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    7 dicembre 2009
Sudan, una pace da costruire

Newsletter, numero 9

15 maggio 2008

Indice

I fatti

Sudan-Darfur / I ribelli dello Jem attaccano Khartoum

Sudan, 1 / Disastro aereo

Sudan, 2 / I paesi donatori promettono 5 miliardi di dollari

Sudan, 3 / Chiuso il censimento

Sudan, 4 / Ancora scontri ad Abyei

Il commento

La guerra arriva nella capitale

I documenti

A che punto è il processo di pace tra Nord e Sud?

La politica cinese in Sudan secondo Human Right First

La Campagna Sudan

Chi siamo

Appuntamenti

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I fatti (Fonti: Afp, Al Jazeera, Ansa, Ap, Bbc, Misna)

Sudan-Darfur / I ribelli dello Jem attaccano Khartoum

Nel fine settimana conclusosi l'11 maggio lo Jem, gruppo ribelle che combatte il governo in Darfur, ha attaccato Khartoum. Gli scontri si sono protratti per un paio di giorni e si sono concentrati a Omdurman, la città gemella della capitale. L'esercito sudanese e in particolare i membri dei servizi di sicurezza hanno combattuto e vinto i ribelli, i quali erano arrivati nella capitale con una colonna di fuoristrada. Il ministro della Difesa Abdel Rahim Mohamed Hussein ha fornito il primo bilancio dei combattimenti: 93 soldati e 13 poliziotti morti nei combattimenti, oltre a 30 civili uccisi nelle sparatorie. Non ci sono dati ufficiali sul numero dei ribelli uccisi, alcune fonti parlano di un centinaio di morti.

Il governo sudanese ha raddoppiato la taglia su Khalil Ibrahim, capo dello Jem, portandola a 250mila dollari; inoltre ha accusato il confinante Ciad di avere non solo sostenuto ma anche guidato l’attacco e ha interrotto le relazioni diplomatiche con N'Djamena. Il Ciad ha chiuso la frontiera con il Sudan.

Per una decina di ore i servizi di sicurezza di Khartoum hanno anche trattenuto, dopo averlo arrestato Hassan el Turabi, leader politico e religioso del Partito del Congresso popolare (Pcp), accusandolo di essere in contatto con i ribelli. Secondo diverse fonti inoltre, ci sarebbero stati perquisizioni e arresti, casa per casa, di persone originarie del Darfur e residenti nella capitale, in particolare a Omdurman; ci sarebbero anche testimonianze di esecuzioni sommarie.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha espresso «una forte condanna» contro l’attacco. L'ambasciatore sudanese all'Onu ha chiesto la condanna formale del Ciad e l'inserimento del Jem nella lista dei gruppi terroristici.

Sudan, 1 / Disastro aereo

Il 2 maggio un aereo della South Sudan Air Connection, a causa di un guasto, è precipitato a 15 chilometri da Rumbek, nel Sud Sudan. L'equipaggio e e tutti i passeggeri sono morti (in totale una ventina di persone) : fra questi vi erano rappresentanti del governo del Sud Sudan, fra cui Dominic Dim Deng, ministro della difesa, e Justin Yac Arop, consigliere per la decentralizzazione. Il pilota, dopo aver avvertito l'aeroporto di Rumbek di avere un guasto al motore, avrebbe tentato invano un atterraggio di fortuna. Gabriel Changson Chan, ministro dell'informazione per il Sud Sudan, ha dichiarato che la maggior parte degli aerei che operano in Sud Sudan sono antiquati e non sufficientemente controllati.

Sudan, 2 / I paesi donatori promettono 5 miliardi di dollari

Nella seconda conferenza dei donatori a Oslo un gruppo di 30 tra paesi donatori e organizzazioni internazionali hanno stabilito di assegnare circa 5 miliardi di dollari per il Sudan fino al 2011 a sostegno del processo di pace in Sudan. La prima conferenza, nel 2005, aveva raccolto 5,4 miliardi di dollari. Nella capitale norvegese, a rappresentare il governo, era presente il vicepresidente del Sudan, Ali Osman Taha.

Sudan, 3 / Chiuso il censimento

Il 6 maggio si sono concluse le operazioni del censimento in Sudan, il primo dopo la fine della ventennale guerra civile. Secondo il governo il 90% per cento del territorio sarebbe stato raggiunto dagli operatori del censimento; il Sudan è il più vasto paese africano, con una superficie grande otto volte quella dell'Italia. Eppure molti perfino nella capitale Khartoum hanno segnalato di non essere stati contattati. I lavori del censimento sono stati al centro di proteste e polemiche, anche in vista dell'importanza politica di questo atto amministrativo: le liste elettorali per le prossime elezioni dipendono dai suoi risultati. Secondo Abdel Bagi Gailani, capo della commissione di controllo, aver portato a termine il censimento dopo tanti rinvii, proteste e polemiche, è stato «un meraviglioso successo». Le proteste contro il censimento sono state particolarmente forti in Darfur, dove gli operatori dell'amministrazione centrale non hanno potuto avere accesso ai campi che raccolgono gli sfollati.

Sudan, 4 / Ancora scontri ad Abyei

Il 13 e il 14 maggio soldati dell’Esercito popolare per la liberazione del Sudan (Spla, ex gruppo ribelle ora parte del governo di unità nazionale) hanno combattuto in scontri sporadici contro militari dell'esercito di Khartoum nella zona di Abyei, al confine tra sud e nord del paese. Khaled Mansour, portavoce della missione Onu per il Sudan (Unmis), da Khartoum ha dichiarato: «Siamo preoccupati perché incidenti si sono verificati anche all’interno del piccolo centro di Abyei». Si ignora se civili siano rimasti coinvolti nelle sparatorie che, secondo alcune fonti, avrebbero fatto due vittime tra i militari sudanesi. Abyei è una regione ricca di petrolio rivendicata sia dal governo di Khartoum sia dal governo sud-sudanese; ancor oggi non è stato stabilito se appartenga al Nord o al Sud. Questo è solo l'ultimo episodio di una serie di scontri che sembrano rendere sempre più instabile la regione.

Il commento

La guerra arriva nella capitale

Non era mai successo da quando il Sudan è indipendente, nemmeno nei tempi di scontro più acceso delle ventennale guerra civile tra Nord e Sud: eppure i ribelli dello Jem hanno attaccato Khartoum. Quale era l'obiettivo in quello che molti osservatori hanno definito un attacco suicida, visto che era assai improbabile per un migliaio di combattenti pensare di sgominare l'esercito sudanese? In un primo momento sembrava che i ribelli puntassero verso l'aeroporto militare di Wadi Sayydna nei pressi di Omdurman. Ma probabilmente essi cercavano il colpo di stato e forse si aspettavano la rivolta di interi reparti dell'esercito, visto che sono numerosi i soldati (non altrettanti gli ufficiali) di origine darfuriana. Sembra inoltre che siano stati soprattutto i servizi di sicurezza ad avere ingaggiato la battaglia ribelli, non tanto l'esercito. E nessuno ancora a Khartoum ha saputo spiegare come la colonna di ribelli abbia potuto percorre migliaia di chilometri in territorio sudanese senza essere, se non fermata, quanto meno intercettata.

Altri analisti pensano che il leader del Jem, Khalil Ibrahim, abbia solo voluto mandare un messaggio del tipo “siamo in grado di portare la guerra per le strade nella capitale”, dimostrando così che il Darfur ha smesso di essere un conflitto locale per diventare il primo problema a livello nazionale. Il messaggio è diretto al governo di Khartoum, che ha davanti due opposte possibilità: la prima è quella di organizzare una “spedizione punitiva” in Darfur per cercare di sconfiggere militarmente e definitivamente uno Jem altrimenti sempre più pericoloso; la seconda è invece opposta e tutta politica: invitare lo Jem al tavolo delle trattative e trovare la maniera di ridistribuire il potere sia nel Darfur sia nell'intero Sudan. Le prossime settimane ci diranno quale opzione verrà scelta.

Il messaggio di Khalil Ibrahim però è indirizzato anche a N'Djamena: la guerra in Darfur è anche un conflitto per interposte milizie tra Ciad e Sudan. Con l'attacco a Khartoum Khalil Ibrahim ha detto al presidente del Ciad, Idriss Deby: “noi siamo in grado di fare questo, tu da che parte stai?”.

Il Ciad, accusato da Khartoum di avere armato e guidato l'attacco dello Jem, ha proposto «la chiusura ermetica della frontiera». Chiunque abbia visto – anche solo attraverso le immagini satellitari offerte da Google – la frontiera tra Ciad e Sudan riconosce immediatamente l'inutilità e impossibilità di un simile proposito. Guerra in Darfur e conflitto tra Ciad e Sudan sono sempre più intrecciate e l'attacco a Khartoum segna una escalation finora impensabile. (Diego Marani)

I documenti

A che punto è il processo di pace tra Nord e Sud?

L’International Crisis Group, organizzazione non governativa che lavora per analizzare e cercare soluzioni in una sessantina di conflitti in tutto il mondo, ha pubblicato il 13 marzo 2008 l’ultimo resoconto sulla situazione in Sudan, di cui riportiamo i punti principali. L'Accordo globale di pace (Cpa) del 2005 è tuttora minacciato da tre fattori: alcuni membri del National Congress Party rendono instabile l’accordo perché temono per la sopravvivenza del partito nel momento di completa concretizzazione del Cpa e in vista delle elezioni promesse per il 2009; l'Splm (l'ex rivale, ora nel governo di unità nazionale) è diviso al suo interno tra chi sostiene politiche che diano priorità alle problematiche del Sud Sudan e chi preferirebbe strategie di unità nazionale; infine manca un significativo coinvolgimento dei garanti internazionali e delle Nazioni Unite (già coinvolti su altri fronti) nella pacificazione di questi scontri politici.

La comunità internazionale inoltre dovrebbe aumentare il proprio supporto a questo processo e alla risoluzione della crisi nella zona di Abyei. Infine occorre che sia riconosciuto che il Cpa creerebbe il miglior contesto per la pace in Sudan, i cui conflitti dovrebbero essere considerati nell’interezza delle proprie radici nazionali e non come singoli problemi slegati tra loro. (a cura di Cristina Rigolli)

Anche la missione delle Nazioni Unite in Sudan (Unmis, www.unmis.org) cura mensilmente la pubblicazione di un rapporto sull’implementazione del Cpa. Il documento di marzo notava che la commissione di revisione della costituzione nazionale ha approvato il 90% delle preposte di riforma della legge elettorale; che i membri delle Nazioni Unite e più donatori hanno finanziato gli operatori sudanesi ed internazionali per il censimento; che il Sudan ha completato la distruzione dello stock dichiarato di mine antiuomo prima della scadenza. Inoltre i profughi rimpatriati da Kenya, Uganda ed Etiopia complessivamente hanno raggiunto un numero superiore a 100.000.

La politica cinese in Sudan secondo Human Right First

Human Rights First è una organizzazione di tutela dei diritti umani statunitense, no-profit e indipendente. Porta avanti diverse campagne di sensibilizzazione, tra cui “Made in China. Stop arms sales to Sudan”, da cui è tratto l’ultimo rapporto Investing in tragedy. China’s money, arms, and politics in Sudan, reperibile al link http://www.humanrightsfirst.info/pdf/080311-cah-investing-in-tragedy-report.pdf.

Il documento illustra in modo completo il pericoloso intreccio tra investimenti petroliferi, traffico d’armi e orientamenti politici in ambito internazionale che legano a doppio filo Khartoum e Pechino.

Il ruolo della Cina nello sviluppo del settore petrolifero sudanese è stato determinante per trasformare il paese africano in esportatore di greggio, facendone lievitare esponenzialmente le rendite (dal 2000 al 2006 le rendite petrolifere sono quadruplicate da 1,2 a 4,7 miliardi di dollari ) e il prodotto interno lordo. Grazie alla Cina è stato possibile costruire - in un solo anno - l’oleodotto di 1.506 km che collega le aree si maggiore sfruttamento petrolifero in Sud Sudan a Port Sudan, fondamentale punto di snodo verso i mercati esteri. La Cina è inoltre l’artefice del potenziamento della capacità produttiva della raffineria di Khartoum ed è oggi impegnata nella costruzione dei terminal marini situati a 25 km da Port Sudan. Dai giacimenti alle navi petroliere che salpano da Port Sudan, tutto sembra essere principalmente in mano a Pechino. Dei nove blocchi con il maggiore potenziale di sfruttamento, otto sono in mano alle compagnie statali cinesi; ogni 10 barili che quotidianamente vengono imbarcati per l’esportazione, nove giungono in Cina.

Khartoum non può che ringraziare e investire gli ingenti guadagni nei bisogni fondamentali del paese, o meglio del governo centrale: le armi prima di tutto. Tra il 1999 - anno in cui il Sudan diviene esportatore di petrolio - e il 2005 l’importazione di armi di piccolo calibro è aumentata di 680 volte. Nel 2004 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite attraverso la risoluzione 1556 ha emanato un embargo che vieta il trasferimento di armi in Darfur: nello stesso anno, e fino ad oggi, la Cina diviene il fornitore quasi esclusivo di armi leggere, andando a coprire circa il 90 % delle importazioni sudanesi. La cooperazione militare tra Cina e Sudan non si limita solo agli sviluppi recenti e al trasferimento di armi ma significa anche addestramento e trasferimento di know how per implementare le capacità dell’industria militare di Khartoum. Nell’aprile 2007 si è svolto l’ultimo di una serie costante di incontri tra i capi militari dei due paesi: in questa sede il ministro della difesa cinese Cai Gangchua ha confermato l’intenzione di proseguire e rafforzare questa collaborazione, che vede nell’utilizzo di settori dell’esercito sudanese e di milizie sostenute da Khartoum per la difesa dei giacimenti in mano a Pechino un pilastro fondamentale.

Questa rete di interessi economici e militari sfocia a livello internazionale nella difesa a colpi di veto degli interessi sudanesi presso le Nazioni Unite.

Lo stralcio della previsione di sanzioni contro Khartoum dalla risoluzione 1556 del 2004 è uno degli esempi di come Pechino abbia usato tutto il suo potere per alleggerire la posizione di Khartoum, fino al tentativo - fallito - di impedire il dispiegamento di un contingente militare internazionale in Darfur. A seguito della decisione del Consiglio di sicurezza di istituire la missione Pechino ha cambiato atteggiamento, riuscendo nell’impresa di convincere il governo sudanese ad accettare la presenza del contingente di peace-keeping. Un cambiamento interessato quello di Pechino, decisa a non compromettere eccessivamente la propria immagine internazionale in vista delle Olimpiadi 2008, ma nemmeno disposta ad incrinare i rapporti con Khartoum, rischiando di privarsi del suo prezioso petrolio: non a caso subito dopo l’avvallo sudanese alla missione Onu/Ua, la Cina stacca un assegno da 1,2 miliardi di dollari per la costruzione della ferrovia da Khartoum a Port Sudan e concede un prestito di 12,9 milioni di dollari per l’ampliamento del palazzo presidenziale sudanese.

Se la Cina vuole dimostrare un reale impegno per il miglioramento della situazione in Darfur e del Sudan intero, deve compiere quattro passi fondamentali, che Human Rights First sottolinea: porre immediatamente fine al trasferimento di armi a tutte le parti in conflitto in Darfur, in ottemperanza delle risoluzione 1556 e 1591 del Consiglio di sicurezza; appoggiare l’estensione dell’embargo a tutto il Sudan; usare la sua influenza politica per agevolare l’operato dell’Unione africana e delle Nazioni Unite e garantire l’efficacia della missione Unamid; sostenere pubblicamente l’azione della Corte penale internazionale e fare pressioni sul governo di Khartoum affinché collabori nella cattura degli individui verso i quali la Corte ha emanato mandati di arresto. (a cura di Serena Menozzi)

La Campagna Sudan

Chi siamo

La Campagna italiana per il Sudan è una campagna nazionale di informazione, sensibilizzazione ed advocacy che opera dal 1994. Raggruppa organizzazioni della società civile italiana (Acli Milano e Cremona, Amani, Arci, Caritas ambrosiana, Caritas italiana, Mani Tese, Ipsia Milano, Missionari e missionarie comboniane, Nexus, Pax Christi) e lavora in stretta collaborazione con enti pubblici e privati italiani e con varie organizzazioni della società civile sudanese. In Italia la Campagna ha fatto conoscere la situazione del Sudan e ha sostenuto i processi volti al raggiungimento di una pace rispettosa delle diversità sociali, etniche, culturali, religiose della sua popolazione. Il sito che illustra l'attività della Campagna è in via di rifacimento; per informazioni sulle sue attività passate www.campagnasudan.it.

Appuntamenti

Torino, giovedì 29 maggio, ore 20.30, presso il Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà – Corso Valdocco 4

Tavola rotonda: Conflitti e diritti umani nel Corno d'Africa: la sfida della pace in Sudan tra silenzio dei media e il dramma dei profughi

Cremona sabato 31 maggio, ore 15,30 presso il Centro pastorale diocesano, Via S. Antonio del fuoco, 9/a Workshop: Il giornalismo in aree di crisi e le tecniche per l’ufficio stampa. Ore 18,00 Incontro di approfondimento su: Aggiornamenti sul Sudan e sul Darfur.

Per informazioni: segreteria@campagnasudan.it , info@campagnasudan.it

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Nota: per non ricevere più questa Newsletter scrivere a info@campagnasudan.it e indicare nell'oggetto "cancellazione mailing-list Newsletter".

Contatti: Cristina Sossan, segreteria Campagna Sudan, telefono 02-7723285, segreteria@campagnasudan.it .

Questa Newsletter, aggiornata al 15 aprile 2008, è a cura di Diego Marani. Si ringraziano Serena Menozzi, Cristina Rigolli e le Acli di Cremona per la collaborazione.

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