?

E qui l’ultima e più profonda contraddizione. Perché far pagare a noi, al nostro bestiame, alla nostra terra, al nostro ambiente una colpa che non abbiamo? Nei più elementari trattati di giurisprudenza, infatti, non è contemplato assolutamente che a pagare le colpe di un reato sia la vittima e non il colpevole. Vogliamo renderci conto che le pecore sono le indifese vittime degli inquinanti che cadono dal cielo e che qualcuno ha prodotto altrove e non le colpevoli, come troppo facilmente si vuol far credere? Non vogliamo elemosine e non chiediamo commiserazione, ma semplicemente pretendiamo di essere ascoltati come categoria per un problema, che sicuramente non abbiamo creato noi, ma che siamo i soli a pagare direttamente sulla nostra pelle. E faccio una domanda: quando una volta tanto a pagare saranno i colpevoli?”

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