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In Nepal si è nel 2062 del calendario Vikram, ma per i diritti umani si è nel più buio medioevo
26 maggio 2005 - Aldo Daghetta (Responsabile Comunicazione Fondazione Pangea Onlus)
Fonte: Fondazione Pangea Onlus

Giovane donna in un mercato di Patan

Come si fa a dimenticare gli occhi di una donna che non riesce a dirti quanti anni ha, perché non ha un’idea del tempo che passa? Che non riesce a spiegarti dove abita, perché non ha idea delle distanze e calcola lo spazio in ore di cammino e l’unica cosa che riesce a comunicarti con le espressioni del viso e le parole smozzicate attraverso i pochi denti che le rimangono: “tutta la mia vita è stata una ricerca continua di cibo e vestiti per me e i miei figli”? Come si fa a dimenticare il volto impietrito di una donna che ti mostra la foto del figlio ventunenne, scomparso da oltre tre anni, desaparecido insieme a circa settemila persone coinvolte loro malgrado in una guerra civile che ha già fatto oltre 11mila vittime dal 1996? Come si fanno a dimenticare le piccole mani scure di terra, solcate da rughe profonde, di una piccola donna di un villaggio di montagna che, senza più una casa, vive di elemosine e ti racconta disperata “la notte cerco di dormire lungo il greto del fiume, perché non ci è permesso restare per le strade dopo il tramonto del sole, ma sono perseguitata dai fantasmi dell’acqua che non mi fanno riposare”? Come si fa a dimenticare la leggerezza del passo di una ragazza che alle sei di una fresca mattina incroci su un ponte sospeso su un fiume, mentre si sta recando a scuola e con serenità ti dice “ho 12 anni e ogni giorno vengo a scuola qui al villaggio, la mia casa si trova al di là di questa montagna a circa un’ora di cammino”?
Ecco, il Nepal è oggi un Paese che non si può dimenticare. Nel bene e nel male è un crogiuolo di contraddizioni e contrasti fortissimi che ti colpiscono e ti spiazzano. Subito, all’arrivo all’aeroporto Tribhuvan di Kathmandu, di notte, ti sembra di essere piombato in un film di Kubrick per gli ambienti deserti e spettrali, animati solo dal passo secco dei soldati di guardia e dalle maschere ironiche degli addetti al rilascio del visto. Usciti si attraversa la città praticamente alla sola luce dei fari del pulmino, che illumina strade sterrate lungo cui si ammucchiano case di legno e mattoni, basse e semidiroccate affiancate ogni tanto da alte costruzioni in stile Rana, probabili residenze di ricchi commercianti e funzionari governativi. E i contrasti continuano mentre il giorno dopo ci si muove nei diversi quartieri lungo la strada che esce dalla capitale e va verso ovest, verso il distretto di Sindupalchok dove nel villaggio di Melamchi, la Fondazione Pangea Onlus con la collaborazione della fiorentina Apeiron sta sviluppando un Centro Donna gestito poi sul campo insieme all’associazione nepalese The Women’s Foundation. Donne scalze, che portano gerle cariche di mattoni o di legna, camminano ai bordi della strada su cui sfrecciano auto e moto, a volte guidate da altre donne vestite di eleganti sari colorati e munite di fiammanti caschi. In una cacofonia strepitosa di urla e clacson si esce da Kathmandu solo grazie ad un permesso d’uscita rilasciato dall’esercito: si percorrono strade lungo le quali è possibile trovare bambini che vagano soli o in gruppo, con grandi sporte piene di verdura o di stracci, articoli di un prossimo mercato nel crocicchio di una piccola piazza. Donne e uomini che escono da baracche che intuisci essere le loro dimore abituali, dove spesso dormono insieme all’unico bufalo che permette loro di avere il latte per integrare la scarsa dieta alimentare. Si fermano a scrutare il passaggio continuo di camion vecchissimi e rumorosi carichi di persone sino al tetto. E poi i posti di blocco dell’esercito che fermano tutti i mezzi all’ingresso dei villaggi, se sei un occidentale è solo una formalità, ma se sei nepalese puoi rimanere fermo per ore in attesa di non si sa cosa.
Lo sforzo quotidiano di una donna portatrice Alla fine, dopo aver attraversato gole e valli di montagna su strade piene di buche enormi, in cui spesso il pulmino scendeva per poi risalirvi con fatica, dopo aver costeggiato campi di riso appena nato, in cui le donne curve e scalze strappano erbacce e trasportano legna verso casa, arriviamo al villaggio di Melamchi, una strada sterrata affiancata da un lato da case, negozi e campi. Poche migliaia di persone immerse in una realtà rurale che ricorda il Medioevo, che in Occidente ora si studia sui libri di storia. Non esiste elettricità e l’illuminazione è ridotta alle candele, non c’è acqua potabile nelle case, si cucina sul fuoco a legna e ci si lava a turno, al mattino prestissimo, in una delle tre fontane a cui l’acqua arriva solo in certe ore. Ma ciò che non ti lascia indifferente e ti sconvolge non è la povertà o le condizioni di vita estreme degli abitanti, ciò che ti colpisce come un masso nello stomaco è l’arretratezza della mentalità locale che relega la donna all’ultimo posto della pur minima organizzazione sociale. Parliamo con donne poverissime e con donne che invece sono riuscite un po’ più a rinfrancarsi, grazie a giornate di oltre 15 ore di lavoro, ma in tutte emerge il totale annullamento della personalità schiacciata da un sistema sociale retto dagli uomini, che utilizzano la donna per i lavori più pesanti e non le permettono di veder riconosciuti i suoi diritti umani più fondamentali. Molto spesso vittime di violenza domestica, sono anche beffate dal fatto che il matrimonio non è un’istituzione, ma una convenzione e quindi la coppia che vuole creare una famiglia non dichiara ufficialmente la sua unione all’ufficio dell’anagrafe, ma dichiara solo in maniera informale questa volontà ai componenti del villaggio. Così il matrimonio non è un rapporto giuridico basato su diritti e doveri, ma è una situazione di fatto e ciò permette all’uomo di lasciare la moglie per qualsiasi motivo e abbandonare il tetto coniugale, senza riconoscere alcuna responsabilità anche in caso di violenze.
Incontro Sita, 40 anni, arrivata qui dal suo villaggio che dista otto ore di viaggio il giorno del matrimonio avvenuto quando aveva 15 anni. È la responsabile del gruppo di donne beneficiarie del Centro Donna e ha una vita molto dura divisa tra il lavoro per le altre donne e la cura dell’unica figlia che le è rimasta. Ha 19 anni, ma non è autosufficiente, quando aveva due anni il padre ubriaco le ha picchiato con forza la testa contro un sasso e da allora è come se se ne fosse andata per sempre, mormora Sita. La sua giornata inizia alle 4 del mattino, va a prendere l’acqua e in più viaggi la porta a casa, prepara la colazione e il pranzo per la giornata e poi si reca al negozio di tessuti avviato dal marito, ma di fatto gestito da lei, dove deve anche accudire la figlia. Sita e come lei tante altre donne vedono nelle attività del Centro una reale possibilità di riscatto per loro e per i loro figli. Una speranza che non si può proprio deludere.

Note:

Per informazioni:
Fondazione Pangea Onlus
Via Cusani, 10 – 20121 Milano
tel. 02 733 202 – fax 02 36561754
www.pangeaonlus.org

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