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Lettera al Corriere del Giorno

Ilva ed Eni uno "tsunami" di numeri su cui fare chiarezza

C’è un’enorme sproporzione tra chi elenca propri meriti e chi dovrebbe controllarne la bontà e gli effetti reali
Giancarlo Girardi
Fonte: Corriere del Giorno - 06 giugno 2011

Gentile direttrice,

siamo stati inondati in due giorni da uno “tsumani” di numeri riguardanti investimenti fatti e da fare da due delle più grandi multinazionali oggi presenti a Taranto: Eni ed Ilva. Un “attacco” concentrico sulla città in una gara a dimostrare buonafede ed impegno a risolvere i due drammatici problemi della nostra realtà, inquinamento ed occupazione. Le risposte dovrebbero darle le Istituzioni che rappresentano il nostro territorio e soprattutto la politica, una occasione alla quale non ci si può sottrarre, oltre quella della società civile oggi finalmente presente e viva. Si deve entrare nel merito, è doveroso, anche se c’è un’enorme sproporzione tra chi elenca propri meriti, le aziende, e chi dovrebbe controllarne la bontà e gli effetti reali, coloro che tutelano gli interessi fondamentali dei cittadini. Alcune considerazioni a “caldo”. foto di Taranto

A Taranto negli ultimi decenni c’è stata una enorme crescita economica delle aziende qui presenti senza alcuno sviluppo per la città, anzi un suo impoverimento generale, ambientale, economico, sociale e morale. Ricadute positive poche, se si pensa che i nostri siderurgici siano ancora i peggio pagati d’Europa e che gli occupati di Eni sono di modesta entità. La crisi globale ha coinvolto i due settori, imposto pause e riflessioni necessarie ma anche occasioni, per loro, non di attese messianiche ma di ripartenze convenienti, tempestive e concorrenziali. Va aggiunto, nel caso di Eni un necessario ripensamento generale delle sue politiche industriali dopo i fatti libici ed africani che riporterebbero le sue attenzioni ai suoi giacimenti italiani ed alle sue raffinerie locali.

Fabio Riva nella sua breve presentazione ha esordito con la frase: «i tarantini ci chiedono di comunicare all’esterno quello che facciamo all’interno dello stabilimento», una novità rispetto al passato, ma è vero il contrario, sono i cittadini di Taranto che impongono trasparenza e controllo di tutte le emissioni nocive che la fabbrica esporta ogni secondo di ogni giorno, mese ed anno sulla città. E’ indubbio l’investimento congruo di Ilva sulla sua immagine di fabbrica moderna ed aperta, una svolta determinata dalla pausa imposta dalla crisi economica, dalla veemente reazione che la città ha da almeno quattro anni sulla questione ambientale, dal fatto che il cuore del “suo impero economico sovranazionale” sia il ciclo integrale di Taranto, ma questo, però, è il suo punto di debolezza.

Emilio Riva non ha mai fatto sconti a nessuno, neanche in famiglia, sembra, ma i numeri sciorinati sulle sue ricchezze prodotte qui da noi e barattate per grandi ricadute per il territorio locale e regionale sono fuorvianti, bastano piccole e semplici considerazioni. Le rimesse locali dei suoi dipendenti diretti, in termini salariali, sono modestissime, il personale tarantino è meno della metà del totale e la ricchezza reale dell’azienda che va a salari e stipendi è meno del 15% del totale incassato. Il Pil prodotto quindi non ricade se non in piccola parte sulla città, sulla provincia, nella regione, mentre ricadono, rendendo nullo tale modesto vantaggio, le grandi spese sanitarie che occorrono per fronteggiare i danni prodotti all’ambiente umano e materiale.
Ilva le sue tasse le paga a Milano, sede della sua società, e per alcuni anni non ha versato l’Ici alla città che la ospita, è maestra nelle sinergie al punto che possiede la proprietà non solo della produzione dell’acciaio ma anche del trasporto delle merci via nave con la sua poderosa flotta occupando con agenzie, non locali, grande parte delle attività del porto, quasi in condizione di monopolio, una situazione immutabile per contratto per i prossimi trenta anni. E’ vero che occupa il 20% dell’export regionale ma il restante non è rappresentato solo dall’agricoltura, come sarebbe facile comprendere, ma dall’enorme produzione di energia elettrica che non abbisogna alla Puglia ed in larga parte prodotta da carbone, sottoprodotti siderurgici e di raffinazione, dall’uso speculativo dell’energia alternativa, sostanzialmente la stessa ragione legata alla proposta della centrale di Enipower di Taranto. Tale progetto, apparentemente e democraticamente proposto ma sostanzialmente imposto alle maestranze ed alla città, viene da lontano e non serve né alla sicurezza dei suoi impianti né tantomeno al nostro territorio ed alla nostra regione. Serve per giustificare una presenza industriale del gruppo qui da noi in virtù di un investimento redditizio, infatti, il metano come il mare dei pannelli solari che hanno invaso i campi agricoli di una Puglia sovrabbondante di energia elettrica hanno pari vantaggi economici e quindi pari rapide opportunità di rientro dalle spese di investimento. Il vapore tecnico di cui Eni ha bisogno è facilmente producibile da caldaie a metano tecnologicamente avanzatissime in commercio ed a basso impatto ambientale, senza quindi produrre EE in più. Certo la crisi geopolitica africana impone attente valutazioni ed investimenti nella ricerca e nelle produzioni locali di petrolio, raddoppi e trivellazioni varie, la regione Puglia occorre stia attenta a ciò.

“Taranto non svenderà la salute per il lavoro” ha affermato il sindaco di Taranto nelle riunioni con Ilva ed Eni, giusto ma non basta, ambiente e lavoro sono facce della stessa medaglia, rappresentano la vera “sinergia” a cui tendere. La stella cometa è la decrescita dell’enorme impatto inquinante che grava sulla città che lui amministra, ogni investimento proposto deve andare in questa direzione. Occorrono, questo sì, uomini e mezzi per verificare tutto ciò che ci viene proposto altrimenti esso viene, alla fine, imposto da un ricatto antico che conosciamo sulla nostra pelle, nei nostri polmoni, nelle nostre coscienze.

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