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Attendono con ansia il Giorno del Sacrificio i profughi di varie nazionalità, residenti presso il convento di S. Agostino

Fuggire la morte

Tante storie affiorano prepotenti sulla bocca dei migranti. Non ci sono racconti di serenità. Nei loro occhi i lampi della guerra, ricordi di armi. C’è una ricca produzione di strumenti di morte che non reca nazionalità. Russe, americane, italiane? Nessuno può saperlo. L’unica certezza è il loro proliferare
17 ottobre 2011
Giovanni Matichecchia

Attendono con ansia il Giorno del Sacrificio, una delle feste religiose più importanti per i musulmani. Intendono in tal modo ricordare il sacrificio del montone fatto da Abramo. Invitato a sacrificare il figlio per testimoniare la propria devozione, allorché fu sul punto di affondare il coltello, Dio ne fermò la mano. Per i musulmani è la più grande ricorrenza.

In un clima di attesa, e non solo per la festività, i profughi di varie nazionalità, residenti presso il convento di S. Agostino (sarà necessario parlare in altra distinta occasione di questa splendida struttura), hanno accolto gli ospiti: il cronista e la fotografa Lucia Palmisano. La cornice raffinata e sconosciuta ai più nella stessa Massafra è tuttavia, spoglia e inadeguatamente arredata. Ma nessuno pensa all’arredo. D’altra parte lo sforzo della Charitas è sovradimensionato alle obbiettive possibilità. E’ stato don Nino Borsci, alla guida della Charita, un combattente della solidarietà cristiana a volere questa esperienza. -

Altri i pensieri agitano la mente di Gulam Sarwar, Khan Ayub, Shams Rahman, Kakar Zarial, Traore Adama. La famiglia lontana, le guerre che opprimono i rispettivi popoli, la condizione di rifugiato in attesa del riconoscimento di profugo politico e, più spesso, di guerra, l’essere straniero in una Paese che ha seri problemi, l’accoglienza tra il distratto e il diffidente.  Il clima è quello di una comunità matura in cui è percepibile il reciproco rispetto pur nella marcata differenza di religione, di cultura, di costumi. In una stanza la televisione tiene vivi i contatti con il mondo di provenienza, con la loro cultura, la loro gente. In un’altra stanza un decoroso salotto diventa sede del nostro incontro. Le interviste sono state rese possibili grazie alla cortese interprete Simona Fernandez, studiosa di problemi internazionale e fondatrice di una Organizzazione Non Governativa di aiuto alle popolazioni dell’Africa.


C’è un motivo comune in tutte le loro dichiarazioni: la forte esigenza di una vita meno travagliata e la ricerca di un  lavoro capace di assicurare dignità. Diversi i percorsi che li hanno portati a Massafra. Gulam Sarwar è afgano. Di Jalalabad e più precisamente del villaggio Sarak. Avventurosamente ha raggiunto l’Iran; dopo il passaggio dalla Turchia è arrivato in Grecia dove è rimasto per circa dieci mesi. In un tir che trasportava piatti, bicchieri e posate di plastica, clandestinamente, nascosto e immobile per 16 ore in uno ridottissimo spazio, è riuscito a raggiungere l’Italia, a febbraio di quest’anno. Dopo un breve periodo di permanenza a Benevento è stato trasferito a Massafra. Era un agricoltore finché non è ricominciata la guerra, questa volta da parte dei paesi occidentali. Era il 2003. Con la guerra, Gulam è entrato nell’esercito governativo di Hamid Karzai. Nello stesso esercito anche il fratello maggiore con il grado di ufficiale. Ma nelle sperdute montagne afgane la legge è quella del più forte, di chi imbraccia il fucile per primo. Un giorno i talebani si sono presentati al padre e hanno minacciato lui e il fratello: o con noi o morte. In Afghanistan è inesistente la possibilità di scegliere. Stare con i talebani avrebbe significato incorrere nelle stesse minacce di morte, questa volta da parte dell’esercito governativo. L’unica possibilità è quella di scegliere da chi essere ucciso. Da qui scaturisce la determinazione di abbandonare tutto e scappare via. È cominciata così l’odissea. Non lo ha salvato essere un pashtun. La più prestigiosa delle sette tribù afgane ancor oggi divisa dal confine con il Pakistan. I talebani non sono neanche una tribù, si tratta di un organizzazione tradizionalista con forti connotazioni religiose. Un gruppo che reclama un netto riscatto dalle culture russa e americana imposte con lunghe e sanguinose guerre che durano ormai da trent’anni. Gulam ha tre fratelli e tre sorelle, una moglie e tre figli, il più grande ha cinque anni. Per ora può solo sentirli telefonicamente, una volta al mese, se tutto va bene. Quando sarà in possesso del riconoscimento di profugo politico proverà a riunire nuovamente la famiglia, qui in Puglia. Alla domanda: ritieni che gli italiani ti guardino benevolmente? Risponde sereno: io so solo come io guardo gli italiani. Apprezzo la loro cultura e la loro civiltà. Non so come loro ci guardano. Non conoscono le nostre storie. Il suo volto è il compendio delle sofferenze patite. Khan Ayub è un giovane disoccupato che viveva nelle montagne, nel villaggio di Malaka. Con la guerra sono diventate sempre più minacciose le incursioni dei talebani con l’obbiettivo di reclutare quanti più giovani possibile. Ma non si trattava di combattere nell’esercito ribelle. Le richieste erano più ardite: immolarsi per la causa. Diventare martire-kamikaze. Pena la distruzione della casa. Anche per Khan non c’è stato molto da scegliere. Il convento di S. Agostino è una reggia per chi, come lui, ha scelto la vita al triste destino riservato a molti giovani della sua età. Shams Rahman è afgano, imbianchino ed ha ventiquattro anni. Alla sua età i suoi coetanei hanno già un bel numero di figli. L’età del matrimonio è intorno ai sedici anni. Si vive poco nel centro Asia. Ma la sua storia è diversa. Il padre, pashtun, era un mujaheddin, un combattente per la jihad. Con il riaccendersi della guerra, questa volta contro gli americani, è passato tra le fila dei talebani. Divenuto obbiettivo della caccia degli americani è obbligato a fuggire. Senza padre e senza garanzie per il futuro, a soli quattordici anni, Shams fugge dall’Afghanistan e raggiunge Londra. Nel Regno Unito apprende della morte del padre a seguito di una attentato dinamitardo. Tenta di costruirsi un’esistenza ma dall’Inghilterra viene allontanato dopo cinque anni di attesa del riconoscimento della condizione di profugo di guerra. Tornato in Afghanistan trova percettibili cambiamenti ma un’esistenza dura da portare avanti. Decide di tentare ancora la lotteria dell’espatrio.

Il secondo viaggio non è meno ricco di traversie. Da otto mesi è in Italia. Gli italiani? Parlo con loro, quel che basta per capirsi, ne avverto tuttavia la loro cordialità. L’unico cruccio la madre lontana. Anche Shams può sentirla una volta al mese. Lei piange sempre. Anche se fossi con lei non mancherebbero i problemi. Ad ogni buon conto mi sa al sicuro. Quel che conta per lei soprattutto è che io sia vivo. Per Shams, come per molti ragazzi della sua età, la scuola è una rara opzione. Con l’inizio della seconda guerra poi i licei sono stati chiusi. Le università sono lontane e molto costose. Kakar Zarial è arrivato in Italia di recente e rappresenta un Afghanistan in via di trasformazione. Le donne continuano a vestire in maniera tradizionale ma solo perché non pensano affatto di rinunciare alle proprie tradizioni che avvertono come interiori. I cambiamenti sono percettibili anche nelle manifestazioni di fede, nelle consuetudini della vita quotidiana. Centrale rimane tuttavia la fede. Kakar non persegue obbiettivi terreni.

“Penso solo alla vita eterna” è la forza che gli permette di andare avanti. La preghiera rimane la buona compagna di ognuno. Quando è presente un imam pregano tutti insieme altrimenti si può pregare laddove è possibile. Traore Adama viene invece dalla Costa d’Avorio. Il tragitto sembra essere stato meno avventuroso per lui giunto su un comodo aereo a Milano. Ad allontanarlo dal suo popolo una guerra civile che non lascia scampo. Formali elezioni seguite dal rifiuto di Gbagbo di lasciare il potere. Ouattara il nuovo presidente va avanti ugualmente con il risultato di una lotta che travolge migliaia di civili. Tra costoro anche il padre di Traore proveniente da una famiglia di costruttori; questi non ha esitazioni: l’Italia è il paese della speranza. Giunto a Milano si reca da un avvocato per presentare formale richiesta di asilo politico. Di scuole ce ne sono poche nella Costa d’Avorio e Traore ne è una testimonianza.

Altre storie affiorano prepotenti sulla bocca dei migranti. Non ci sono racconti di serenità. Nei loro occhi i lampi della guerra, ricordi di armi. Armi di cui nessuno conosce la provenienza. C’è una ricca produzione di strumenti di morte che non reca nazionalità. Russe, americane, italiane? Nessuno può saperlo. L’unica certezza è il loro proliferare.
                                              

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